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In questo numero: Storia di venti anni/5 - Numero del 2013-02-11



1999 - Numero 10
PERCHE' E' MORTO FALCONE?
Giancarlo Lehner

 

Visto che una recente interrogazione parlamentare di An ha sollevato il problema, mi pare giusto, rinunciando all’effetto sorpresa di un mio libro in preparazione, riferire alcuni dati sull’evento ferale che ha deciso la storia di questi ultimi anni.

Dopo la morte di Giovanni Falcone, le “Izvestia” del 26 maggio 1992 collegano immediatamente la strage di Capaci con l’inchiesta del procuratore russo Valentin Stepankov sui boss comunisti dell’Urss, i partiti fratelli e la mafia siciliana. E’ bene spiegare in sintesi il perché di tale collegamento. Dopo il crollo del Pcus, gli investigatori della Russia democratica scoprono che il “tesoro” del Pcus è letteralmente sparito: in luogo degli accertati 707 miliardi di rubli vengono rinvenuti solo pochi spiccioli. Come era stato possibile, in pochi mesi, far sparire una cifra così ingente? Semplice. Attraverso i partiti fratelli e i contatti mafiosi internazionali (nel Pcus regionale, quello dell’Azerbaigian, dell’Uzbekistan,etc e finanche nel CC del Pcus, il legame mafioso era organico e istituzionalizzato), il partito comunista sovietico aveva certamente inviato gran parte di quei fondi all’estero.  Gli investigatori russi individuano subito nell’Italia uno dei terminali di quel flusso (scrivevano le “Izvestia”: l’Italia faceva parte del ristretto numero di paesi in cui i soldi del partito e dell’Urss scorrevano a fiumi”).

Boris Eltsin, in visita in Italia nel dicembre 1991, chiede collaborazione alle autorità italiane. Come ripescare il denaro riciclato nella Penisola? Il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ricambiando la visita nel marzo 1992 affronta di nuovo il problema col leader russo. L’unico magistrato italiano che dà peso alla cosa è Giovanni Falcone, tant’è che si incontra subito col procuratore della Repubblica russa, Valentin Stepankov, a Roma. Cossiga stesso favorì l’incontro. Falcone si mostra “sensibile” e per niente sorpreso, forse perché si era già imbattuto, nel procedimento contro il capo mafia Michele Greco, in situazioni che potevano far sospettare di un nesso mafia-pci-cooperative rosse. In più era stata prospettata l’ipotesi che l’omicidio del dirigente comunista Pio La  Torre potesse ricercarsi all’interno dell’area comunista siciliana.

Tesi questa rilanciata anni dopo da padre Ennio Pintacuda: “Bisogna riaprire il capitolo dei delitti dei primi anni ottanta, perché i mandanti dell’omicidio di Pio La Torre non sono solo nella “cupola” di Cosa Nostra. Così come per la morte di Michele Reina e Pier Santi Mattarella ...va approfondita una pista interna alla consociazione politica che dominava la Sicilia, coinvolgendo anche il Pci” (11 giugno 1996).

Torniamo al 1992. Vengono concordati tra Falcone e Stepankov nuovi incontri e pianificata la strategia investigativa. Ma Falcone è ormai al ministero. Serve un magistrato ancora in prima linea. Stando alla testimonianza resa pochi mesi fa a chi scrive dal procuratore russo, Falcone ne parla a Borsellino.  Scrivono le “Izvestia”: “ L’Italia non era scelta a caso per gli investimenti del partito. Le strutture della mafia molto sviluppata, la posizione di forza dei comunisti locali, i solidi contatti stabiliti da tempo, tutto ciò prometteva grandi profitti agli investigatori del Pcus”.

Anche il “Corriere della Sera” del 27 maggio 1992 riporta la notizia: “ tra la fine di maggio e i primi di giugno, Falcone sarebbe dovuto venire a Mosca per coordinare le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del Pcus. La notizia è stata pubblicata ieri con risalto da Izvestia, secondo cui l’omicidio del magistrato “ può avere qualche legame con gli avvenimenti in Russia”. Secondo il quotidiano, solitamente attendibile, Falcone sarebbe stato incaricato di coordinare le indagini sul riciclaggio dei fondi del Pcus in Italia, “ su invito dell’ex presidente Cossiga”. Il magistrato ucciso, scrive ancora Izvestia,” lavorava in coordinazione con la brigata speciale che si occupa della medesima indagine a Mosca”. Da mesi, la questione dei fondi trafugati dal Pcus all’estero prima del crollo del regime appassiona l’opinione pubblica sovietica. E l’Italia, secondo Izvestia,” faceva parte del ristretto numero di Paesi cui i soldi del partito e dello Stato sovietico scorrevano a fiumi: solo negli anni ‘70, sei milioni di dollari erano trasferiti annualmente dal Politbjuro come “aiuto fraterno”. “ Non è escluso - scrive Izvestia- che i soldi del partito e dello Stato fossero pompati nelle strutture occulte italiane per altre strade: attraverso Paesi terzi, sotto forma di tangenti per contratti vantaggiosi, e come profitti derivanti dal traffico illegale di oro e di altri preziosi...Secondo Izvestia, già alla fine dell’anno scorso, il procuratore generale della Russia, Valentin Stepankov, aveva incontrato Giovanni Falcone a Roma. I due” si scrivevano costantemente, concordavano incontri di persona, e pianificavano azioni dei giudici italiani e russi... Il giornale adombra l’ipotesi che i miliardi trafugati dal Pcus in Italia potessero essere riciclati in imprese legali, ma anche e sopratutto attraverso canali mafiosi.”

