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In questo numero: MILANO REPUBBLICA - Numero del 2015-02-22



Una due giorni alla Statale sulla percezione che la città ha di sé e i suoi programmi
BRAND MILANO. UN'IDENTITA' CHE NON SMETTE DI CAMBIARE Verso la Città metropolitana e la sua autonomia

         FORUM BRAND MILANO

         

    

 

Si è tenuto nei giorni scorsi un convegno di due giorni sulle politiche di riforma per la Grande Milano, un progetto che, prendendo le mosse dalla legge istitutiva delle aree metropolitane, mira a fare della città e del suo hinterland un Comune metropolitano con forti caratteristiche di autonomia anche finanziaria e fiscale. A questo obiettivo strettamente politico e di portata generale, non solo locale per i molteplici campi che investe, il convegno ha messo a fuoco i programmi che sono alla base di questo passaggio verso una realtà territoriale e amministrativo nuovo, con un forte profilo politico, nella prospettiva del suo sviluppo sociale ed economico.

Ha coordinato ed introdotto i lavori l’assessore socialista Franco D’Alfonso di cui pubblichiamo la relazione in apertura del seminario.  

 

di Franco D’Alfonso

 

Milano è la città che nel corso del Novecento ha cambiato pelle e immagine di sé stessa ponendosi costantemente sulla faglia della storia in maniera attiva originale e dinamica.

 

Questa caratteristica di Milano fece scrivere a Gaetano Salvemini: “Domani l’Italia penserà quel che pensa oggi Milano, ma oggi non lo pensa ancora, o meglio non lo pensa con quella stessa limpidità e chiarezza con cui pensa Milano”.

 

Il consolidamento post-unitario, citerò solo questo esempio, passò a Milano per una crescita impetuosa delle dinamiche industriali e quindi per conflitti sociali di prima grandezza, di cui le cannonate di Bava Beccaris sui dimostranti sono il segno indelebile e l’indicazione del bivio dove il cammino della capitale morale e quella del Regno papalino e sabaudo tornarono a divergere. Tra quelle cannonate e la prima guerra mondiale la città fece sistema, l'Amministrazione venne retta con forte visione dei rapporti tra i nuovi protagonisti del mondo del lavoro, imprenditori e movimento operaio, le scelte tecnologiche furono tese all'innovazione e Milano andò all'Expo del 1906 come portale d'avanguardia dell'intero Paese

 

Il nostro tempo è di nuovo un cantiere morale e materiale. Il diaframma del giudizio del mondo imposto da Expo 2015 ma soprattutto dalla necessità di essere uno dei “nodi” della rete mondiale delle città metropolitane pone l'obbligo di alcune ricapitolazioni e pone il tema della “rappresentazione” molto di più che della “comunicazione” della città. 

 

Servono allora ancora un po' di stampelle non convenzionali, come per esempio il civismo, l'associazionismo, le reti professionali. Ma serve anche una certa reattività generazionale, non puramente anagrafica, che veda l’emergere di nuovi protagonisti senza un grande futuro dietro le spalle che sappiano scrivere un nuovo capitolo della storia cittadina che si comporrà attraverso l’azione su diversi piani e livelli.

 

Un primo livello è quello della città come teatro economico e culturale ma anche politico e della rappresentazione. In questa cornice si colloca il progetto che il Comune di Milano, in convenzione con la Triennale, ha fatto emergere e orientato al dibattito pubblico. 

 

Un progetto sul brand di Milano, non inteso come segno grafico ma come patrimonio simbolico in evoluzione

 

Da questo progetto, come vedremo, sono emerse alcune indicazioni che è utile riprendere:

 

  1. Di quel patrimonio simbolico è azionista la comunità ed essa deve essere resa partecipe di una vera interazione sull'interpretazione del cambiamento: è il momento di sperimentare su questo non agevole tema le molte forme moderne dell'ascolto, che non può essere più limitato al momento elettorale.

