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In questo numero: Un ministero dell'emigrazione - Numero del 2013-07-04



La delusione araba e il grande conflitto sciita-sunnita
CAOS IN MEDIO ORIENTE

La Primavera Araba è stata una parentesi ironica, soprattutto in Egitto. Altro che 1989 arabo! Guardando indietro, è davvero scioccante notare quanto poco di positivo le rivoluzioni abbiano prodotto. Il sollevamento libico ha portato alla fine di Gheddafi, ma lo ha rimpiazzato con l’incertezza. La ribellione siriana non ha deposto Bashar al Assad, ma ha scatenato una dura lotta tra il regime e un’opposizione prevalentemente islamista. Altrove, le proteste sono state contenute con facilità dai governi. L’ironia della Primavera Araba sta nel fatto che essa ha aperto la porta al malcontento popolare, dimostrando la realtà del malcontento stesso senza tuttavia iniziare a risolverne le cause e tantomeno avviare il cammino verso vagheggiate democrazie costituzionali.

Il caso dell’Egitto è particolarmente significativo. Dopo la deposizione di Hosni Mubarak nel 2011, la risicata vittoria dell’islamista Mohammed Morsi nel 2012 ha dimostrato che spesso il metodo democratico non garantisce risultati auspicabili dagli estimatori delle democrazie liberali. In questi giorni anche Morsi è caduto, vittima della sua impopolarità e dell’esercito, che dai tempi del golpe di Nasser nel 1952 è l’arbitro di ultima istanza della vita politica nazionale. Morsi oggi viene estromesso perché mai è riuscito a prendere davvero le redini della macchina di governo, in parte a causa della sua debolezza politica, in parte a causa dell’impreparazione dei Fratelli Musulmani per un ruolo di governo. A tutto ciò, si è unita la resilienza dell’esercito, primo agente di modernizzazione del Paese e in grado di resistere alla buriana del 2011 per poi ripresentare le sue credenziali politiche.

Ma non bisogna dimenticare “la piazza”. I leader dell’opposizione paiono supportare la democrazia costituzionale, ma è legittimo sospettare che i milioni scesi per le strade siano più interessati a cibo e lavoro che ai nobili principi del liberalismo. L’esercito ha saputo approfittarne. Da un lato, i militari hanno temuto il caos e sono intervenuti per ripristinare l’ordine, dall’altro essi storicamente mirano a tenere i Fratelli Musulmani lontani dal potere. Pertanto, la deposizione di Morsi e la sua sostituzione con un esponente dal background più laico e liberale sono sembrate naturali.

Il tutto lascia una sensazione di amara ironia che gli analisti del think tank americano Stratfor ricollegano all’infelicità di fondo che aleggia da decenni sull’Egitto (e su larga parte del mondo arabo). Una infelicità che viene rivestita ideologicamente, ma che nulla ha a che fare con l’ideologia. Un’infelicità che da anni i militari gestiscono, manipolano e contengono. I politici vanno e vengono, recitando piccole parti sulla scena, mentre i militari e le masse, da oltre due anni in rivolta, proseguono intrecciati in una lunga e complicata danza.

Nel frattempo, come riportato da Antonio Ferrari del Corriere della Sera, è sempre più feroce il conflitto tra musulmani sunniti e sciiti. Conflitto che, con minore intensità, già interessa il Libano, con propaggini persino fra le micro-comunità europee dei due schieramenti. Ma la novità, per ora fortunatamente incruenta, coinvolge la Turchia, dove la maggioranza sunnita, che sostiene il premier Erdogan, si deve confrontare nelle piazze anche con la robusta minoranza degli halevi, che sono appunto una setta sciita. Gli oltre 10 milioni di halevi turchi, bastione laico e progressista della Repubblica, non sono altro che i parenti stretti degli alauiti di Siria, rappresentati dal presidente Bashar Assad e dal suo regime.

Che gli halevi, in Turchia, non abbiano mai amato il premier islamico e il suo partito Akp era noto. Il loro sostegno, da sempre, va al Partito repubblicano del popolo, che fu fondato da Kemal Atatürk. Ma stavolta, hanno condito la tradizionale moderazione con la rabbia, provocata da un affronto, vissuto come un insulto: Erdogan vorrebbe dedicare e intitolare il terzo ponte sul Bosforo al sultano Yavuz Selim, persecutore e massacratore degli halevi.

Vi è dunque una ragione in più per ritenere assai preoccupante l'onda violenta che sta attraversando l'intera regione e le sue periferie. In Siria, l'esito della guerra, nonostante le speranze delle ricche monarchie del Golfo, dell'Egitto e di gran parte dell'Occidente, si sta modificando. Non a vantaggio del cartello dell'opposizione, prevalentemente sunnita, che sempre più somiglia ad un'armata disordinata e senza guida, ma a favore del regime. Assolutamente decisivo è stato l'intervento, a fianco degli alauiti del presidente Assad, delle temibili milizie dell'Hezbollah, braccio armato del partito sciita filo-iraniano, vero padrone degli equilibri libanesi. L'entrata in guerra dell'Hezbollah ha consentito ai soldati di Assad di strappare ai ribelli la città strategica di Qusair, e di convincerli che si può puntare alla riconquista di Aleppo, roccaforte dei nemici del regime.

Interessate il punto di vista espresso da Samir Khalil Samir (Asia News),  che ipotizza una divisione della Siria - secondo un piano israelo-americano - in tanti cantoni confessionali, indebolendola come potenza e sbriciolandola in tanti staterelli:

“Lo sbriciolamento della Siria rischia di provocare un terremoto anche in Turchia, altro Paese multietnico e multiculturale, dove vi sono milioni di curdi e milioni di aleviti, e parecchi altri gruppi. Allo stesso tempo, la Turchia vuole escludere la nascita di una nazione kurda ai suoi confini, che abbracci i kurdi della Siria, dell'Iraq e dell'Iran.
Siamo in una grande empasse e non vi sono soluzioni in vista per la Siria a meno che non intervenga la comunità internazionale. La ribellione non riesce a fare nulla senza l'aiuto internazionale.
D'altra parte la comunità internazionale è timorosa ad entrare nel calderone siriano, perché nell'opposizione vi sono anche molte frange di islamisti radicali e di qaedisti. Vi è anche chi afferma che per gli Stati Uniti è meglio questa soluzione islamista, salvaguardando i legami economici con l'America.
Oramai, la soluzione non è più nelle mani dei soli siriani. Il problema è regionale e internazionale. L'Iran e la Turchia sono due potenze che hanno possibilità di espansionismo. Il resto del mondo arabo non ce l'ha, né dal punto di vista della popolazione né dal punto di vista militare. Perciò l'opinione comune in Siria è: Non c'è via di uscita e stiamo aspettando le decisioni internazionali.”