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In questo numero: Un ministero dell'emigrazione - Numero del 2013-07-04



Ora sono gli imprenditori a partire
LETTERA ALLA CRITICA SOCIALE

Parliamo di due fratelli. Due ragazzoni fra i 40 ed i 50 anni di età, piccoli imprenditori veneti fattisi da soli. Ben assortiti in quanto uno  portato a vendere e l’altro a gestire la produzione. Dividendosi i compiti, nell’arco di una quindicina di anni di attività in proprio, sono passati dal sottoscala, a un modesto piccolo immobile in affitto, a un immobile in leasing di oltre cinquemila metri quadrati di dimensione, attrezzato con macchine moderne e con una grande capacità produttiva nel settore della lavorazione del tubo in acciaio. La loro crescita è stata costante e ininterrotta fino alla seconda metà del 2008. Poi, con lo scoppio della crisi della finanza globale è successo il finimondo. Se ne sono andate l’85% delle commesse.

Un disastro ingestibile in quanto l’azienda era, chiaramente, affidata per il livello raggiunto e per gli investimenti effettuati. Hanno lavorato duramente a una riconversione per passare dalle grandi serie che non esistevano più, o, per lo meno, non era più concorrenziale produrre da noi, ai piccoli numeri. Ai lavori di nicchia. In questo percorso hanno avuto periodi di successo e altri meno. Hanno, soprattutto, cercato di trovare un prodotto proprio, passando da conto terzisti a venditori in proprio.

Grazie a queste iniziative sono riusciti a restare aggrappati al loro sogno di fare gli imprenditori. Imparando anche le lezioni avute. Nel senso che, le produzioni delle nuove attività avviate, le hanno distribuite a terzi, per avere costi certi e flessibilità produttiva. Inoltre, si tratta di produzioni in settori totalmente diversi da quello storico. Con alti e bassi, ma riuscendo a recuperare redditività, hanno vissuto i quattro anni successivi. Dei 40 dipendenti, solo una decina sono stabilmente rientrati, mentre gli altri sono tuttora, e per fortuna, fino a fine 2013, in CIG in Deroga. Ma non hanno smesso di cercare il lavoro perduto.

La scoperta è stata l’impossibilità a competere sulle grandi commesse in quanto i nostri costi di produzione non sono competitivi rispetto a quelli esistenti in altri Paesi, anche vicini. Il costo dell’energia è fra il 30 ed il 50% più alto nel nostro Paese. Le imposte sul reddito incidono oltre il 75%, mentre, fuori le nostre mura, vanno dal 15 al 30% massimo. Ciò significa che loro producono utili che reinvestono, mentre noi, nelle situazioni migliori, possiamo pensare a sopravvivere. A mungere le aziende finché si può. Sapendo che le si accompagna verso la fine ineluttabile. Ho un cliente che viene da famiglia industriale storica italiana. Su 660 mila euro di utile, ante imposte, ne paga oltre 550 di imposte, appunto. Nel ventennio che va dal 1988 al 2008, ha mediamente investito oltre un milione di euro l’anno (con un fatturato medio di 15 milioni di euro). Oggi non investe più un euro, ma la sua azienda, che era punto di riferimento del settore a livello nazionale, è destinata a finire, fra pochi anni.

Ma torniamo ai nostri giovani veneti. In cerca di opportunità, si sono imbattuti in quelle associazioni che stanno cercando di portarci via le piccole e medie imprese. Avendo politici capaci, sanno benissimo che la crescita che costa di più è quella che si fa per acquisizione. Costa meno crescere acquistando aziende che creandole. Anche se le paghi bene. Per questo destinano somme per portarci via le aziende. Offrono loro i capitali per acquistare, con società residenti nei loro Paesi, rami d’aziende che abbiano capacità produttiva. Gli hanno offerto un capannone in affitto ed un finanziamento per acquistare i macchinari della loro azienda veneta. Quelli del ramo d’azienda che occupa 40 persone. Gli hanno fatto il piano industriale e procurato rapporti commerciali per riprendere a produrre in gran quantità, essendo tornati competitivi.

Ne hanno parlato fra loro e con i loro principali collaboratori, e, alla fine, hanno deciso di andare. Il fratello specializzato nella produzione ha anticipato le proprie ferie estive con la famiglia e oggi sta organizzando la carovana. Sì, perché, assieme a loro, fanno trasloco anche una quindicina di famiglie di dipendenti. Che non ne possono più di vivere di CIGS e di qualche lavoro in nero. In Italia resterà, per il momento, la nuova attività che non occupa mano d’opera diretta, in quanto prende i prodotti da fuori casa. In futuro si vedrà. Perché, una volta che si è messo un piede in altro Paese, se ti trovi bene non si sa mai.

Così, i Paesi vicini, come la Serbia, in questo caso, ma la Croazia, la Slovenia e la stessa Austria, ci stanno portando via la vera ricchezza. Che è data dalla voglia di creare impresa dei cittadini del Nord Est, che non hanno uguali al mondo. Che ha creato un’area ricca, con una ricchezza molto distribuita e con un benessere diffuso. Quel modello di sviluppo che non riesce a trovare una forza politica che ne comprenda l’enorme valore. Economico e umano. Un modello di sviluppo che coniuga il capitale finanziario con quello umano. Una frontiera di difendere con le unghie e con i denti dall’attacco del grande capitalismo finanziario che considera ricchezza il solo possesso dei soldi. Un modello, quest’ultimo, che speravo si fosse auto distrutto con la crisi del 2008, ma che, invece, si sta riproducendo e ricreando con ancora maggiore vigore. Basti guardare alla borsa americana, laddove i valori dei titoli sono ancora mostruosamente alti e completamenti avulsi dai valori veri e reali. I nostri politici, da Monti in avanti, hanno tutti operato contro il primo modello, creando i presupposti per la fuga delle imprese. (Lettera di Luciano Cagnata alla Critica Sociale)