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In questo numero: Storia di venti anni - Numero del 2013-01-15



Il sacco all'Italia
VINCOLI EUROPEI, MANOVRE RECESSIVE E PRIVATIZZAZIONI
Antonio Venier

Il nostro paese è stato sottoposto dal 1992 in poi ad un complesso di importanti operazioni politiche ed economiche sia “interne” che “esterne”. Intendendo con le prime quelle implicanti forze agenti ed obiettivi specificamente italiani, e con le seconde invece quelle aventi obiettivi conformi ad interessi non nazionali, e prevalentemente agenti attraverso le istituzioni “europee” (Commissione di Bruxelles, trattato di Maastricht, ed anche Bundesbank).

Che gli obbiettivi delle forze esterne siano- e siano sempre stati in passato- difformi dai nostri interessi nazionali, è cosa ben naturale e del tutto prevedibile. Anche gli obiettivi delle forze interne non erano, e non sono tuttora, in accordo con gli interessi nazionali dell’Italia, né sul breve termine né sul lungo. Come appare ben chiaro dai fatti e dalle analisi che qui esponiamo, le forze politiche ed economiche “interne” ed “esterne” infatti avevano come obiettivo, le prime il raggiungere posizioni di potere, a qualsiasi costo e con ogni mezzo, nella peggiore tradizione dei secoli trascorsi e non soltanto. Le seconde, di appropriarsi dei beni pubblici - industrie, banche, fondi previdenziali - anche qui nella totale indifferenza per le conseguenze future sul sistema economico italiano.

In buona sostanza, sia le forze esterne che quelle interne avevano obiettivi diversi sotto molti aspetti, ma tuttavia con una importante caratteristica comune, quella di non tenere in alcun conto gli interessi nazionali italiani. Inoltre era premessa comune, per raggiungere tali obiettivi, togliere di mezzo i fattori di resistenza interna prevedibilmente di ostacolo, rappresentati dai pochi uomini e gruppi politici sostenitori degli interessi nazionali, anche questi certo non troppo frequenti nella storia d’Italia e meno ancora nel - tempo presente.

Abbiamo che il 1992 è l’anno del trattato di Maastricht (febbraio), ed anche dell’inizio della operazione “mani pulite”.

A settembre un governo molto “europeista”, di fatto diretto dal governatore della Banca d’Italia C. A. Ciampi (che diventerà subito dopo presidente del consiglio) svaluta pesantemente la moneta italiana. Nell’anno successivo 1993, con il governo “tecnico” di Ciampi, la operazione politica che taluni osservatori hanno sinteticamente descritto come colpo di stato, è compiuta e consolidata.

Alla fine dello stesso anno 1993 entra in vigore il trattato firmato l’anno precedente; diventano indispensabili ed urgenti la riduzione drastica del deficit di bilancio, la lotta allo spauracchio dell’inflazione, e soprattutto ogni sorta di economia nella spesa pubblica. In breve, volendo dare alle cose il nome appropriato, il governo tecnico prepara le condizioni per ottenere la recessione dell’economia italiana, indicata più elegantemente come un grande “risanamento”.

Le grandi privatizzazioni hanno pure inizio nel 1993. Fra settembre ed ottobre alcune aziende alimentari IRI-SME sono cedute a Nestlè, Unilever ad ambigui “privati” italiani, a condizioni di saldo, molto interessanti per gli acquirenti, che con 750 miliardi di lire acquisiscono un complesso di aziende che ne fattura circa 3000.

Prima delle elezioni 1994, che segnano il passaggio da Ciampi all’effimero governo Berlusconi, vengono privatizzate SIV (vetro EFIM) e Nuovo Pignone - ENI, sempre a condizioni molto favorevoli per beneficiari (più che acquirenti) stranieri.

Anche alcune grandi banche di proprietà pubblica sono sveltamente “privatizzate” fra il 1993 e il 1994. Credito Italiano, IMI e Banca Commerciale Italiana. Con questa operazione, viene quasi del tutto liquidata la presenza pubblica nel credito, che datava dal 1933, costituzione dell’IRI. Anche qui in condizioni molto interessanti per gli acquirenti-beneficiari, non sorprendentemente guidati dalla onnipresente Mediobanca (sull’argomento, e precisamente sulle particolari condizioni di cessione, vedasi il libro di Siglienti - già presidente Credit- “Una privatizzazione molto privata”).