 

  1. L'obiettivo dell’interpretazione è un nuovo racconto, che ha l'opportunità di Expo per avviarsi ma riguarda i tempi medio-lunghi. Come si sa il medio-lungo è l'unico scenario possibile del riformismo, perché ogni conservazione – di destra come di sinistra – agisce invece nell'hic et nunc

 

3. Il diritto di proposta - Brand Milano mette sul tavolo ricerche, mostre, eventi e un forum per discutere - chiede alla fine l'intervento di mediatori dediti all'interesse pubblico. Sono chiamati a questo ruolo prima di tutto ma non solo, i politici cittadini e nei due giorni di questo Forum vedrete su questo palco, quasi collegialmente, molti delle colleghe e dei colleghi che compongono la squadra di Palazzo Marino e che hanno deciso di essere qui non per fare passerella ma per segnalare l’urgenza che il tema del nuovo racconto di Milano è trasversale e attraversa tutte le competenze, nessuna esclusa. 

Ma la chiamata interpella anche l’Università, la cultura, l’imprenditoria, l’associazionismo, in una parola quel Sistema-Milano che deve tornare in campo per indicare vie e proposte anche alternative per dare corpo e anima al sogno di una nuova Grande Milano. 

E per essere autentico e non ego-centrato, il confronto deve necessariamente avvenire con tanti mondi, tante realtà, tante altre professioni, tante altre città e persino con altri Paesi. Così ‘La percezione di Milano’, che verrà affrontata nella mattinata di venerdì vedrà confrontarsi i migliori professionisti della comunicazione italiana con colleghi altrettanto illustri della Stampa estera in Italia. 

 

Anche sul tema ‘Italia/Europa. Città laboratori identitari’ gli amministratori della nostra città si confronteranno con quelli di altre realtà italiane ed europee importanti, come Rotterdam, Barcellona e Lione.

 

Quindi il programma messo in atto ha una prima conclusione nel dispiegare oggi  le proposte. Ma deve avere poi una seconda conclusione nel fare emergere alleanze tra i decisori (politica-impresa-società-cultura) per convalidare il cambiamento del racconto di sé in maniera comunicabile all'esterno (Italia, Europa, mondo). 

In questo tratto il dialogo nella città come sistema diventa cruciale. Se c’è evoluzione condivisa di racconto sulla città è perché viene anche condivisa un’idea della ‘polis’.

 

In breve è questo il pezzo di progetto politico–nel senso di un progetto connaturato all'evoluzione della città e delle sue relazioni– che Brand Milano cerca di svolgere e per la propria piccola parte (perché è una parte metodologica e non assertiva, di sperimentazione e quindi non normativa), di segnalare a tutti coloro che in quelle componenti sociali ancora scelgono l'aventinismo (una parte non banale di sistema universitario e di sistema di impresa), che si può lavorare sui territori moderni di una ‘governance’ politica anche extra-istituzionale. Civica per definizione, come è per altro costume e ricorrenza nella storia di Milano.

 

La ricerca di una nuova identità, di quella che con anglesismo passato ormai nel linguaggio comune si dice “mission” della Città metropolitana deve necessariamente partire dalla ricognizione dello stato di partenza. 

 

Un utile punto di riferimento viene da una ricerca Ipsos fatta nell’ambito del Progetto Brand Milano nell’aprile 2014. 

 

Milano viene rappresentata attraverso la metafora dell’alveare, cellette con all’interno api operose che comunicano con l’esterno ma poco fra di loro. E’ una città fatta di tanti racconti diversi, non sempre conosciuti l’uno agli altri, che ha grande difficoltà a esprimere una immagine unitaria, soprattutto in senso positivo. 

 

La Milano che non si ama trova invece la sua rappresentazione in una asserita “mancanza di visione”, di progettualità, che restituisca una sintesi in cui potersi identificare . Ma la critica non ha alcun tratto specifico identificato che si stagli rispetto agli altri: significa che si tratta più di stato d’animo, di sensazioni, più che di effettiva rilevazione di problema. Stranamente, nel rapporto con la propria città i “concreti” milanesi si fanno guidare dalle percezioni più che dalle “misurazioni”. 

 

Eppure l’amore per Milano dei milanesi, certifica anche l’Ipsos, è molto forte, ma lo è anche quello dei non-milanesi, a differenza di quanto avviene nelle altre città, come ad esempio Roma. E Milano sempre più ‘glocal’ viene vissuta come la città italiana –forse l’unica-ancora capace di dare una possibilità a tutti, dove trovare la propria strada nelle professioni e nell’impegno sociale, come emerge dalla bellissima serie di video che presenteremo, girati grazie al contributo volontario di professionisti della comunicazione visiva e della nostra Scuola Civica di Cinema. 

