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In questo numero: I Governi non riformano lo Stato - Intervista a Tremonti - Con Epifani svolta laburista nel PD? - Numero del 2013-05-24



Intervista a Giulio Tremonti e un editoriale dell'Economista: "Sonnambuli"
"RISCHIAMO IL COLLASSO, IL VERO SPREAD E' SOCIALE"

 

 

 

"Il fallimento di uno Stato sul proprio debito sovrano nell'Eurozona deve essere possibile perassicurare una disciplina di mercato". E' questa l'opinione di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank e consigliere della BCE secondo quanto riferisce il Sole 24 Ore.
"Nel lungo termine - ha detto ad un convegno monetario organizzato dalla Banca di Francia - dobbiamo assicurare che sia possibile il fallimento di uno Stato. La possibilità di un "default" è un elemento chiave per la disciplina di mercato. E' per questa ragione, ha continuato Weidmann, che l'Eurozona sta lavorando sulla regolamentazione finanziaria e per la creazione dell'unione bancaria che spezzerà il legame tra le banche e il debito sovrano del proprio Paese".
Le clamorose dichiarazioni del capo della Banca centrale tedesca nel giorno in cui l' andamento dei mercati segnala che si sta ritracciando tutto, sono due PROVE DEL NOVE su quanto il Giulio Tremonti prevedeva solo lunedì scorso in un'intervista al Corriere della Sera che pubblichiamo oggi (accompagnando l'analisi con una ampia scheda di proposte per una svolta che metta in sicurezza il nostro Paese).
Tremonti nell'intervista metteva in guardia dal pericolo dello scoppio della bolla di liquidità e puntava il dito sul programma Bail-in per il quale in caso di crisi del debito, non saranno più gli Stati, ormai esausti, a pagare (vedi vignetta dell'Economist), ma direttamente i correntisti e i risparmiatori (vedi Cipro). Waidmann ne spiega senza peli sulla lingua la filosofia sottostante: separando Stati dalle Banche i primi potranno falllire, tanto i soldl li metterano i clienti degli Istituti.

 

Ecco il testo dell'Intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo da Tremonti nell'edizione di lunedi 20 maggio del Corriere della Sera

 

Professor Tremonti, che fine ha fatto?

«Sono spesso all’estero, a cercare materiale per il libro che scriverò quest’estate. E quel che vedo mi ricorda la “Montagna Magica”, simbolo del presente e del rischio che ci sovrasta”.

A quale rischio si riferisce?

«Dappertutto e tutti stiamo salendo, in un misto tra estasi, euforia ed incanto, su di una montagna di carta. Un corteo guidato da guaritori, sciamani, alchimisti, stampatori. Fatta con carta moneta di vecchio stampo, con la plastica, con i computer, è una montagna che giorno dopo giorno cresce esponenzialmente. Negli Anni ‘80 la massa finanziaria internazionale era più o meno uguale a 500 miliardi di dollari. A ridosso della crisi, la massa finanziaria globale era già arrivata a 70 trilioni di dollari. Da ultimo, tra America, Inghilterra, Giappone, Corea ed Europa si sono aggiunti altri 12 trilioni, su cui si possono fare leve, arbitraggi, futures, incantesimi, magie. Possiamo così calcolare di aver superato i 100 trilioni. Una grandezza fantastica. Per sdrammatizzare vengono in mente i fantastiliardi di zio Paperone».

Sta dicendo che le banche centrali stanno immettendo troppa liquidità nel sistema?

«Il mondo occidentale ha superato il concetto di limite. E’ uscito dai confini dell’esistente, per entrare in una nuova dimensione che non è materiale né reale, ma surreale, totalmente ignota, e quindi meravigliosa. Negli anni 60 la dottrina economica era quella dei limiti allo sviluppo. Adesso la dottrina economica è “no limits”: non ci sono limiti allo sviluppo della moneta. Nel vecchio mondo la ricchezza era fatta da beni di Dio: il ferro, l’oro, il grano, il petrolio; come contropartita, più o meno alla pari, avevi la moneta. Ora la finanza è uscita dai confini dell’esistente fisico e si sta auto generando. Non è la prima volta. La storia non si ripete per identità perfette, ma è quando si entra nell’ignoto che si può inventare. Quando iniziano le grandi esplorazioni, si creano la bolla dei mari del Sud e la bolla della Louisiana, terra di presunte illimitate ricchezze. Poco dopo, con il crollo della Banca Reale, c’è il crollo dei Re di Francia”».