Durante il primo biennio delle privatizzazioni le pressioni esterne sono state per la verità relativamente moderate, rispetto a quanto si è verificato negli anni 1996 in poi . . La prima grande ondata “privatizzatoria” può essere quindi considerata prevalentemente interna, iniziata con energia dal governo tecnico Ciampi (maggio 1993- maggio 1994) e continuata, seppure con minore mordente, anche sotto il successivo governo Berlusconi (maggio - dicembre 1994).

Il successivo governo Dini continua di buona lena poiché nel 1995l’elenco delle aziende privatizzate si allunga molto: gran parte della siderurgia IRI, ancora SME, l’INA- Ist. Nazionale Assicurazioni, e soprattutto l’inizio della cessione del gruppo ENI, con Enichem e la prima parte dell’ente ENI.

La grande ondata di privatizzazioni è accompagnata da vigorose “leggi finanziarie”, motivate ovviamente come necessaria opera di risanamento.

Questo risanamento consiste in sostanza in aumento delle entrate fiscali, accompagnato da tagli alle spese.

Inevitabile risultato, la caduta della attività economica, messa in evidenza anche dalla stagnazione del PIL.

Alcuni dei risultati presentati come grandi successi, la riduzione del deficit di bilancio ed il rallentamento nella crescita del costo della vita, sono dovuti in parte al rallentamento dell’attività economica, ed in parte ad energiche manipolazioni statistiche, poco costose e molto efficaci.

Il più importante risultato ottenuto dai governi che si sono succeduti dal 1992 al 1998 (Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini ed infine Prodi) è stato senza dubbio la demolizione della componente pubblica dei sistemi industriale e creditizio, con conseguenze catastrofiche per l’economia nazionale.

Le industrie e le banche pubbliche erano state costituite oltre 60 anni prima, per assicurare la sopravvivenza dell’Italia come grande paese industriale e  per porre rimedio ad un mostruoso disastro della grande imprenditoria privata, ed avevano una funzione fondamentale nella economia italiana.

Questa grande operazione distruttiva è stata compiuta con maggioranze parlamentari e forze di governo, almeno nel periodo iniziale non troppo dissimili da quelle precedenti, ma tuttavia diventate docili e rinunciatarie, di fronte alla sapienza dei tecnici.

Infatti il governo tecnico di C.A. Ciampi, in sostanza governo extra-parlamentare, ha operato con decisione fino alle elezioni del 1994, elezioni che hanno segnato una breve battuta d’arresto, ma purtroppo non certo una inversione di tendenza.

Probabilmente è troppo semplice spiegare questa sottomissione dei parlamentari vecchi e nuovi ai cosi detti tecnici, soltanto con il scadenze accolte con serietà e reverenza da nostri ministri, superministri e governatori, e tanto più quanto più assurde ed immotivate.

Dopo il deficit annuale ed il tasso di inflazione, è stata la volta del debito pubblico, anzi dell’enorme debito, come scrivono sempre volonterosi divulgatori ed esperti. Anche qui bisogna raggiungere il “parametro” del 60% come rapporto debito/PIL, per quale ragione nessuno è stato capace di spiegare, ma tuttavia da raggiungere in fretta e con tutti i necessari sacrifici. La confusione sull’argomento è alimentata dalle dichiarazioni dei già citati esperti, ministri e superministri, oltre che dalla Commissione europea di Bruxelles e dalla Bundesbank.

Nessuno tuttavia ritiene utile spiegare che cosa sia questa montagna di debiti, né verso chi l’Italia sia “indebitata”, e neppure di indicare come sia possibile ridurla, e soprattutto con quali conseguenze.

Non sembra perciò inutile qualche considerazione generale, per chiarire l’argomento. La prima è quella di ricordare che il “debito pubblico” è da sempre uno degli strumenti di finanziamento dello Stato, insieme al fisco ed alla emissione di moneta.

L’altra considerazione è la distinzione fra il debito pubblico “interno” e quello “estero”. Distinzione di importanza fondamentale poiché il”vero” debito dello Stato è quello verso l’estero e non certo quello verso i propri stessi cittadini e contribuenti. Abbastanza sorprendentemente, in tutto il lunghissimo testo del trattato di Maastricht e relativi protocolli questa distinzione fondamentale non compare, sebbene sia riportata dalle statistiche Eurostat dell’Unione europea. Idati statistici sull’argomento di fonte Eurostat per Italia, Francia e Germania, che si prestano a qualche interessante riflessione (vedasi Appendice).