 

Ma ancora più sorprendente è scoprire come esista una sorta di inversione di ruoli nel criticare la città: l’ipercriticismo di una città che non è mai stata moderata è tale da vedere su quasi tutti gli aspetti potenzialmente positivi propri un consenso nettamente maggiore tra i pendolari, coloro che vengono in città per lavoro e i city user, soprattutto studenti e turisti. 

 

Questo quadro critico si riproduce in qualche modo nella valutazione del carattere “internazionale” della città: il tradizionale riserbo milanese non concede credito a sé stessi in questa prospettiva, gli italiani ne danno per lo più la visione stereotipata, mentre stranieri e “newcomer” trovano molte potenzialità proprio sul versante della creatività e della qualità della vita. Verrebbe da dire che anche in questo caso il milanese sottovaluta la propria città….

 

Molto netta è anche l’indicazione dei punti di forza sui quali operare per il rilancio della città: la creatività, l’offerta culturale e l’industriosità come capacità di “fare impresa”, esperienze che durante il Forum verranno commentate dai presidenti delle più importanti Fondazioni milanesi, compresa la grande Fiera orgoglio di Milano. 

 

Molto meno considerate le altre proposte testate, come la rete universitaria di eccellenza, l’essere crocevia/terra di mezzo di molte realtà e la capacità di integrazione e il valore della rete di solidarietà. Si fanno, si devono mantenere, ma non sono considerate il carattere distintivo da imprimere all’azione di rilancio della città. 

 

Appare chiaro che cercare di dare una immagine unica della città non è solo fatica vana, ma è proprio un errore fuorviante. Milano è da molto tempo una metropoli a dispetto delle sue dimensioni relativamente ridotte perché non solo non è mai stata “monoculturale”, ma non ha mai avuto nemmeno una per così dire “maggioranza relativa” di un settore caratterizzante la città in modo determinante, nemmeno a livello di immagine.  

 

Ricostruire la propria immagine attraverso la ricomposizione, lo story-telling del proprio passato e del proprio presente è utile per la città se prefigura il futuro, se proietta l’immagine di quello che la Grande Milano potrà essere e quello che potrà rappresentare per i propri cittadini e per il Paese intero. In una parola, se riesce a restituire a ognuno di noi un sogno da realizzare e da raccontare a coloro i quali faranno assieme a noi un breve o un lungo tratto del viaggio della propria vita a Milano. 

 

Sento spesso dire che il milanese, di nascita o di adozione, è una persona concreta e non si perde dietro alle “visioni”. Credo sia una generalizzazione sbagliata, frutto di una sopravvalutazione del valore esistenziale dello spirito critico di cui abbiamo già parlato. 

 

Milano non sopporta il non avere prospettive, il dover fare i “piangina” , probabilmente l’insulto più abrasivo che si possa lanciare contro un milanese che sa sempre darsi un obiettivo, un compito, un qualcosa da fare. 

Occorre dire qual è il sogno e il segno di una nuova Grande Milano, qual è il ruolo che la città avrà nel futuro prossimo e come si materializzerà questo sogno, attraverso quali strumenti, quali impegni, quali sfide. 

 

Non vi è alcun dubbio su quale sia la sfida, far ritornare Milano a essere il motore dello sviluppo e della crescita dell’intero Paese e della realizzazione di una nuova Europa che veda nelle comunità urbane e non in quelle finanziarie il proprio lievito madre. 

 

La crisi economica e finanziaria in corso non è una normale crisi del capitalismo, è una crisi profonda di sistema che altera gli equilibri del mondo in maniera irreversibile e che non si risolverà certo con un partenopeo “ a da’ passà a nuttata…”, ma richiede una immediata presa di coscienza dei mutati termini economici e sociali ormai intervenuti. Si tratta di mutamenti non necessariamente negativi, anche se noi siamo come Europa probabilmente nel punto più basso dove si scaricano i veleni da essa prodotti: non possiamo non ricordare che dall’inizio del secolo abbiamo avuto e abbiamo gravi problemi nell’ex-Occidente, compreso un incremento della povertà che non si registrava dal dopoguerra, ma complessivamente sul nostro pianeta abbiamo un miliardo di poveri in meno in una fase di esplosione della popolazione. 