Il 12 giugno 1992, un altro autorevole giornale russo “Argumenty i Facti”, pubblica un’intervista all’ex magistrato antimafia russo Telman Gdlian. Falcone - dice Gdlian - era atteso (pochi giorni dopo dalla strage di Capaci) a Mosca, una visita la sua certamente “indesiderata dalle due mafie”. Gdlian aggiunge che Falcone, nell’indagine sui fondi del Pcus giunti in Italia, era particolarmente interessato a un traffico di droga proveniente dall’Asia centrale dell’Urss e rivenduta in Italia. Da notare che, secondo Gdlian, i proventi erano sistematicamente reinvestiti in Italia anche in forma di aiuti politici.

Lo stesso Valentin Stepankov, appresa la notizia della morte di Falcone, non ha esitato a dichiarare che gli assassini di Falcone, o meglio, i loro mandanti vanno ricercati tra coloro che guardavano con terrore all’inchiesta più esplosiva del secolo: Pcus, mafia e partiti fratelli. Anche se l’inchiesta si fosse arenata, è facile immaginare l’effetto devastante per i comunisti italiani, più del crollo del muro di Berlino o della fine del Pcus, di un solo mese di notizie di stampa e tv su una simile pista investigativa. Comunque, venuti a mancare Falcone e Borsellino, nessuno si curò più di dare una mano alla Procura russa.

I magistrati romani, che pure si recarono a Mosca, in luogo del povero Falcone, parlarono sopratutto dei finanziamenti del Pcus al Pci, cosa assai diversa, semmai un semplice corollario del problema: la scomparsa del denaro del Pcus, in parte defluito in Italia. Del resto, una Carla Del Ponte spunta fuori quando c’è da perseguire i borghesi, i capitalisti e i non comunisti, mentre pare sia quasi impossibile trovare una altrettanto determinata quando la pista è vermiglia.

A Mosca, naturalmente, ma sono voci, si sono fatti nomi e cognomi di banche e, inoltre, sono sempre voci, si è alluso pesantemente alle ruberie da parte dei “fratelli” occidentali, i quali avrebbero sì investito i soldi della Casa Madre, ma facendo “creste” macroscopiche, succhiando di nuovo il sangue alla buonanima del Pcus. Un anno fa, tanto per mettere le mani avanti, il tema è obiettivamente pericoloso, annunciai attraverso una rivista, che stavo, sia pure faticosamente, lavorando su una traccia politicamente assai scorretta a proposito della strage di Capaci. Un’eminente personalità, dopo pochi giorni mi chiamò, confermandomi che i miei dubbi e quelli dei magistrati russi erano legittimi. Mi promise anche di farmi avere la “prova” che effettivamente Giovanni Falcone doveva recarsi a Mosca nei primi giorni del giugno 1992. Quella “prova” lui, l’eminente personalità, l’aveva vista coi suoi occhi e toccata con mano. Si tratta credo del telegramma giunto alla Farnesina con il giorno e l’ora del ”rendez vous” moscovita tra Falcone e il procuratore russo. Ho atteso circa un anno e sono tornato a far visita all’eminente personalità. L’ho trovata costernata. Aveva fatto cercare quella “prova”, ma non si era potuta ritrovare. Sparita. Compresi in quel momento avrei dovuto rinviare ancora il completamento del libro sulla strage di Capaci, in attesa di raccogliere pazientemente - in perfetta solitudine e con le mie povere forze - tante altre e necessarie pezze di appoggio. Sperando, ovviamente, più in qualche “riapertura” degli archivi russi, che nella voglia di verità delle istituzioni italiane.

A Mosca del resto si dice - sempre di voci si tratta - che la chiusura degli archivi sia stata determinata da certuni ministri occidentali, un italiano fra tutti, che ricattarono economicamente - siamo alla fine del 1993 - Eltsin. Tu chiudi questi maledetti archivi e noi apriamo la borsa.