John Law, il fondatore della Banque Royale, ai tempi della reggenza di Filippo d’Orléans. Ma cosa c’entra?

«Il crollo della sua banca segnò la fine di un’epoca. Ora stiamo replicando quella storia. Nella “Montagna Magica”, il gesuita padre Naphta dice che tutto finisce quando Copernico batte Tolomeo. Il sistema tolemaico, basato sulla centralità della Terra, era controllabile dall’autorità (divina). E, tuttavia, nel mondo di Copernico i corpi celesti sono comunque corpi materiali. Nel sistema celestiale della “Nuova Finanza” i corpi non ci sono più. Tutto metafisico, surreale, virtuale. Per la prima volta nella storia dell’umanità, si esce dai confini e dai limiti».

 

E’ già successo con la globalizzazione.

«Ma un conto è superare i confini, con la globalizzazione, un conto è superare la fisica con la metafisica. La metafisica è quella di una finanza che vive di vita propria, tutto domina e tutto determina. Un tempo gli Stati avevano la moneta; ora è la moneta che ha gli Stati. Ma la magia della moneta non è sempre positiva. E’ come nel Faust di Goethe: prima o poi le cambiali vengono alla scadenza».

A dire il vero, l’Europa rispetto alle grandi potenze non ha una banca centrale in grado di «battere moneta».

«E’ vero. Ma se guarda il bilancio della Bce, è quasi uguale a quello della Fed. Con una grande differenza: là hanno gli Stati Uniti d’America; noi qui abbiamo gli Stati relativamente divisi d’Europa. Bisanzio “style”, dal novembre 2011 si è creata in Europa una “quasi-moneta”. La Bce non può finanziare gli stati, ma finanzia le banche che finanziano gli Stati. Siamo dunque anche noi nel corteo che sale la montagna di carta. Il problema è di durata e di rischio».

Nel 2006 lei fece un’intervista che il Corriere intitolò “L’America rischia una crisi stile ’29”. Qual è il rischio adesso?

«Alla massa monetaria illimitata corrisponde una quantità di rischio illimitata o comunque indecifrabile. Tutto nasce con la globalizzazione: l’umanità moderna non ha mai conosciuto un cambiamento così forte in un tempo così breve. La crisi non è alle nostre spalle, ma ancora davanti a noi. Dalle grandi crisi si può uscire  con le guerre, come dalla crisi del ’29 uscirono Usa, Giappone e Germania. Oppure con la “grande inflazione”. In Cina si distruggerebbe il risparmio di decenni, destabilizzando il Paese. Potremmo avere un altro tipo di esplosione. Non esiste una matematica della catastrofe. Non esistono libri scritti su una cosa che non c’è ancora. Forse è il caso di cominciare a pensarci. Bernanke, il presidente della Fed, non è andato al G7 in Inghilterra ma a una conferenza a Chicago, dove ha detto: “Stiamo attenti alla prossima bolla”. Se lo dice lui!».

Intanto va detto che di questa montagna di carta alle piccole imprese italiane è arrivato ben poco.

«E’ vero, soprattutto in Italia e in Spagna, il credito non arriva alle imprese. Ma partiamo dal principio. Ricorda la metafora della crisi come videogame? Ogni volta che abbatti un mostro, ne appare un altro più forte. Il primo mostro è stata la megacrisi bancaria: crollano le megabanche globali; crollano la fiducia e il commercio mondiale. L’arma usata contro il primo mostro furono i bilanci pubblici».

Il secondo mostro è stato la crisi del debito sovrano.

«Appunto, di riflesso. Il debito pubblico americano è esploso. A fianco, si è cominciato a stampare moneta: dollari distribuiti dall’elicottero, o meglio dai computer: non più moneta fisica, ma impulsi elettronici. Il debito pubblico europeo è salito di colpo fino al 90% del Pil. Il paradosso è che l’enorme massa di soldi pubblici è andata alla finanza e non ai popoli. Per questo e per questi l’intervento pubblico non genera felicità, ma l’opposto, con l’austerità una forma nuova della crisi. Marx diceva: il comunismo sarà realizzato quando il denaro sarà a tasso zero. Ora siamo in effetti vicini allo 0,5, ma allo 0,5 il denaro non è per le famiglie con il mutuo, ma per le banche. Se vuole è un tipo nuovo di comunismo: il comunismo bancario. ».

E il terzo mostro?

«E’ nato dal fallimento di tutte queste politiche. E’ il crollo bilaterale dei bilanci pubblici e delle economie reali. Stanno male gli Stati e stanno male i popoli. Il terzo mostro è il collasso. Crisi sovrana da una parte e recessione dall’altra. Per un anno abbiamo parlato di spread finanziario. Adesso lo spread più rilevante è economico e sociale».

