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Olivier Roy, Cipmo, Dicembre 2009,

Di seguito riportiamo l'intervento del Prof. Olivier Roy, del Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi, in occasione del convegno "Diritti e doveri di cittadinanza dei giovani musulmani di seconda generazione", che si è tenuto a Torino l'1 e il 2 dicembre scorsi. L' evento, sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica, è stato organizzato dal Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (Cipmo), dall'Istituto di studi storici Gaetano Salvemini e dall'Associazione Giovani Musulmani d'Italia in collaborazione con FIERI - Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull'immigrazione.

Il problema dell'Islam in Europa è, di solito, associato a quello dell'immigrazione. In termini statistici questo è vero, ma con la seconda e la terza generazione c'è un grosso cambiamento. Le nuove generazioni non si considerano degli immigrati, non lo sono più, sono sempre di più dei cittadini di fatto.

Prendiamo ad esempio il caso francese. In Francia il cambiamento principale che c'è tra la prima e la seconda generazione è quello della deculturazione: la seconda generazione è sempre meno interessata alla cultura di origine. Questo può avere motivazioni diverse: capita che la famiglia provenga da un milieu sociale basso, che determina una difficoltà nel presentare o nel dare un quadro positivo di una cultura musulmana tradizionale. In altri casi invece la deculturazione si può imputare alla crescente pressione proveniente dalla società francese di francesizzarsi, che ha in sé anche degli elementi coercitivi.

In entrambi i casi la conseguenza è che si assiste a un fenomeno di perdita della propria cultura. Da un punto di vista linguistico le nuove generazioni non parlano l'arabo, magari hanno una conoscenza passiva del dialetto dei loro genitori, ma non conoscono l'arabo classico. Da questa situazione si discostano i turchi, che iniziano ad avere questo problema con la terza generazione. È con i figli dei figli che diventa più importante l'utilizzo del francese rispetto alla lingua turca. In tutti gli altri casi le nuove generazioni non accettano la cultura dei loro genitori. Se si prende l'esempio dell'abbigliamento si nota che i ragazzi si vestono secondo la cultura dei giovani occidentali; la moda è più a Los Angeles che non a La Mecca. Amano per esempio parlare della strada che di solito è quello che determina le mode. Lo stesso vale per la musica: per la maggiore vanno il rap, l'hip hop, o comunque i generi musicali di moda tra gli occidentali. Il cibo di solito è il fast food, vanno al Mc Donald's. La socializzazione, tranne i quartieri degradati, è una socializzazione chiusa. Un po' come quello che avviene tra i latinos e i nero-americani, che non ha nulla a che fare con quello che succede a Casablanca, Istanbul o Algeri. Da questo punto di vista, quindi, vi è un processo di deculturazione, ma allo stesso tempo anche di acculturazione, dovuta alla partecipazione alla cultura giovanile occidentale. Con la naturale conseguenza anche degli effetti collaterali negativi: la delinquenza, le gang, l'utilizzo di psicofarmaci e droghe, tutte devianze tipicamente occidentali. Se esiste una delinquenza tradizionale non occidentale, questa non emigra insieme all'individuo.

Vediamo cosa succede di bene e cosa succede di male, cosa ha a che fare con l'occidentalizzazione e non con l'importazione di una cultura diversa. Si sottolineano sempre e giustamente gli aspetti negativi, cioè un altissimo livello di disoccupazione nei giovani, soprattutto quelli provenienti dai quartieri degradati, il fatto che i giovani musulmani di seconda generazione siano percentualmente sovrarappresentati nelle carceri e i molti altri effetti collaterali negativi. Ma quello che non vediamo sono gli aspetti positivi, cioè quelli della promozione sociale per esempio. Se guardiamo le zone ad alta concentrazione di immigrati, di solito povere e degradate, possiamo vedere che la situazione peggiora sempre di più. Ma uno dei motivi per cui è sempre peggio è perché le persone che hanno successo se ne vanno. Se ne vanno da quei quartieri per andare nei posti che sono più alla moda o dove si vive meglio perché circondati da gente più benestante.

Dal momento che non esistono delle statistiche etnico-religiose in Francia, non siamo in grado di utilizzare dei dati grezzi. Ci sono però dei buoni modi di fare delle ricerche empiriche e uno di questi è quello di analizzare la realtà partendo dagli elenchi del telefono.

L'elenco del telefono dell'ospedale per esempio. 35 anni fa, quando io sono arrivato nella cittadina in cui vivo, l'unico nome arabo tra i chirurghi e i medici dell'ospedale era un libanese maronita, mentre adesso il 25% dei medici e dei chirurghi ha un nome arabo, anche se non so se siano dei veri musulmani. Idem per gli elenchi degli insegnanti delle scuole, anche se in questo caso c'è un divario di genere, in quanto le ragazze di seconda generazione insegnano francese mentre i maschi di seconda generazione insegnano matematica e tecnologia. Tutto questo non credo abbia a che fare con l'Islam: è comunque in atto un processo non a lungo termine ma a medio termine di deculturazione.

Cosa dire della religione? Questo è un problema molto grande. In tutti i dibattiti, per quanto riguarda l'Europa sul velo e sui minareti, e per quanto riguarda il caso specifico dell'Italia sul burqa e il crocifisso, c'è un punto in comune. Tutte le discussioni si snodano attorno alla presenza di un segno o marker religioso nella sfera pubblica. Il governo italiano davanti alla Corte di Strasburgo ha detto "Sì, ci devono essere i crocifissi in una classe", e l'argomentazione era quella per cui "il crocifisso è un simbolo culturale e non religioso". Io non penso che il Papa sia disposto a sottoscrivere una tale dichiarazione. Per un cristiano il crocifisso è un segno religioso, non culturale.

