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In questo numero: L'Europa spiazzata dal "caso Italia" - Numero del 2013-02-25



L�addio di un papa ingombrante
LA VITTORIA DI MACHIAVELLI
Mario Vargas Llosa

 

“Non so perché le dimissioni di Benedetto XVI abbiano destato così grande sorpresa”. In un pezzo apparso su El Paìs, Mario Vargas Llosa, il grande scrittore peruviano-spagnolo, premio Nobel per Letteratura nel 2010, racconta il suo disincanto e il suo rammarico davanti alla scelta di Joseph Ratzinger. Il Papa, scrive Vargas Llosa, ha in questi otto anni compiuto degli sforzi immani per adattarsi a un ruolo pubblico e sovraesposto contrario al suo temperamento e alla sua vocazione. Abbandonando il potere assoluto quasi con naturalezza ha dimostrato di disprezzare il potere in sé. Una rarità assoluta di questi tempi.

In una epoca nella quale le idee e i ragionamenti contano molto meno dell’immagine e dei gesti, Ratzinger è stato l’anacronistico esponente di una specie in via di estinzione: l’intellettuale. Nei suoi tre volumi dedicati a Gesù di Nazaret, nella sua piccola autobiografia, come nelle sue tre encicliche - soprattutto in Spe Salvi, dove analizza la natura bifronte della scienza come grande, ma insidioso, arricchimento per la vita umana – traspaiono un vigore dialettico e una eleganza espositiva che spiccano nella messe di scritti convenzionali e ridondanti che si producono solitamente in Vaticano.

Gli è toccato gestire il periodo più duro nella storia millenaria del Cristianesimo, segnato dalla secolarizzazione della società ma anche dall’esplodere dei grande scandali della pedofilia e della corruzione nelle alte sfere della finanza vaticana. Il furto di documenti riservatissimi perpetrato dal maggiordomo e confidente del papa, Paolo Gabriele, ha scoperchiato un mondo di lotte, faide e intrighi tra le diverse fazioni di dignitari in seno alla curia romana. Uno stato di cose che Benedetto XVI ha tentato di contrastare e pacificare, ma senza risultati perché, ammette Vargas Llosa, la cultura e l’intelligenza non sono sufficienti per districarsi nel dedalo della politica terrena e per fronteggiare con successo il machiavellismo degli interessi dei poteri costituiti nella Chiesa. Non stupisce che L’Osservatore Romano abbia definito il pontefice come “un pastore circondato da lupi”.

L’uomo che abbandonerà il soglio di Pietro il 28 febbraio aveva fatto parte dell’ala più progressista della Chiesa durante il Concilio Vaticano II, quando difese la necessità di un dibattito aperto sopra i temi più svariati della modernità. In seguito, come Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (l’antica Inquisizione), si è allineato alle posizioni conservatrici, avversando duramente la Teologia della Liberazione e tutte le altre interpretazioni moderniste (ad esempio, l’ordinazione sacerdotale delle donne, l’aborto, il matrimonio omosessuale e persino l’uso del preservativo, che in passato era giunto a considerare ammissibile). Una svolta che rappresenta uno degli anacronismi insiti in quel grande anacronismo in cui si è trasformata la Chiesa Cattolica.

Quale il motivo di un simile ripensamento dottrinale? Ratzinger ha maturato negli anni la convinzione che se la Chiesa si fosse aperta alle riforme e alla modernità la sua disintegrazione sarebbe stata irreversibile e, invece di fondersi armoniosamente con la sua epoca, sarebbe entrata in un processo di anarchia e instabilità interna che ne avrebbe frantumato l’unità. Le sue fazioni avrebbero così seguito il modello, che Vargas Llosa definisce circense, di molte chiese evangeliche che stanno strappando fedeli a Roma nelle aree più depresse del mondo. Secondo Benedetto XVI, solo una stretta aderenza a tradizione e dogma potrà impedire una deriva di tal fatta.

Ma badino bene i non credenti a gioire delle dimissioni papali, considerandole una vittoria del progresso! L’uomo non rappresentava soltanto gli ambienti conservatori della Chiesa, ma anche la sua migliore tradizione, fatta di alta cultura rivoluzionaria, classica e rinascimentale, che, non dimentichiamolo, la Chiesa ha preservato nei secoli dentro i suoi conventi, biblioteche e seminari. Quella cultura che ha impregnato il mondo intero, rendendo possibile la fine della schiavitù, dando forma alle nozioni di uguaglianza, solidarietà e diritti umani e agevolando lo sviluppo del pensiero, dell’arte e della civilizzazione.

La decadenza e la mediocrità intellettuale della Chiesa, che hanno evidenziato la solitudine di Benedetto XVI, non sono soltanto alla base della sua scelta estrema, ma appaiono come inquietanti spie dello scarso peso attribuito dalla nostra triste epoca a vita spirituale, valori etici e cultura, conclude Vargas Llosa. (A cura di Fabio Lucchini)