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In questo numero: Storia di venti anni/4 - Numero del 2013-02-04



Quarta parte
LA CRITICA SOCIALE E LA SECONDA REPUBBLICA

 

Gli italiani sono stati ingannati quando i mass media li hanno convinti che il referendum Segni costruiva la seconda Repubblica e realizzava le riforme istituzionali. Il referendum Segni ci ha invece dato un sistema elettorale catastrofico e le riforme istituzionali ancora si attendono, tanto è vero che ormai tutte le forze politiche e il capo dello Stato gridano la loro indispensabilità e urgenza. Purtroppo, siamo in un vicolo cieco. La prima Repubblica è stata distrutta, ma gli apprendisti stregoni che hanno compiuto la distruzione non sono stati capaci neppure di immaginare la seconda, aprendo un vuoto istituzionale e politico nel quale tutte le peggiori avventure sono possibili, compresa la disgregazione dell’unità nazionale fortemente incoraggiata anche dal sistema elettorale maggioritario, che privilegia le formazioni localistiche. In quanto vuoto, l’unico potere politico forte è rimasto quello del capo dello Stato, che si è attribuito ruoli addirittura impensabili per i suoi predecessori, paradossalmente, perché si tratta del capo dello Stato eletto da un Parlamento che rispondeva a equilibri politici ormai distanti anni luce, dipinto all’opinione pubblica come una assemblea di inquisiti e di corrotti.

Ormai è tardi, i danni compiuti rischiano di essere irreversibili. Nella furia “rivoluzionaria” non si è pensato che un Parlamento eletto con il sistema maggioritario, proprio perché non rappresentava in modo proporzionale la volontà di tutti i cittadini, è legittimato a governare ma non a riformare la Costituzione. Non si è ragionato sul fatto che è impossibile ottenere forzatamente un risultato politico (e cioè la riduzione a due dei partiti) attraverso una legge elettorale, perché, al contrario, le leggi sono il prodotto di una situazione politica. Abbiamo avuto così non una riduzione, ma una moltiplicazione dei partiti e un caso unico al mondo, all’origine della indecorosa rissa sulle candidature. In nessun Paese al mondo dove esistano collegi elettorali uninominali e un sistema maggioritario il candidato nel collegio uninominale viene indicato, anziché da un singolo partito, da una coalizione di partiti. In Italia, e soltanto in Italia, accade anche questo ed esattamente per questo il sistema maggioritario e già fallito. Simbolo di questo fallimento è il fatto che proprio Segni e Pannella, i paladini del sistema uninominale maggioritario, sono rimasti isolati ed emarginati. Abbandonando la politica il primo, candidandosi soltanto nella quota proporzionale il secondo, dopo che aveva chiesto per referendum l’abolizione di tale quota.

Rimediare al disastro istituzionale è ormai difficile. Si può temere che gli apprendisti stregoni che volevano portare l’Italia in Gran Bretagna l’abbiano invece stabilmente portata in Sud America. E infatti la personalizzazione dello scontro elettorale, i ricatti, le intimidazioni, la strumentalizzazione della giustizia ai fini di lotta politica, con l’obbiettivo ultimo addirittura di vedere incriminato l’avversario, tutto ricorda una campagna elettorale del peggiore sud America piuttosto che europea.

La proposta dei socialisti per uscire dal caos è comunque sempre la stessa, quella che sin dal 1979 hanno continuato ad avanzare prefigurando non un finto, ma un vero e profondo rinnovamento delle istituzioni: quella che fu definita la “grande riforma”.

Proponiamo l’elezione diretta di una assemblea costituente con il sistema proporzionale. Proponiamo il ritorno al sistema proporzionale, con una soglia di sbarramento del 5 per cento allo scopo di evitare la proliferazione di piccoli partiti. Proponiamo l’elezione diretta del capo dello Stato, allo scopo di dare maggiore potere ai cittadini, di creare un punto fermo fortemente legittimato dalla investitura popolare. Tale da assicurare l’unità, la governabilità e la continuità dello Stato.

L’informazione

Le riforme istituzionali riguardano la democrazia, ma la piena realizzazione della democrazia si basa sulla possibilità per i cittadini essere informati e non sarà pertanto possibile senza una profonda riforma dei mass media, che costituiscono ormai la componente forse più grave della crisi italiana. In nessun Paese democratico al mondo i giornali appartengono, anziché ad editori veri, a gruppi industriali che hanno in altri settori la loro attività principale. Sarebbe addirittura inimmaginabile, per gli Stati Uniti, una General Motors o una Ibm che si mettono a produrre quotidiani. In nessun Paese al mondo esiste una simile concentrazione della proprietà. In nessuno, anziché osservatori neutrali o comunque distaccati della lotta politica, i giornali sono diventati protagonisti di tale lotta, militarizzati, trasformandosi in “giornali partito”, piegando ogni titolo, riga di cronaca, ogni commento al fine della propaganda di parte.

