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In questo numero: PD tra "voltagabbana" e "sovversivi" - Numero del 2013-05-09



Formica sull'editoriale di Repubblica
LETTERA A EZIO MAURO
Rino Formica

Caro Direttore,

il Suo editoriale su la Repubblica del 30 aprile scorso ha il merito di riflettere con sguardo strategico sulla “fase” che il Paese sta costruendo. Diciamo “costruendo” perché se le fasi, quelle politiche e relative ai rapporti sociali, si costruiscono e non semplicemente si attraversano passivamente, nel senso del segno di consapevole volontà e capacità che i soggetti protagonisti sanno imprimervi, allora il Suo editoriale è certamente costruttivo e non solo di lucido commento. Lei con il suo quotidiano lavoro sta contribuendo a costruire una Sinistra, oggi sparsa in tanti frammenti e umori, da unificare non tanto rinunciando alla “pluralità” (che, sia chiaro, è sempre una “risorsa”) da riportare, nel suo nucleo centrale, ad un centro di gravità del quale sia chiara la forza d’attrazione politica e ideale. Per intanto si vorrebbe una Sinistra assai diversa da quella che ha “perso vincendo” e che è stata costretta a piegarsi a un “governo di necessità” come Lei definisce il governo Letta, e poi, con un supplemento di supplizio, ha dovuto piegarsi allo stato di eccezione, anzi a una “soluzione eccezionale”, per usare sempre le Sue parole.

Ma veniamo al punto: come definire l’attuale fase, in che modo va configurandosi? La Sua tesi è che la categoria dell’ “eccezione” non è sufficiente a convogliare e denominare l’insieme dei flussi che agitano il Paese. Anzi, il sostrato oggettivo dell’ “eccezione” (il convergere delle crisi in un’unica energia dirompente) rischia di occultare il vero disegno soggettivo che la muove. Lei scrive: “Il punto in discussione è il tentativo ormai evidente, sistematico, insistito e molto diffuso di vendere un’alleanza di emergenza come uno stato d’animo del Paese, trasformando un governo di necessità in un’opportunità culturale per rimodellare la vicenda storica di questi anni. L’operazione cambia le carte in tavola, e assume un unico punto di vista –quello della destra, con le sue convenienze- come fondamento oggettivo della nuova fase”.

Siamo, dunque, seguendo il Suo ragionamento, dentro una svolta, dentro un vero cambio di fase, anzi dentro un cambio di statuto democratico del Paese. Un Paese che si è sempre riconosciuto, a partire dalla fase costituente, in un amico-nemico della democrazia, in una Destra (a volte di testimonianza, a volte coincidente con il moderatismo e conservatorismo nazionale, altre ancora incardinata nel grande corpo della Democrazia cristiana) e in una Sinistra che è stata grande e vincente solo quando ha sviluppato la propria “diversità”, rifiutato le ambigue “socialdemocratizzazioni” e soprattutto quando ha alimentato l’antifascismo, inteso non come tavola generale di valori democratici da immettere nella cultura politica di un Paese povero di storia nazionale e di esperienze di democrazia, ma come “sintassi” della vita democratica e istituzionale del Paese, come legge bronzea della politica.

La Sinistra che si piega a questo nuovo “principio di realtà”, vale a dire alla realtà dalla quale muove un bisogno di pacificazione, di unificazione, di sentimento comune, di collaborazione Sinistra-Destra è, per Lei, una Sinistra destinata a cambiare, cioè a perdere.

Ma Lei dimentica che il quarantacinquennio primo-repubblicano è stato dominato da un principio di realtà (la democrazia bloccata) il quale ha dato luogo ad un altro principio, al principio di verità (la Costituzione “più bella del mondo”), non meno dannoso di quello da Lei esecrato. A difesa di quella realtà si organizzarono forze così potenti da sconfiggere il disegno moroteo di allargamento della democrazia, che confidava e tenacemente lavorava per una occidentalizzazione del PCI e un superamento del centrismo, oramai minoritario nella rappresentazione della complessità nazionale. Si unirono forze così aggressive e plurime da sconfiggere un impreciso ma determinato disegno socialista craxiano di “riequilibrio” a Sinistra.

C’è il sospetto, in conclusione, che quelle stesse forze, rinnovate nella tattica ma non nella strategia, siano oggi in azione per bloccare lo sgangherato e contraddittorio disegno berlusconiano di ricostruzione di una Destra di governo (vera “rupture” nella storia unitaria della repubblica), disegno da reimpostare per linearità e coerenza nel quadro di un centrodestra di tipo europeo se la Destra sarà capace di autoriforma, ma non colpire perché contrario a quel “principio di realtà” che si vorrebbe contrapposto al nuovo.

Quello che invece non è chiaro seguendo il filo logico del Suo ragionare è su quale prospettiva storico-politica oggi si colloca la Sinistra. Dico prospettiva storico-politica per intendere i caratteri fondamentali irrinunciabili di una forza politica, senza i quali le ragioni di realtà e di necessità che possono portare alle collaborazioni tra diversi, inevitabilmente finiscono in inciuci. E’ del tutto evidente che una Sinistra, come quella in corso in Italia, che ha pervicacemente rifiutato la socialdemocratizzazione, la promozione di processi revisionistici al proprio interno, la piena occidentalizzazione del sistema politico è costretta a marcare la propria identità sul piano “morale”, un piano –come sappiamo- assai sdrucciolevole che, se non controllato, può degenerare in razzismo ideologico se non antropologico. Su questo punto converrà ritornare. Riflettere cioè sulla sostituzione (o confusione) della “questione politica” con la questione morale, del problema del carattere storico-politico del ruolo della Sinistra in Italia con la superiorità morale di una parte del Paese.  

Nelle differenze culturali sta il bene del Paese”. Con questo concetto Lei chiude il Suo editoriale. Quando però le differenze culturali fissano gli antagonismi di un Paese e le “differenze sostantive” non riescono a sciogliersi in una dialettica di alternativa politica, che può anche prevedere passaggi normali di collaborazione tra diversi, quelle “differenze” diventano la maschera ideologica per bloccare il più difficile e tormentato tentativo di unificazione politica e civile del Paese. E non può essere un caso (non lo è certamente per noi) che la via nazionale alla normalizzazione democratica sia oggi tentata da una figura storica della tradizione del comunismo italiano, qual è Giorgio Napolitano, e non sarà certamente per caso che da questo punto di svolta una nuova Sinistra dovrà ripartire.