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In questo numero: Deutsche Bank, conti in rosso e riciclaggio - Numero del 2013-04-11



Costituente per l'Italia
SE L'EUROPA DIVENTA UNA TRAPPOLA
Paolo Savona

 

Si susseguono le dichiarazioni sullo stato delle istituzioni europee comunitarie, alcune molto simili a un pentimento. Dire oggi che forse l'adesione all'euro è stata troppo frettolosa serve a ben poco, soprattutto se a gestire o solo suggerire che fare per uscire dalla "precipitazione" siano gli stessi autori o sostenitori della scelta non meditata.

Essi troveranno sempre motivi per difendere ciò che è stato fatto e quello che si va facendo "per evitare il peggio", ma non prendono atto che la china in cui l'Europa, e quindi l'Italia, va scivolando con queste scelte non si inverte. Bene ha fatto Pellegrino Capaldo a ricordare da queste stesse colonne quali fossero le "regole di ingaggio" dell'Italia all'Unione europea, invocandone il rispetto. Chi lo ha fatto a tempo debito è stato emarginato e ha lasciato all'antipolitica il compito non di chiedere il rispetto dei patti, ma l'uscita disordinata dagli stessi.

Ancora più grave è il silenzio con cui è stata circondata l'analisi di Giuseppe Guarino sull'illegalità di alcuni provvedimenti comunitari presi dai capi di Stato della Ue, ultimo tra essi quello che va sotto il nome oscuro, ma dagli effetti tragici, di fiscal compact. Dire che siamo guidati da uomini ammantati di potere democratico a livello nazionale e sovranazionale non cancella la perdita della natura di Comunità di popoli retta dal diritto e l'essere ridiventati sudditi di poteri non facilmente individuabili. Le élite gioiscono per questa evoluzione e al popolo stordito non resta che una reazione di scomposta protesta che non lo toglie da questo status inaccettabile.

Il professor Capaldo – che avrebbe ben figurato tra i dieci "saggi" recentemente nominati dal presidente della Repubblica, almeno per la sua conoscenza del problema dei problemi, quello del debito pubblico – ha giustamente sostenuto che «quel che stiamo facendo è sbagliato, drammaticamente sbagliato» e «che ci stiamo costruendo da soli una trappola mortale».

Ciò accade certamente perché l'Italia ha offerto il fianco con i suoi errori di governo, ma la trappola è quella dei meccanismi istituzionali denunciati dal professor Guarino. Non vi è una realtà da considerare indipendentemente dal diritto nascente dai trattati europei. Se la tesi di Guarino non viene contestata – e lui aspetta ansioso chi vorrà farlo – non c'è realpolitik che tenga.

Per evitare la trappola mortale occorre riformare l'architettura europea affinché possa produrre ciò che aveva promesso e stabilito per trattato. Non è solo l'articolo 126 di cui parla Capaldo, ma anche il più chiaro ed esaustivo articolo 2 (nonché ibis e iter) del Trattato di Lisbona, i cui contenuti devono essere rispettati, riportando nell'ambito della legittimità le scelte fatte e quelle che si faranno. Altrimenti rimarremo in quella che Giovanni Papini, padre di tutti gli stili critici, definirebbe «baccanali di lirismo idealista».

Nella mia "Lettera agli amici tedeschi" – amici nei quali ancora confido e non solo per mera convenzione – ribadisco che abbiamo bisogno del mercato comune, che richiede l'euro per essere tale, ma che va completato con un assetto giuridico di Stato federale, perché altrimenti non sopravvive. E, semmai sopravvivesse così com'è, come sta accadendo, sarebbe una trappola mortale per tutti noi, come giustamente sostiene Capaldo.

Se vogliamo veramente muovere verso una definizione dei compiti sussidiari dell'Unione, il passo urgente da compiere – urgente da domani – è la nascita della scuola europea e la scelta della lingua ufficiale. Sarebbe la cartina da tornasole della volontà di procedere verso un'Europa unita.

Abbiamo bisogno di una costituente che decida subito il da farsi, ma soprattutto che individui se è possibile fare ciò che deve essere fatto, altrimenti, come estrema ratio, non resterebbe altro che decidere insieme un'uscita ordinata e governata dagli accordi presi, perché non possono essere ottemperati o perché non lo si vuole. Da parte nostra, come di altri. Allontaniamo dalla politica gli illusi e coloro che sanno solo proporre di distruggere e non correggere ciò che è stato fatto. (Da “Il Sole 24 Ore” del 2 aprile 2013)