E che dire del minareto? Il problema del minareto è lo stesso del crocifisso: è un segno religioso, non è un segno culturale. Il vero problema è che i musulmani vogliono un minareto laddove la chiesa ha un campanile. Non si tratta di importare un simbolo culturale dall'Oriente. È invece un bisogno simmetria, di costruire una moschea che somigli alle chiese così come sono costruite. Quindi ciò che è stato percepito da una parte dell'elettorato svizzero nel referendum dello scorso novembre come un'innovazione culturale, nei fatti o in una certa qual misura è il contrario: l'Islam come religione viene a trovarsi in un ambito che è quello del paradigma cristiano.

La seconda e la terza generazione dei musulmani non professano l'Islam dei loro genitori. Spesso lo disprezzano, considerano che le loro famiglie hanno una specie di Islam misto, una religione che si mescola con le tradizioni locali, siano esse marocchine, egiziane, tunisine, e via dicendo. Di qui la convinzione che per poter avere un Islam vero e universale una persona debba scartare la cultura di origine che le sta intorno. L'Islam solitamente non viene trasmesso di generazione in generazione, ma viene ricostruito, ridefinito dalle varie generazioni che utilizzano dei testi scritti in francese, in inglese, in tedesco, ma mai in arabo, perché le nuove generazioni non parlano l'arabo e non lo sanno leggere. I libri su cui si formano descrivono l'Islam con un paradigma occidentale, come se fosse una religione pura. Il dibattito si sposta quindi sull'individuo, su cosa sia la fede, che cosa sia la religione non per la propria cultura o per la propria società, ma su che cosa sia la religione per la persona in quanto individuo.

Assistiamo in questo modo all'individualizzazione della religione, aspetto tipico delle religioni moderne in Occidente. E così anche per l'Islam c'è una riappropriazione su base individuale. Ciò significa che l'Islam viene ridefinito sulla base di uno spettro di possibilità che sono molto diverse tra di loro. Da un canto abbiamo i cosiddetti musulmani laici: i militanti islamici più forti in Francia sono in realtà persone come Fadel Amara, segretario di Stato alle Politiche per la Città, algerina di origine che vuole vietare il velo, il burqa, il minareto, vuole vietare i simboli religiosi nella sfera pubblica. E poi abbiamo i convertiti alla cristianità, abbiamo delle conversioni evangeliche, abbiamo delle chiese cristiane che convertono i musulmani e viceversa. Quindi grazie alla separazione che c'è tra l'ambito pubblico e il privato si fa strada l'idea che molti vogliano tenere l'Islam nella sfera privata. C'è poi anche chi vuole dimostrare di essere islamico, e così vuole introdurre un simbolo religioso nel modo di vivere proprio della cultura francese. Per esempio le ragazze che vogliono indossare il velo quando hanno alti livelli di istruzione e sono ben inserite sul mercato del lavoro. Il velo non è un'importazione, è una ridefinizione di un'identità musulmana in un contesto moderno. Queste donne e ragazze hanno, dal punto di vista sociologico, una modalità di vita moderna, sposano uomini più o meno della loro età, lo stesso livello sociologico, lo stesso livello d'istruzione, vogliono lavorare e vogliono impostare la loro vita senza le pressioni della famiglia. Ma su tutto questo mettono una sciarpa, mettono un velo. La stessa cosa accade con il cibo. La cosa che è più alla moda in Francia in questo momento è il fast food halal. È molto facile trovare un mcburger halal piuttosto che un couscous halal.

Accanto a queste tipologie di musulmani ci sono, però, anche i salafiti, che hanno un punto di vista molto rigoroso, e decidono di non integrarsi nella società in cui vivono. Alcuni di loro vanno verso l'estremismo, che può sfociare in terrorismo. Vediamo quindi come sia presente ogni sfaccettatura della realtà islamica, ma tutti questi gruppi prendono vita in base al modo in cui ciascun individuo ridefinisce la religione nel proprio ambito. Questa generazione vuole essere riconosciuta in quanto generazione religiosa ma non in quanto gruppo di persone che vengono da una cultura diversa.

Tutto ciò non è una specificità tipica dei musulmani. Piuttosto è il ritorno del sacro, il ritorno delle religioni, anzi, la loro ridefinizione. In inglese il termine più appropriato per descrivere questo fenomeno è la parola recasting. Ci sono dei credenti, che siano cristiani, musulmani, o di qualsiasi altro credo religioso, che riconoscono di essere una minoranza all'interno di una società laica, e vogliono essere riconosciuti come minoranza religiosa. Ecco la novità. Per questo motivo ci sono delle comunità che inseriscono il timbro religioso all'interno della sfera pubblica. Ci sono preti che sono tornati a vestire l'abito talare, che in Francia era sparito dagli anni '50, '60, e '70, per essere sostituito dal clergyman. L'arcivescovo di Parigi gira con la croce sul petto anche fuori dalla cattedrale. Gli ebrei hanno dei simboli che ostentano. E lo stesso gli evangelici: pregano in quello che viene definito uno spazio pubblico, per strada, sui treni e vogliono essere identificati in quanto credenti. Idem i musulmani. Quello a cui noi stiamo assistendo non è, quindi, uno scontro di civiltà o di cultura. È la ridefinizione delle religioni, deculturizzate nella sfera pubblica. E naturalmente l'unica ad avere un problema con questo è la Chiesa cattolica che non può rinunciare alla cultura. E questo è il problema.

Olivier Roy è autore del saggio, "La santa ignoranza. Fondamentalismo religioso e crisi delle culture contemporanee".

 

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