 

Già dagli anni Novanta la teoria della crescita endogena spiegata da Grossmann e Helpman superava l’idea che la crescita dipendesse esclusivamente dalla quantità di capitale investito ed accumulato, riconoscendo che il capitale umano che esprime conoscenza e capacità unito alla tecnologia sono in grado di ottenere rendimenti crescenti dal sistema a parità di condizioni altre. I comportamenti dinamici-come l’apprendimento attraverso la pratica o la diffusione delle conoscenze su un numero maggiore di individui-possono contribuire a spiegare perché certe aziende o Paesi registrano regolarmente “performance” migliori di altre e il divario non viene necessariamente colmato da variazioni quantitative e dimensionali. In soldoni, la crescita è funzione più delle conoscenze e abilità umane che dei classici fattori di capitale investito. 

 

La definizione di Città Metropolitana e il suo valore attuale e potenziale è già stato scoperto, analizzato e studiato da decenni da economisti e sociologi, fra i quali un posto di spicco merita il nostro milanesissimo Guido Martinotti.

 

L’individuazione dello spazio urbano come crogiolo della crescita, funzione della complessità che vi si raduna è già stata fatta da molto tempo. 

Ecco quindi il primo obiettivo  della  Grande Milano: prendere innanzitutto coscienza di essere uno dei più grandi e potenzialmente più potenti ecosistemi di innovazione d’Europa e forse del mondo. 

 

Le conoscenze e le capacità artigianali e tecnologiche, la tradizione industriale manifatturiera, le migliaia di aziende e professionisti operanti nell’elettronica, il grande patrimonio umano di ricercatori e soprattutto ricercatrici scientifiche, gli oltre centoventimila studenti universitari, le scuole di architettura e design, il patrimonio storico, culturale e architettonico, il livello dei servizi al cittadino-con punte di eccellenza che forse non riescono a coprire le “valli” di inefficienza burocratica ma che pur sempre restano esperienze studiate e richieste da molte città d’Europa-e tanto altro ancora: questo lacunoso inventario deve essere fatto, sistematizzato e portato alla conoscenza prima di tutto dei milanesi stessi, intendendosi i tre milioni e mezzo dell’Area metropolitana e non certo gli abitanti del vecchio borgo costituente il Comune attuale.

 

Una tale ricchezza di elementi porta naturalmente a indicare il futuro di Milano come quello del luogo della creatività, dell’innovazione e dell’integrazione fra diversi. Un futuro che somiglia tanto al passato, alla Milano di Ludovico il Moro che accoglieva i migliori artisti, artigiani, talenti da tutto il mondo conosciuto e li rendeva cittadini milanesi alla sola condizione di aver qualcosa da apportare alla conoscenza della città. 

 

Il quinto mercato più grande d’Europa non è solo un formidabile attrattore per tutti i marchi e prodotti di tutti i settori, è una specie di gigantesco incubatore di nuove pratiche e di nuove conoscenze che producono innovazione. 

 

Una città che diventi il luogo eletto degli incontri con le altre città e comunità d’Europa, il luogo della contaminazione e della fertilizzazione della conoscenza, del confronto e della creatività e innovazione può essere un sogno realizzabile a condizione che sia patrimonio condiviso dai suoi cittadini, che sono i gestori e manutentori dell’intero ecosistema.

 

L’obiettivo sarà raggiungibile e i diversi strumenti, dai piani urbanistici alla rigenerazione delle diverse zone, saranno approntati e utilizzati solo ed esclusivamente se passeranno il vaglio ed avranno il sostegno delle diverse componenti della città. Questo significa che la città dovrà essere in grado di accogliere persone che staranno a Milano per periodi residenziali limitati, avendo la possibilità di avere accesso ai servizi, dalla casa ai trasporti fino a quelli del tempo libero, in maniera per così dire “naturale”, senza una distinzione troppo sensibile rispetto a chi vi risiede stabilmente.

 

La Grande Milano coerentemente con la sua storia dovrà essere ancora la città del lavoro ad alto contenuto di innovazione. Occorrerà predisporre strumenti per agevolare la trasposizione nei processi produttivi di beni e servizi la grande quantità di conoscenze che si accumula e si scambia nella rete del territorio oltre che dalle reti planetarie. 

 

Questo processo nella realtà è più difficile da teorizzare che da realizzare: si tratta di “leggere” fenomeni già in essere e indicare le tendenze virtuose come l’esempio da seguire, non sono necessari grandi piani programmatici.