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In questo numero: Storia di venti anni - Numero del 2013-01-15



L'economia necessita di aiuti e controlli
"LO STATO NON SI ASSENTI"
Bettino Craxi

Il mondo dei blocchi, delle divisioni frontali, del rischio nucleare sta alle nostre spalle. Ilgrande incubo è finito ma non per questo possiamo affermare di essere entrati in un’era felice. Il crollo del comunismo ha lasciato una disastrosa eredità in una grande parte del mondo. Molti dolorosi conflitti locali aspettano soluzioni che tardano a venire. Le diseguaglianze tra ricchi e poveri rimangono sempre molto grandi, nuovi problemi sociali di dimensioni inquietanti affiorano ora proprio nel cuore delle società più avanzate.

L’economia mondiale è tornata ad essere una grande malata. Le previsioni più attendibili sono negative e preoccupano. Sembra che nei Paesi industriali, dopo il decennio, sotto questo profilo, quasi «felice» degli anni ‘80, si stia presentando un quinquennio «infelice». La decrescita appare vistosa anche nei Paesi comunemente considerati come le locomotive dell’economia mondiale. Nel ‘93 si prevede che il prodotto degli USA aumenterà solo del 2.6%. Il Giappone, che ha conosciuto tassi di crescita miracolosi, quest’anno vede una crescita inferiore al 2%. Per la Germania unificata, alle prese con i problemi di una disoccupazione di massa, la previsione è dell’1.9%. In questo quadro appare persino virtuosa la crescita della Francia prevista nel 2.3% contro l’1.6% dell’Italia e l’1.4% del Regno Unito.

Il premio Nobel per l’economia Laurence Klein prevede per l’Europa occidentale, da qui al ‘95, livelli di disoccupazione mediamente attorno al 9%. Con una crescita globale inferiore al 3% il problema occupazionale non troverà soluzione. Si pongono problemi drammatici soprattutto per la forza lavoro dell’industria mentre i servizi non sono in grado di assorbire per intero gli espulsi dal settore industriale.

La crisi occupazionale è ormai presente anche in regioni superindustrializzate dove il pieno impiego era la regola. Arrestare, regolare, rovesciare queste tendenze negative diventa la nostra principale preoccupazione, la responsabilità ed il compito della nostra azione politica e sindacale dei prossimi anni, mentre non è possibile, nel contempo, non tener conto del fatto che i problemi produttivi e occupazionali si ripercuotono inevitabilmente sugli equilibri finanziari dello «Stato del benessere» e sui suoi servizi sociali. Sentiamo ad un tempo tutta la nostra responsabilità verso i lavoratori, i pensionati, i senza lavoro, le donne, le nuove leve del lavoro nei Paesi industriali avanzati e la nostra responsabilità nei riguardi delle nazioni del Terzo Mondo e dell’ex blocco sovietico, la parte povera dell’umanità, le aree della miseria, della denutrizione e del sottosviluppo.

In tutto questo periodo, con sacrifici notevoli, con politiche adeguate di aggiustamento ed anche con nuovi impegni presi a livello intemazionale, non pochi Paesi dell’America Latina sono usciti o stanno uscendo almeno dalla crisi debitoria intemazionale e taluni hanno già posto le basi della loro ripresa. Anche alcuni Paesi dell’Africa, in un quadro generale sempre molto negativo, che in questo momento tocca il suo punto più basso con la tragica vicenda somala, sono venuti migliorando la loro situazione, mentre in Asia si sono moltipllcati i segnali di dinamismo e di un nuovo sviluppo. Se le prospettive economiche della parte ricca e forte del mondo diventano meno favorevoli tutto l’insieme si aggraverà. Per l’America Latina, che esce da quello che è stato definito un «decennio perso», occorrerebbe un tasso di crescita superiore almeno al 3%.

Nel continente africano dove la popolazione cresce ad un ritmo superiore al 2.5% una crescita limitata significa solo aggiungere impoverimento ad impoverimento. Contemporaneamente vi è un grande bisogno di capitali per tutti, il Terzo Mondo, l’Est europeo, l’exURSS.

Si calcola in 500 miliardi di dollari il fabbisogno di capitali per la sola economia di mercato dell’impresa dei Paesi ex comunisti, e altrettanto quello dell’economia delle imprese dell’America Latina. Di contro il grande paradosso è che nelle economie sviluppate ci scontriamo con il ristagno, la disoccupazione, la caduta degli investimenti, una apparente saturazione. E’ una situazione in cui possiamo dire che l’economia di libero mercato ha vinto la sua sfida storica con l’economia collettivistica e burocratica ma si trova ora davanti a nuove e diverse grandi sfide interne ed intemazionali ed a contraddizioni egualmente grandi e cariche di incognite.

