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In questo numero: Storia di venti anni - Numero del 2013-01-15



Venti anni fa nasceva nella violenza l’Italia di oggi
DAL NUOVO ORDINE MONDIALE AI PICCOLI "CACICCHI" NAZIONALI
Critica Sociale

La legislatura che esce dalle elezioni del 1992, inizia con bombe ed attentati. Il primo attentato provocò una strage. Fu un’operazione quasi militare. Mentre il parlamento appena eletto, votazione su votazione, arrancava alla ricerca di un’intesa per la nomina del capo dello Stato venivano assassinati Falcone ed i suoi.

Dopo di lui sarà la volta del giudice Borsellino. Iniziava così, tragicamente, una legislatura destinata ad avere breve vita. Sarebbe crollata sotto i colpi portati al sistema politico di governo, con una intensità crescente, da una “rivoluzione” definita pacifica. Un’offensiva organizzata, ben sostenuta e caratterizzata dal ricorso ad un uso violento e ben discriminato del potere giudiziario, accompagnato ed esaltato dalla violenza scandalistica e polemica che invadeva gli organi di informazione, e molto spesso senz’alcun argine di prudenza e di rispetto dei diritti dei cittadini.

È soprattutto l’informazione che trasforma l’istituto dell’avviso di garanzia in una sorta di certificato d’infamia e di condanna preventiva.

Una gran parte della classe politica si piegava, si divideva anzi si dissolveva, di fronte al procedere di una campagna di criminalizzazione da un lato generalizzata e dall’altro condotta prevalentemente a senso unico.

Uno scandalo dopo l’altro si legavano in una catena rovente che si stringeva soprattutto attorno ai tradizionali partiti di governo, in un clima sovraccarico di menzogne, di viltà, di calcoli mal congeniati, in un coro di demagogie interessate pronte a spargere odio e falsità a piene mani.

Un intero gruppo di partiti trattato alla stregua di un insieme di associazioni di malfattori veniva letteralmente travolto.

La legislatura che non arriverà a metà del cammino, vedrà tuttavia ancora, prima di essere liquidata definitivamente, bombe attentati, vittime innocenti. Sembra quasi che oggi se ne siano tutti dimenticati. Non è un caso. La memoria corta, è certamente uno dei trattati della stagione in corso.

Subito dopo che la Camera dei deputati con un voto di maggioranza aveva respinto una richiesta di autorizzazione a procedere nei miei confronti, si scatena, come si ricorderà, una reazione rabbiosa in Parlamento, sulla stampa, sulle piazze, ed anche da parte dei giudici inquirenti.

Vengono organizzate manifestazioni in tutto il paese. La peggiore demagogia viene usata come una clava mostrando un volto di violenza negli animi, nel linguaggio, negli atti.

Di fronte a tutto questo che creava tensione e disorientamento nella pubblica opinione, guardandomi intorno, io espressi allora il timore di una possibile tragica escalation.

Denunciai resistenza di questo pericolo. Mi riferii esplicitamente alla eventualità di attentati terroristici, e purtroppo fui buon profeta.

Una “mano invisibile” collocò giorni dopo, in diverse città italiane, alcuni ordigni che esplosero in perfetta sincronia senza tuttavia fare vittime.

Le bombe che non fanno vittime lasciano un segno superficiale e raggiungono solo in parte il loro obiettivo.

Fu così che tomai subito a parlare del pericolo di nuovi attentati. Ragionavo sulla base di due elementi semplici.

Il primo: che la violenza produce violenza. Il secondo: che nelle cose italiane aveva fatto la sua comparizione una fattore diverso difficile da individuare ed ancora più difficile da afferrare. La faziosità tipica di una certa scuola sempre pronta a tutto pur di distruggere l’avversario non esitò a puntare l’indice contro di me che ero solo colpevole di aver detto quello che intuivo sarebbe accaduto. Fui pubblicamente sospettato, anzi addirittura accusato di essere, insieme alla “vecchia classe politica”, nientemeno che il mandante degli attentati.

Chi partecipava alla “rivoluzione” ormai in marcia non voleva la verità. Voleva solo dei colpevoli. Mi era già successo ai tempi del caso Moro quando tentai, annaspando qua e là, in mezzo alla incomprensione ed agli insulti, con l’aiuto di pochi, di salvare la vita al presidente della D.C.

Anche allora i figli della faziosità politica trovarono il modo di far trapelare il sospetto che io da un lato facevo mostra di voler salvare la vita di Moro mentre dall’altro trescavo con il terrorismo per colpire “l’unità nazionale” e chi la presidiava.

Una falsità di stampo staliniano che pure fu fatta correre e trovò anche la sua eco.

Sta di fatto che le bombe che temevo, disgraziatamente, non tardarono a ritornare e questa volta sparsero sangue innocente.