Il “partito” di Fiat e Mediobanca controlla Corriere della Sera, Stampa, Messaggero, settimanali e libri Rizzoli. Quello di De Benedetti, la Repubblica, i quotidiani locali di Caracciolo, l’Espresso. Quello di Berlusconi, tre reti televisive, Panorama, Mondadori, Giornale nuovo. Tmc e Video Music sono stati arruolati nello schieramento “progressista”. La Rai è terra di conquista per le fazioni contrapposte, senza neppure il fair play della prima Repubblica. Caso unico al mondo, dei giornali, come dei magistrati, ci si chiede innanzitutto a quale partito ap-partengano. Ci vorrà una profonda modifica del costume per ottenere un minimo di neutralità dopo l’imbarbarimento intervenuto. Ma una proposta può e deve essere sin d’ora avanzata. Quella di impedire ai gruppi industriali e ai dirigenti politici di possedere giornali e reti televisive. Restituendo in tal modo, se non l’obiettività, almeno i presupposti che rendono possibili questa caratteristica, tipica della informazione in ogni Paese libero.

La politica economica

L’apparato dello Stato è sempre più allo sfascio, anche per la decapitazione giudiziaria di una intera classe dirigente e per l’incertezza del diritto. I finti tecnici, che a ogni tornata elettorale corrono a candidarsi a cominciare da Dini, altro non sono che i consulenti e i commercialisti della grande impresa quando, come Susanna Agnelli o Letizia Moratti, non sono addirittura le sorelle e le mogli dei titolari della grande impresa. I tecnici, ormai da quattro anni, e cioè della distruzione del sistema politico e dei partiti, governano come possono e come sanno, inseguendo le pagliuzze, provocando su di essa polemiche demagogiche e confuse, ma trascurando le travi. Le travi infatti non possono essere rimosse dai tecnici, perché hanno origine politica e psicologica. Anche considerando il più alto livello di inflazione dell’Italia rispetto agli altri Paesi industriali avanzati, i nostri tassi di interesse sono da uno a due punti più elevati di quanto dovrebbero. E lo sono perché l’Italia è agli occhi dei mercati mondiali un Paese politicamente inaffidabile e instabile, simbolo di corruzione, mafia e ridicola presunzione. Ma un solo punto di tasso di interesse in più significa 20 miliardi all’anno di maggiore esborso e quindi di maggiore deficit dello Stato. 20-40 mila miliardi all’anno è dunque la tassa che i cittadini pagano alla “rivoluzione” italiana.

I “politici ragionieri” tagliano spese e spremono i lavoratori (dipendenti e autonomi) ma in pochi giorni, nel 1994, il governatore della Banca d’Italia Ciampi, ha bruciato 80 mila miliardi nell’inutile tentativo di difendere la lira dalla speculazione internazionale, che si è accanita contro l’Italia come fa un virus contro un organismo già debilitato. La nostra moneta si è svalutata del 30 per cento, in poche ore il principale speculatore contro di essa, il finanziere americano Soros, ha guadagnato 1.600 miliardi di lire. I cittadini italiani sono diventati più poveri e soltanto le aziende esportataci hanno avuto una momentanea boccata di ossigeno.

Queste sono le travi che è impossibile rimuovere senza il ritorno alla stabilità e alla democrazia. Nel frattempo, i governi che si sono succeduti hanno tutti realizzato le stesse politiche economiche, facendo arricchire i grandi gruppi finanziari e presentando il conto della crisi esclusivamente alla parte più indifesa dei cittadini.

Le difficoltà economiche dell’Occidente sono ovunque serie. Ma soltanto l’Italia, tra i Paesi europei, ha sposato al 100 per cento la filosofia iper liberista cara alla destra americana. L’iper liberismo è diventato addirittura un dogma, propagandato senza spirito critico da tutti i mass media, accettato dal governo di destra nato dalle elezioni del 1994, come era naturale, ma anche dal governo sostenuto dalle sinistre che lo ha sostituito. Il ministro del Tesoro Dini e il presidente del Consiglio Dini, almeno in questo, si sono dimostrati assolutamente coerenti.

Iper liberismo ha significato abbandonare il Mezzogiorno a sé stesso, senza preoccuparsi dei livelli esplosivi cui è giunta la disoccupazione. Iper liberismo ha significato criminalizzare prima e smontare poi il sistema di sicurezza sociale costruito dai socialisti e dal centro sinistra a partire dagli anni ‘60, riducendo continuamente l’assistenza sanitaria e pensionistica pubblica.Ha significato comprimere i salari reali e aumentare l’insicurezza per il posto di lavoro. Ha significato consentire lo smantellamento di quelle piccole aziende commerciali e artigiane che vengono messe in crisi dalla macchina fiscale, dai supermercati e dai grandi gruppi, ma che costituiscono un freno alla disoccupazione, una preziosa rete di servizi e di aggregazione sociale.