Lo spread è dimezzato rispetto ai giorni della caduta del governo Berlusconi.

«Lo spread è pur sempre a 260, nonostante l’enorme massa di liquidità! Nei primi tre anni di crisi, e senza immissione di liquidità, era a 120! Quando ha inizio la politica di liquidità, a cavallo tra 2011 e 2012, è già evidente in Europa il fallimento degli interventi anti-crisi: il denaro non circolava più neanche tra le banche, che non si fidavano le une delle altre. Per questo si introdusse un’enorme quantità di liquidità, di quasi-moneta. Fino al novembre 2010 la politica europea era disegnata su due livelli: sopra la responsabilità, sotto la solidarietà; sopra il controllo europeo dei deficit, ma sotto gli eurobond. Tutto crolla con la passeggiata di Sarkozy e Merkel a Deauville, i quali dicono: “Gli Stati possono fallire”. Ora, che gli Stati possano fallire è nella storia; ma che i governi ne annuncino il fallimento non è nella ragione. I due passarono dal piano politico a quella della prassi bancaria. Alla politica si sostituì la tecnica. E da noi la tecnica è stata applicata dal Governo Monti con tragico zelo».

Qual è la soluzione allora?

«La soluzione falsa,mascherata sotto il nome positivo di “Unione bancaria”, si chiama in realtà “Bail-in”. Il “Bail-in” è stato raccomandato dalla Bce ed è in discussione nel Parlamento Europeo. Le crisi bancarie prossime venture non saranno più a carico dei contribuenti, e ci si crede, dato il livello dei debiti pubblici, ma messe a carico dei “creditori” delle banche. Leggasi, a carico dei depositanti ovvero dei risparmiatori. Naturalmente si raccomanda che siano preservati i derivati, che sono il software della nuova moneta!».

Sta dicendo che, come a Cipro, si corre il rischio di un prelievo forzoso dai conti correnti?

«All’opposto, è quello che va evitato. Neanche con la salvaguardia dei 100.000 euro. Quando i padri costituenti discutevano sull’articolo 47 della Costituzione, Togliatti voleva scrivere che “la Repubblica tutela il risparmio popolare”. Einaudi e Ruini dissero di no, perché il risparmio è in sé un valore oggettivo. Per questo la Costituzione dice: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. Dobbiamo difendere la nostra Costituzione.».

Lei è stato ministro dell’Economia dal 2008 al 2011. Cos’avete fatto per evitare la crisi?

« Estero, Italia. Estero: se la crisi è epocale e globale – lo è stata, e lo è – puoi solo avvertire, ma al G7 sei 1 a 6, al G20 sei 1 a 19. Il Governo Berlusconi si è battuto per gli “eurobond” e per il “Global Legal Standard”, per limitare lo strapotere della finanza. Questo fu votato da tutti gli Stati dell’OCSE ed era il principio di una politica nuova».

Quel giorno a Parigi, il giorno di Ruby c’era anche Berlusconi

«Quel giorno fu un grande successo dell’Italia. Italia: perfino il Sole 24 Ore ha ammesso che nel 2010 “l’Italia stava come la Svizzera!”. Ma oltre ai dati economici, vorrei far notare un dato civile fondamentale: c’era ancora la coesione sociale, non l’angoscia collettiva che c’è adesso! Poi non c’è stata una crisi economica, ma politica, in Italia e da fuori. Habermas ha scritto che in Italia che c’è stato allora un dolce “coup d’état”. Ne ha fatto parte la lettera inviata all’Italia da Trichet e Draghi, nel 2011, imponendo l’anticipo del pareggio di bilancio, dal 2014 concordato in Europa, al 2013. Oggi tutti, quasi tutti, chiedono politiche espansive! E’ un’ironia che oggi, Italia su Italia, la lettera sia tornata, per la sua esecuzione proprio a chi l’ha scritta. Più in generale, in Europa, se si vuole vedere la luce, non il buio al fondo del tunnel, si deve tornare alla politica del 2010: bilancio “europeo”, ma eurobond».

Tra gli estensori del “Global Legal Standard” c’era anche Enrico Letta. Cosa pensa di lui?

«Sul Governo Letta mi sono astenuto politicamente. Personalmente lo stimo molto, sperando che non si limiti ad accarezzare i problemi».