Quando Dahrendorf scrive che l’era socialdemocratica è finita perché gli obbiettìvi che il socialismo democratico si poneva sono stati raggiunti compie un grande errore di valutazone. Sono riapparse invece insieme la disoccupazione e la crisi ed è rinato il bisogno di inserire nelle società ad economia di mercato terapie riformiste, terapie di stimolo e di sviluppo, di sostegno dell’occupazione, azioni di difesa delle aree di povertà e di emarginazione, strategie di sviluppo e di solidarietà intemazionale.

Nell’Europa comunitaria il referendum francese decide le sorti del trattato di Maastricht, tappa di fondamentale importanza per il futuro europeo in generale. Non si tratta e non deve trattarsi solo del cammino che conduce verso l’Unione monetaria ma di un percorso che porta verso una più vasta Unione economica e verso l’Unione europea.

Il trattato, anche se con modalità ed intensità diverse, è pervaso, in ogni sua parte, da una direttiva fondamentale che prevede lo stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati mèmbri, con obbiettìvi comuni, conformemente al principio di una economia di mercato aperta ed in libera concorrenza. Da ciò deriva naturalmente che l’azione pubblica, a livello europeo e nazionale, sia conforme e non contraria a questo principio e a questo sistema.

Tuttavia, di fronte ai gravi pericoli ed alle contraddizioni crescenti che attraversano l’economia mondiale, dal pieno riconoscimento del valore dell’economia di mercato non si può giungere a desumere la necessità che lo Stato si assenti dall’economia. La «mano invisibile» non può e non potrà risolvere ogni problema mentre concorrenza e mercato aperto non possono essere considerati «un dono di natura» che non ha e non avrà bisogno nè di aiuto nè di controllo.

Rispetto alla complessità della costruzione comunitaria questo trattato che pure è tanto importante appare ancora come un’opera incompleta. Vi sono almeno tré fondamentali questioni che debbono essere ulteriormente ed in prospettiva approfondite. La prima riguarda un deficit di democrazia che deve essere colmato. L’Unione si estende su vasti interessi e compiti di coordinamento, nel campo monetario, in quello delle politiche fiscali e di bilancio, delle reti di trasporto e della ricerca scientifica e tecnologica, nel campo dell’ambiente e dell’agricoltura, e ancora, almeno tendenzialmente, nel campo della politica estera e della difesa comune, in quello delle politiche per lo sviluppo del Terzo Mondo, e dell’istruzione e della formazione professionale, dell’industria e della sanità pubblica, della cultura e non ultimo, auspicabilmente, nel campo nevralgico delle politiche sociali e della coesione sociale.

Di fronte a tutti questi compiti di rilevanza primaria il Parlamento Europeo appare oggi confinato nel ruolo di un nano. Mancano adeguate strutture tecnocratiche e burocratìche. Molti dei coordinamenti che si rendono necessari sono ancora allo stato embrionale. La democrazia europea che si rinnova e che si integra ha perciò bisogno che si accrescano gli essenziali poteri di coordinamento politico ed ha bisogno che cresca la statura dei poteri decisionali del Parlamento.

La seconda questione riguarda lo squilibrio, che purtroppo allo stato degli atti esiste, tra la concretezza degli impegni dell’Unione monetaria e la scarsa concretezza di quelli che riguardano altre materie, economiche, sociali, politiche, scientifiche e tecnologiche. Questa asimmetria deve essere gradualmente ma necessariamente superata. Vi sono questioni di ordine interno e di ordine intemazionale che per la loro natura ed importanza richiedono valutazioni politiche e scelte di principio, e comportano aspetti di giustìzia, di equità, di eguaglianza, di pace, di sicurezza che non possono non investire le responsabilità dirette e decisive delle istituzioni democratiche. In questo senso tutti sappiamo quanto potranno valere il ruolo e la propulsione che in questa dirczione possono esprimere le forze politiche europee presenti e collegato nella Internazionale Socialista insieme a tutti i loro alleati di ispirazione europea progressista.

La terza questione riguarda il rischio di un’Europa a due velocità. Rischio che va evitato con il rigore nelle azioni di risanamento di chi si trova in posizione di maggiore difficoltà ma anche con la collaborazione e l’azione lungimirante e solidale di tutti.

Dall’osservatorio di questa grande capitale europea in cui si svolge il nostro Congresso guardiamo con preoccupazione ed angoscia ad Est, alle tragedie che sono aperte, alla transizione verso nuovi sistemi che appare purtroppo, dopo i primi naturali entusiasmi, quanto mai incerta e difficile, al dramma dell’insicurezza e della miseria che investe intere popolazioni.