Iper liberismo ha significato privatizzare le aziende pubbliche non valutando la convenienza caso per caso, ma per pregiudizio ideologico. E’ accaduto così che le banche pubbliche sono state vendute a prezzi stracciati ai grandi gruppi intorno a Mediobanca e Fiat, aumentando il loro, strapotere e la concentrazione monopolistica. E’ accaduto e accadrà che nei settori chiave per la ricerca scientifica, la tecnologia e l’energia, l’Italia venga colonizzata dal capitale straniero, il quale chiude le attività meno lucrose senza preoccuparsi dell’occupazione, porta all’estero le attività di direzione e di ricerca più sofisticata, relega l’Italia nel ruolo di Paese di serie B.

Ciò è particolarmente grave specialmente nel momento in cui l’immagine negativa dell’Italia nel mondo e il ciclone di tangentopoli sul sistema dei lavori pubblici hanno bloccato gli investimenti sul territorio nazionale, precipitando nella crisi l’edilizia, e privato nel contempo il Paese dei mercati internazionali sui quali si era affermato. L’impoverimento dell’Italia, l’aumento della disoccupazione, la compressione dei redditi da lavoro dipendente e autonomo risulta evidente a tutti nonostante la propaganda di regime sui giornali e sulle televisioni. E d’altronde, questa politica iper liberista all’americana non sarebbe stata possibile in Italia senza una sostanziale sospensione della democrazia e la delegittimazione del Parlamento, che ha lasciato mano libera ai sedicenti tecnici. Sino a che non sarà restaurata una piena democrazia sarà perciò difficile risalire la china. Dalla destra come dalla finta sinistra, continueranno a essere realizzate esattamente le stesse politiche economiche, che non risolvono, ma anzi aggravano la malattia. Non per caso, destra e finta sinistra si accusano reciprocamente di avere copiato il programma economico dell’altra.

Le risse tra i due poli sulle tasse, sugli immigrati o su altro sono soltanto sceneggiate prive di sostanza. La sostanza è, ad esempio sulle tasse, che i ministri delle Finanze di Berlusconi e Dini, nei fatti, non si sono differenziati in nulla. La sostanza è, ad esempio sugli immigrati, che la legge Martelli risultava equilibrata, simile a qualunque altra normativa europea, e che soltanto l’inettitudine crescente dell’apparato dello Stato ha impedito di farla funzionare, cosi come impedirà di funzionare a qualunque altra legge. Ma la concorrenza per i lavoratori italiani non è rappresentata dagli extra comunitari che stanno in Italia. E’ costituita dagli extra comunitari che stanno al loro Paese. E che, poiché costano un decimo degli italiani, e poiché il capitale è senza frontiere e, attirano fabbriche e investimenti, a cominciare da quelli delle grandi aziende italiane finanziate con decine di migliaia di miliardi dallo Stato, prodigo nei loro confronti di interventi assistenziali mai denunciati da quella stessa stampa che si dimostra invece sempre pronta ad aggredire le spese sanitarie o pensionistiche. La deindustrializzazione dell’Italia proseguirà, sino a che il costo del lavoro decuplicato, come in tutti i Paesi avanzati, rispetto ai Paesi del terzo mondo non sarà compensato da un surplus di ricerca scientifica, tecnologica e cultura. Un surplus che soltanto la scuola e l’università, se non si trovassero in una crisi sempre più grave, potrebbero fornire ai giovani.

I socialisti torneranno ad avanzare proposte analitiche e concrete quando torneranno a esistere. E tali proposte non potranno che assomigliare a quelle indicate dei socialisti europei. I quali respingono sia l’iper liberismo all’americana, sia lo statalismo di derivazione comunista e marxista. Seguono pragmaticamente una via europea che ha dato a tutti i Paesi dell’Unione, e anche all’Italia, il massimo di giustizia e di benessere mai raggiunto nella loro storia, e nella storia dell’umanità. Naturalmente, la propaganda dei mass media tende ad attribuire agli sperperi della prima Repubblica le difficoltà economiche, enfatizzando il debito pubblico accumulato dallo Stato.