 

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THE SLEEPWALKERS - I SONNAMBULI (dall'Economist del 24 maggio)

Un gruppo di sonnambuli che cammina ignaro verso il precipizio. È così chel’Economist vede i leader europei, da Angela Merkel ad Enrico Letta. “Forse non ve ne siete accordi – si legge nell'editoriale – ma questa settimana c’è stato un summit dell’Unione Europea”. Un meeting - nella lettura del settimanale finanziario - tra sonnambuli, che invece di affrontare il burrone verso cui si sta dirigendo l’Ue preferiscono raccontarsi la favola di una crisi già relegata al passato.

I leader europei – argomenta l’Economist – sembrano essersi dimenticati della crisi, e già non si parla più di dissoluzione dell’euro. In realtà, stanno marciando come sonnambuli verso l'orlo del precipizio. È il senso della copertina dell' Economist in edicola oggi, che mostra Angela Merkel in testa ad un drappello con Hollande, Rajoy, Barroso, Passos Coelho e Van Rompuy alla sua sinistra e Draghi, Letta e Samaras alla sua destra: tutti in marcia verso lo strapiombo. Titolo: "The sleepwalkers" (i sonnambuli, appunto). Sottotitolo: in attesa di un disastro europeo.

Nell'editoriale del settimanale economico britannico si osserva che in generale "la somma dell'indebitamento di governi, privati e imprese è ancora eccessivo", che "le banche sono sottocapitalizzate e gli investitori internazionali si preoccupano per le perdite ancora da determinare" e che se anche "gli interessi sono bassi, le aziende dell'Europa del sud soffrono per una crudele stretta creditizia".

L'Economist scrive anche che "i mercati finanziari sono stati anestetizzati da quando Mario Draghi ha promesso 'di fare qualsiasi cosa serva' per proteggere l'euro del collasso" e che la mossa del presidente della Bce ha dato sia tempo che mezzi per combattere la speculazione. Ma al contrario i leader politici non riescono a trovare una via di uscita per "riforme ordinate".

"E se i leader dell'eurozona inciampassero? Come il Giappone - conclude l'Economist - l'Europa sarà in ombra per gli anni a venire. Il costo sarà misurato in termini di disillusione, comunità sociali arrugginite e vite sprecate. Ma a differenza del Giappone, l'Eurozona non ha coesione. Per tutto il tempo che stagnazione e recessione stresseranno la democrazia, l'eurozona rischia un fatale rigetto popolare. Se i sonnambuli tengono alla loro valuta e alla loro gente, devono svegliarsi".

"Qualcuno chiami un'ambulanza per sonnambuli", invoca l'Economist. Il Prodotto Interno Lordo dell'Eurozona continua a restringersi, e il turbamento si sta espandendo anche a paesi chiave come la Finlandia e l'Olanda. Le vendite al dettaglio stanno calando. La disoccupazione, superiore al 12%, è un record, basti pensare chepiù di una persona su quattro in Spagna è senza lavoro. Nonostante i tagli alla spesa, i deficit restano persistenti e alti. Di fronte a un quadro così grave - osserva l'Economist - la calma ostentata a Bruxelles è un segno non tanto di convalescenza, quanto piuttosto di decadenza.

"Per il bene di tutti - si legge ancora nell'editoriale - i leader europei devono scuotersi dal loro letargo. Devono capire che se non agiscono, l'Eurozona rischia di andare in pezzi". "Dopo anni di crisi, la lista delle cose da fare è chiara". Il compito più urgente - sostiene l'Economist - consiste nel troncare il legame tra banche e governi troppo deboli per supportarle. Era questo lo scopo dell'unione bancaria approvata lo scorso anno. Ora che la pressione si è allentata, però, l'unione si è ritrovata intrappolata in una serie di tecnicismi. "Questo ritardo è altamente dannoso", avverte l'Economist. "Le banche europee hanno bisogno di fondi con qualsiasi strumento. L'America ha recuperato prima dell'Europa non solo perché è stata meno austera, ma anche perché ha riorganizzato le sue banche in maniera tale che potessero fare di nuovo dei prestiti".

L'immobilità dei "sonnambuli" non deriva certo dalla mancanza di cose da fare, prosegue l'editoriale, quanto piuttosto dalla mancanza della "volontà" di farle. L'Economist individua almeno due ragioni per questo immobilismo. Da un lato le elezioni di settembre in Germania. Dall'altro, il risentimento diffuso degli elettori europei verso i propri politici in generale e l'Unione europea in particolare. Spendersi per l'Ue, insomma, non sembra convenire troppo ai leader europei, che però così rischiano di piombare, bellamente, giù dal burrone.