Riportare la pace, la sicurezza, il rispetto dei diritti umani, la normalità della vita nei sanguinosi conflitti nei tenitori della ex Repubblica Jugoslava è uno dei compiti fondamentali cui l’Europa deve assolvere in modo assai più efficace di quanto abbia saputo o potuto fare sino ad ora. Tutto questo ha avuto ed ha purtroppo anche un doloroso costo umano ma tuttavia è un dovere al quale non ci si può sottrarre. C’è chi fùgge la guerra e c’è chi filgge il vuoto e la miseria della vita. Si calcola che circa due milioni di persone hanno lasciato o stanno lasciando, nel ‘92, la Cecoslovacchia, la Polonia, l’Ungheria e la ex URSS per dirigerei verso i Paesi industrializzati mentre vivono in condizioni di grande difficoltà milioni di lavoratori nella Germania orientale. La stima di coloro che, ove possibile, vorrebbero emigrare nel prossimo futuro verso l’Occidente oscilla tra i 7 e i 20 milioni di persone. Si stima ancora che solo l’esodo dall’cx URSS possa essere, ogni anno, di almeno 500 mila persone.

Nessuno può pensare che l’Europa, soprattutto in un periodo che vede a rischio i posti di lavoro, possa simultaneamente subire questa ondata migratoria e quella che muove dalle coste africane. E tuttavia nessuno può ne potrebbe rimanere nella passività e nella indifferenza e men che meno noi che apparteniamo ad un movimento socialista internazionalista. Tutto è terribilmente difficile ma ciò nondimeno non si può procedere con la filosofia del rinvio o del giorno per giorno. Una strategia europea di medio periodo è assolutamente indispensabile. Bisogna aiutare una vera e propria ricostruzione assicurando assistenza tecnologica, collaborazione e coopcrazione tra Stati, istituzioni ed imprese grandi ma anche piccole e medie. In Paesi dove spesso da un frenetico collettìvismo si è caduti in un ingannevole liberismo, come ricetta per risolvere in tempi rapidi tutti i problemi, debbono riuscire a farsi strada le idee e i programmi moderni del riformismo, del gradualismo, della collaborazione e della solidarietà sociale.

E’ urgente che le vie della pace siano percorse sino in fondo nella Regione mediorientale, per evitare l’insorgere di nuovi conflitti, per una soluzione graduale ma definitiva della questione palestinese basata sul riconoscimento dei diritti del popolo palestinese in un contesto di sicurezza, di collaborazione e di aperture che deve valere per Israele e per tutti i Paesi della Regione, che da un nuovo assetto stabile e pacifico potrebbero trarre tutti solo motivi di interesse e di vantaggio reciproco. D consolidamento della pace è necessario per mettere mano alla ricostruzione, e per promuovere un nuovo sviluppo in Paesi, regioni e città che hanno conosciuto anni di violenze, di distruzioni e di guerre civili, a cominciare dal libano che può ricostruire le sue città e il suo futuro senza rinunciare alla propria indipendenza.

Se guardiamo alla «riva Sud» ed alla «riva Est» della Regione mediterranea vediamo come i problemi occupazionali e migratori già gravi sono destinati a ingigantirsi entro breve tempo, mentre si diffonde in alcuni Paesi una predicazione di chiusura integralista. Secondo le stime della Banca Mondiale, la popolazione della Regione mediterranea passerà entro il 2020 dagli attuali 400 milioni a 550 milioni. La popolazione della «riva Sud» sarà il doppio dell’attuale, quella della «riva Est» aumenterà del 90%.

Si presenta per i Paesi della «riva Nord» e dell’Europa intera una sfida complessa: quella di attuare processi di integrazione cooperazione e intermediazione economica simili a quelli che, in Asia, hanno compiuto il Giappone e i Paesi di nuova industrializzazione ira loro e con la Cina ed altre Nazioni dell’area del Pacifico. Questo processo comporterà grandi difficoltà soprattutto per i Paesi della «riva Nord» che hanno ancora regioni di debole sviluppo. E tuttavia questo processo è e sarà il solo mezzo per evitare una pressione migratoria incontrollabile verso aree europee, già densamente popolate, che potrebbe diventare esplosiva. Tutto questo richiede l’accantonamento di egoismi miopi, di chiusure ed eccessi protezionistici, e di politiche monetarie ostili allo sviluppo.

L’Intemazionale Socialista in tutti questi anni, sotto la guida di un grande socialista democratico tedesco, ha fatto della lotta per la pace e per la sicurezza, per la difesa dei diritti dei popoli e dei diritti umani, contro le diseguaglianze esistenti nel mondo all’interno delle nostre società e nel rapporto Nord-Sud, per la difesa dell’ambiente e della natura i colori della sua bandiera. Questo è stato l’insegnamento ed il messaggio del grande assente di questo Congresso, un uomo eroico di fronte al pericolo, intelligente e lungimirante di fronte ai problemi ed alle contraddizioni del nostro tempo, generoso ed umano con tutti. Un insegnamento, un messaggio ed un esempio di cui continueremo a fare tesoro per l’amore che gli portiamo, per le nostre convinzioni profonde, per i vincoli che ci hanno tenuti uniti.

Berlino 15/17 settembre 1992 Congresso dell’Internazionale Socialista