Osserviamo che non i militanti socialisti, bensì Prodi, Ciampi e Dini erano rispettivamente presidente dell’Iri, governatore e vice governatore della Banca d’Italia nella esecrata prima Repubblica, e che loro innanzitutto, oggi campioni del rinnovamento, avrebbero dovuto conoscere e denunciare la situazione, ove ciò fosse stato necessario. Ma la criminalizzazione del passato per nascondere gli errori del presente non regge alla eloquenza delle cifre e sempre meno inganna i cittadini. Dal 1983 al 1987, ad esempio, il governo Craxi ridusse l’inflazione dal 16 al 6 per cento. Nel contempo i salari reali, sia al netto che al lordo del prelievo fiscale, aumentarono più di qualunque altro Paese industrializzato. Il marco valeva, all’inizio del 1987, 700 lire, non oltre 1100; il dollaro valeva 1280 lire, non oltre 1550. Il debito dello Stato era di 766 mila miliardi, non due milioni di miliardi come adesso. D’altronde esso non era, come in parte non è neppure ora, una tragedia nazionale. Infatti si trattava e in parte si tratta, di una partita di giro, ancorché viziosa. Lo Stato italiano è indebitato non con l’estero, come il Brasile o la Polonia, ma con i suoi stessi cittadini. Non abbiamo consumato risorse che mancavano, caricando di debiti i nostri figli. Semplicemente, lo Stato ha speso troppo, i cittadini hanno guadagnato quanto bastava per risparmiare molto e hanno pertanto prestato i soldi allo Stato. Quando si poteva e si doveva correggere ciò che era da correggere, comprimendo a poco a poco, senza drammi e allarmismi, il debito, la paralisi prima e il crollo poi del sistema politico hanno condotto alla crisi.

La politica estera

L’Italia semplicemente non ha più politica estera e non esiste più come protagonista sulla scena internazionale, anzi, rischia di vedere il Nord riassorbito dall’area del marco e dalla egemonia tedesca, come ai tempi dell’impero austro-ungarico, e il Sud nell’area del sottosviluppo. L’Italia è rimasta incredibilmente assente nella crisi della ex Jugoslavia, che pure avrebbe dovuto riguardarla più di chiunque altro. Si sta isolando dall’Europa per evidente incapacità a rispettare i criteri troppo rigidi imposti dal trattato di Maastricht.

I suoi governi ricercano in modo servile il consenso delle grandi potenze, e innanzitutto dagli Stati Uniti. Nel contempo, manifestano velleitarismi che li rendono ridicoli e inaffidabili persino presso gli amici o gli alleati tradizionali. Così è accaduto quando l’Italia, unico Paese occidentale, forse per accontentare i coniugi Ripa di Meana, ha duramente aggredito polemicamente la Francia per i pur criticabili esperimenti atomici. O quando il Presidente Scalfaro ha aspramente polemizzato con le Nazioni Unite e con i Paesi, Stati Uniti, che esitano a sostenere la spesa dell’organizzazione internazionale. D’altronde, non giova alla prudenza politica italiana la distruzione dei partiti politici democratici e quindi dei legami che i socialisti e i democristiani sviluppavano in modo proficuo, rispettivamente, con i partiti socialisti e democristiani europei, usando anche la credibilità e le relazioni personali dei loro leaders.

In questo quadro, appare patetica l’insistenza strumentale sulla necessità di avere un governo stabile durante il periodo della presidenza italiana all’Unione europea. E appare assolutamente ininfluente il ruolo del governo Dini. Non sarà possibile alcuna politica estera sino a che non si ritornerà alla politica, alla piena democrazia e alla stabilità.

Tuttavia la storia corre in fretta e l’assenza dell’Italia in anni decisivi costituisce un danno irreversibile. Occorrerebbe rafforzare e riprendere la tradizionale politica che ci aveva reso un interlocutore affidabile e ascoltato. Siamo per la unità non soltanto economica, ma politica dell’Europa, e di una Europa dotata di forza militare autonoma. Siamo, all’interno dell’Europa, per il rafforzamento del ruolo caratteristico dell’Italia, un ruolo cioè di ponte verso i Paesi del Nord Africa e verso il Mediterraneo. In questo quadro, siamo per un paziente lavoro di mediazione e di distensione tra Israele e mondo arabo, un lavoro che i socialisti italiani, amici dei laburisti israeliani come di Arafat, hanno condotto con risultati tali da dar loro un grande merito per gli storici accordi intervenuti. Siamo per un mondo pacifico ma multipolare. Per questo, pur nella amicizia e nella alleanza con gli Stati Uniti, non auspichiamo che la finanza internazionale insediata a Wall Street pianifichi e omogeneizzi tutti i continenti, imponendo ovunque il modello anglosassone del liberismo puro. Il modello europeo ispirato alle conquiste socialdemocratiche e allo Stato sociale, è diverso. Altrettanto, va accettata la diversità delle altre grandi culture, da quella cinese a quella islamica.

Stefano Carluccio (Sistema proporzionale, assemblea costituente, 1996 - Numero 3)