Come si ricorderà il suicidio di Cardini ed il suicidio di Cagliari determinano un’ondata di forte emozione nella pubblica opinione. Due vicende traumatiche e terribili che si succedono nel giro di quarantottore. Le vicende giudiziarie si urtano col sangue di due suicidi eccellenti. Non erano i primi e non saranno gli ultimi.

Subito dopo, questione di ore, esplodono nuove bombe.

Chi è stato, chi lo ha ordinato, chi ha messo a punto l’orologeria del crimine? Ancora una volta solo una “mano invisibile”.

La sola firma che lascia è la scelta dei luoghi di lettura del tutto improbabile.

Ancora una volta “la rivoluzione” punta subito l’indice accusatorio secondo uno stile stranoto, degno della colonna infame di fronte ai corpi senza vita che giacciono di fronte alla villa comunale di via Palestro a Milano viene pronunciata da un magistrato una frase solenne e lapidaria: “non ci fermeranno”.

Essa equivaleva a dire senza ombra di equivoco: sono coloro che stiamo indagando che seminano il terrore per impedirci di continuare. E chi sono mai costoro? La vecchia classe politica? Il sedicente Caf? Oppure è “una mano invisibile”, figlia della violenza, dei calcoli di violenza, che vuole suscitare un clima di paura e di violenza. Mi levai di fronte alla Camera per denunciare appunto i crimini di una “mano invisibile” e per porre con forza questi stessi interrogativi. Mi auguro che possano avere una esauriente e convincente risposta.

Ora, nella nuova legislatura, nata dalla liquidazione traumatica di una parte di ciò che c’era, e marcata dall’improvvisazione del nuovo, convivente con buona parte del vecchio, un clima di tensione ed anche di violenza ha ripreso il suo posto sulla scena.

Sono trascorsi mesi segnati da aspri conflitti sociali, la conflittualità politica ha raggiunto il calor bianco ed ha avuto uno dei suoi epicentri più brutali e più rozzi anche all’internoo stesso della nuova maggioranza di governo.

Nel frattempo veniva organizzato un ritorno in piena e puntuale efficacia della giustizia ad orologeria politica.

Tutti del resto l’hanno visto e tutti l’hanno potuto constatare ancora in questi giorni. L’uso violento del potere giudiziario ha continuato la sua corsa travolgendo leggi, principi costituzionali, convenzioni internazionali.

Una “rivoluzione” zoppa, confusa e sempre meno credibile ha continuato a colpire secondo trame ben definite, inseguendo obiettivi vecchi e nuovi da ridurre se possibile definitivamente in cenere. E insieme il coro polemico di tanta parte della stampa e della televisione che accompagna uno scontro rissoso senza precedenti. Questa volta non è più fra il vecchio e il nuovo, ma tra i pretendenti alla titolarità del “nuovo”. Lo scontro è in atto e rischia di degenerare.

Una crisi di governo al buio con l’accompagnamento puntuale e cronometrico di offensive giudiziarie ben mirate. Uno stato di tensione che si diffonde nel paese. Una preoccupazione crescente tra i cittadini.

Una delusione diffusa per le prestazioni mediocri di una parte almeno della nuova classe politica, mescolate alle manovre di vecchie volpi, alcune delle quali, al di là dei loro poteri costituzionali, si sono per mesi, impicciate a più non posso, intrigando e manovrando senza andar troppo per il sottile.

Si è ricreata una atmosfera di grande tensione, attraversata dalla violenza nel linguaggio, nelle polemiche, nei gestì, nella disinvoltura delle manovre, nella demagogia cui tutti più o meno ricorrono, dimenticando che alla lunga la demagogia è falsa moneta che non paga. In questo stato di cose una nuova escalation della violenza potrebbe servire a qualcuno o a qualcosa così come è capitato altre volte in passato e così come è capitato anche nel processo di accelerazione della crisi della precedente legislatura.

La “mano invisibile”, la stessa od un’altra, forse si sta già infilando i guanti. Mi auguro proprio che non succeda nulla. Mi auguro che le “mani invisibili” abbiano perso le dita e che tutto si svolga al contrario lungo i binari della correttezza politica, delle ragionevoli soluzioni, della linearità costituzionale, dei compromessi utili e necessari alla vita democratica.

Se dovesse invece succedere qualcosa, e Dio ce ne scampi, che qualcuno non mi rivolga la domanda che già conosco in tutta la sua imbecillità ipocrita “dica quello che sa”.

Prego di non chiamarmi in causa per quello che oggi scrivo. Io sono solo un testimone impotente, vittima di una serie di infamie alle spalle del diritto e della giustizia, e delle quali, presto o tardi qualcuno dovrà rendere conto.

Un testimone che osserva come può le cose del suo paese, vivendogli lontano, anche se lo sente vicino come non mai.

Stando così lontano mi può certo capitare di vedere lucciole per lanterne. Spero che siano appunto lucciole.

 

Lettera di Bettino Craxi 1994