Altra grandezza molto importante è l’indebitamento totale di una nazione, somma dell’indebitamento pubblico e di quello privato, che corrisponde evidentemente alla quota di reddito nazionale risparmiata, cioè non dedicata al consumo immediato. Ricordiamo in proposito che il debito pubblico rappresenta nello stesso tempo una passività per lo Stato, ed un bene economico per i privati cittadini e le istituzioni che detengono i titoli di Stato, almeno per la parte con sottoscrittori non stranieri.

Allo scopo di evitare qualche malinteso, conviene ricordare che “l’indebitamento privato” è costituito dal risparmio affidato agli operatori economici privati (imprese, banche, fondi, etc.), che sono appunto i soggetti debitori verso i risparmiatori. Formano quindi un complesso dell’indebitamento privato di un paese le obbligazioni, azioni, quote di fondi pensione e d’investimento, e simili emesse da operatori economici privati. Tutte queste forme di collocazione del risparmio, dette anche “investimenti”, generalmente forniscono rendimenti superiori a quelli dei titoli di Stato (“debito pubblico”). Per contro non possono fornire alcuna garanzia ai risparmiatori, sia nel caso di cessazione d’attività o fallimento, che in quello di cattivi risultati gestionali. Osserviamo che questa caratteristica di “rischio”, intrinseca ed ineliminabile nell’investimento privato, dovrebbe ragionevolmente essere sufficiente per respingere totalmente una previdenza basata sui cosi detti “fondi pensione”, essendo appunto il rischio per de ione incompatibile con la previdenza.

Per tentare di comprendere i motivi dell’interessamento europeo, e particolarmente tedesco, per il problema del debito pubblico italiano, può essere utile esporre qua1che dato statistico comparativo, per brevità limitato ai tre grandi paesi continentali(fonte EUROSTAT ed OECD). Oltre al debito pubblico, suddiviso fra le sue componenti interna ed estera, indichiamo l’altra grandezza finanziaria molto significativa cioè l’indebitamento totale (“gross financial liabilities”).

Secondo le fonti citate, la situazione nel 1994 (ultimi dati confrontabili) risultava come segue espressa sia in percentuale PIL che in valore assoluto, questo in ECU = 1915 lire 1994. (da EUROSTAT- 1996).
 

a) Per Italia, debito pubblico interno 928,3 miliardi (mld) ECU, estero 41,6 mld ECU, totale= 113% PIL

b) Per Germania, debito pubblico interno 460,3 mld ECU, estero 275,5 mld ECU, totale= 43% PIL

c) Per Francia, debito pubblico interno 434,8 mld ECU, estero 9,5 mld ECU, totale= 40% PIL
 

L’indebitamento complessivo,sempre nell’anno 1994 (dati OECD, “Financial Accounts”, da Pasinetti, 1998) risultava in percentuale del PIL del 268% per l’Italia, del 207% per la Germania e del 378% per la Francia.

Da questi sommari dati statistici, sotto qualche aspetto sorprendenti, appare in piena luce che il debito pubblico verso l’estero, quello veramente gravoso per la collettività nazionale, era molto modesto per Italia e Francia, ed invece elevatissimo per la Germania.

Il debito complessivo mostra che sia Italia che ancora più Francia, hanno una quota di risparmio interno rispetto al PIL nettamente più elevata di quella esistente in Germania.

Il debito pubblico verso l’estero della Germania era già consistente negli anni 80, superiore a quello cumulativo degli altri paesi della allora Comunità Europea. Ma a partire dal 1988-89, in coincidenza con la unificazione, questo debito estero è aumentato enormemente, più che triplicandosi fra il 1987 ed il 1994 (da 80 a 276 mld ECU).

Già questi pochi dati statistici possono fornire interessanti indicazioni, per comprendere sia l’interessamento da parte tedesca (Bundesbank e Commissione Europea) per il debito pubblico- o per meglio dire il risparmio dell’Italia, sia la intransigente pretesa di controllare la futura Banca Centrale europea .

Poiché il costo del lavoro in Germania è circa il doppio di quello italiano (ovviamente tenendo conto di ogni componente retributiva e previdenziale), ed anche molto superiore a quelli francese, britannico, spagnolo, etc., ne consegue la necessità tedesca di utilizzare largamente sub-forniture a basso costo, sia per l’utilizzo interno che per la esportazione. Sub-forniture che possono essere ottenute dai paesi con basso costo del lavoro, che sono quelli della Europa orientale nell’orbita tedesca, come di fatto già avviene.

Ma questo comporta la necessità di avere a disposizione il risparmio italiano e di altri paesi, per finanziare secondo i propri interessi l’industrializzazione dell’Europa orientale e presumibilmente anche gli investimenti nel nostro stesso paese.

Queste considerazioni sono utili per spiegare il premuroso interessamento emerso recentemente per il debito pubblico, ed il risparmio Italiano da parte della Germania e della Commissione europea, accolto con obbediente atteggiamento nel nostro paese, forse senza comprenderne le conseguenze, o forse invece comprendendo:! troppo bene (ricordando il vecchio motto “Franza o Spagna, purché se magna ...”).

Anche la particolare struttura del sistema industriale italiano, descritta altrove con una grande presenza pubblica e con numerosissime piccole imprese (ovviamente non quotate) contribuisce alla spiegazione della preferenza fino ad oggi per i titoli di Stato.

In conclusione, l’alto livello del debito pubblico italiano non significa affatto una espansione della spesa corrente attuale a detrimento delle possibilità di spesa future (come spesso erroneamente sostenuto da taluni “esperti”, il famoso debito lasciato a figli e nipoti). Significa invece una preferenza italiana verso l’investimento in titoli di Stato piuttosto che verso quello privato, come abbiamo detto tradizionalmente considerato- con qualche buona ragione- alquanto pericoloso per il piccolo risparmiatore.

Il rapporto debito totale/PIL indica in sostanza il rapporto fra il risparmio ed il consumo, che varia lentamente; come conseguenza si ha che la diminuzione dell’indebitamento pubblico (quale è attualmente in corso in Italia) corrisponde all’incremento dell’indebitamento privato, senza modificare sensibilmente quello totale. La diminuzione rapida dell’indebitamento pubblico ha una conseguenza molto grave: lo sbilanciamento fra l’indebitamento interno ed estero, se il risparmio tolto dall’investimento in titoli pubblici non può essere collocato all’interno del Paese. Questa appare essere la condizione presente dell’Italia: il trasferimento all’estero di una parte consistente del risparmio è certamente un pericolo molto serio, questo veramente a danno delle generazioni future, e non certo la mancata osservanza dei “parametri” di Maastricht.

Si possono certamente trarre alcune conclusioni ragionevoli sul problema del debito pubblico, tenendo conto sia delle poche analisi serie pubblicate sull’argomento, sia- in senso opposto- dei numerosi interventi recenti, provenienti da ogni parte. La prima conclusione è che conviene porre freno alla espansione del debito pubblico, ma che è privo di senso (ed anzi potenzialmente pericoloso) imporre una velocità arbitraria al processo di riduzione di tale debito.

La seconda, che il così detto “patto di stabilità” recentemente sottoscritto fra i governi dell’Unione europea se applicato provoca conseguenze gravemente dannose: perché impedisce politiche economiche espansionistiche necessarie in periodo di recessione e disoccupazione (caso evidentemente attuale), e perché ancora peggio prevede penalità per queste politiche.

Anche in questa occasione appare evidente la insensatezza dei “parametri” di Maastricht e la loro inutilità ai fini della sostenibilità finanziaria del debito pubblico.

Tuttavia non possiamo spiegarli soltanto come frutto di pura insensatezza: devono necessariamente avere uno scopo, anche se non quello pubblicamente dichiarato.

Lo scopo reale e concreto delle attenzioni verso il debito pubblico italiano sembra essere quello di trasferire una quota consistente del risparmio italiano verso forme d’investimento più o meno private, preferibilmente fuori dall’Italia.

La liberalizzazione nel trasferimento dei capitali già da qualche anno permette facilmente investimenti all’estero. L’unione monetaria europea (Trattato di Maastricht) di attuazione imminente porta all’estremo questa liberalizzazione, eliminando qualsiasi regolamentazione .e limitazione da parte dei governi nazionali.

Questa assoluta liberalizzazione nei trasferimenti di capitali è presentata al pubblico come’ cosa buona e vantaggiosa, senza ovvia mente specificarne le ragioni, e meno che mai i destinatari dei vantaggi. Ma una semplice analisi dell’argomento porta a conclusioni diverse. Infatti è possibile che la libertà di scelte dell’investimento del risparmio, all’interno dello stesso sistema economico che lo ha prodotto, corrisponda al migliore impiego delle risorse, anche se certamente non in tutte le circostanze.

Non è invece la stessa cosa, se il risparmio viene collocato all’esterno, affidandolo a gestioni più o meno internazionali od europee. Nel caso del nostro paese non potrebbe essere considerato altro che disastroso per lo sviluppo economico nazionale collocare una parte consistente del risparmio (o peggio ancora dei contributi previdenziali) per esempio in fondi d’investimento internazionali - i famosi “fondi pensione” tanto invocati -od in titoli di stato tedeschi. Una operazione di questo genere, su scala più ampia di quanto già avviene, impoverisce gravemente l’Italia, poiché riduce le risorse per gli investimenti all’interno del paese. Inoltre la sottrazione di risparmio dall’investimento in titoli di stato (anche questa già in corso), trasferendo lo ai “privati”, comporta necessariamente un aumento della pressione fiscale ed una diminuzione della spesa pubblica, l’uno e l’altra dannosi allo sviluppo dell’economia .

Mettendo insieme la completa libertà d’investi mento nella U .M.E., i vincoli e parametri più o meno consapevolmente sottoscritti e la campagna di informazione terroristica sul debito pubblico ed i B.O.T., si può trarre qualche conclusione, interessante anche se non piacevole, e meno ancora bene augurante per il futuro dell’Italia.

Con il trasferimento nelle mani di gestori privati e pubblici, più o meno europei, di una porzione consistente del risparmio nazionale viene innescato a nostro danno un potente meccanismo di sottosviluppo, con effetti gravissimi- anzi tragici- già prevedi bili sul medio termine.

Ricordiamo che il nostro sistema industriale è stato privato quasi totalmente (usando una valutazione indulgente) dei settori di alta e medio-alta tecnologia, venduti all’estero o più sbrigativamente chiusi (esempio industrie difesa, aeronautica etc.):

Quanto resta sono le industrie, anzi le piccole industrie, dedicate a prodotti di gamma medio bassa, che richiedono pochi investimenti ed ancora meno conoscenze tecniche e scientifiche importanti. Queste attività medio basse realizzano profitti consistenti sul breve termine che non possono essere utilizzati all’interno per non necessari investimenti, e che sono invece vantaggiosamente (per il privato non per la collettività) collocati all’estero: II meccanismo di sottosviluppo si mantiene per mezzo del trasferimento dei profitti e del risparmio all’esterno del sistema produttivo nazionale in luogo del loro utilizzo per lo sviluppo interno.

Sviluppo consistente essenzialmente negli investimenti a lungo termine in settori di attività da grande paese industriale e nella modernizzazione ed estensione di infrastrutture e servizi pubblici, che sono appunto stati gli obiettivi più gravemente danneggiati dai risanamenti degli ultimi anni.

Osserviamo che il trasferimento all’estero dei profitti e del risparmio è caratteristica tipica dei paesi detti “del terzo mondo” peggio governati, quelli che non utilizzano tali risorse per lo sviluppo di industrie, agricoltura e servizi. Paesi con queste caratteristiche sono per esempio alcuni grandi produttori di petrolio, peraltro lodati ed ammirati dai nostri mezzi d’informazione, che invece riservano beffe e vituperio a quelli che tentano faticosamente di raggiungere una più elevata e stabile condizione di sviluppo (esempi importanti sono Indonesia ed India, ma anche Iran ed Irak).

La combinazione fra profitti senza investimenti, riduzione del debito pubblico e risparmio collocato all’estero non è affatto ben augurante per il prossimo futuro italiano. Questi componenti sono tali da assicurarci il cammino verso il sottosviluppo, verso una condizione di capacità industriale e tenore di vita sempre più lontano da quello dei paesi europei più avanzati.

 

Antonio Venier (da Il Sacco all’Italia ed. Quaderni di Critica Sociale - 1996)