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American Enterprise Institute, 9 maggio 2010,

Mentre l'economia americana dava segnali di ripresa, un nuovo flagello ha colpito frontalmente  i mercati finanziari. Le difficoltà della Grecia nel finanziare il suo deficit di bilancio e il rischio che i guai ateniesi finiscano per diffondersi in tutta Europa (e oltre) stanno catalizzando l'attenzione dei media. L'euro ha perso il 12% del suo valore durante l'anno con ripercussioni non indifferenti sulle scorte commerciali statunitensi. Una situazione che ha indotto Unione europea e Fondo monetario internazionale (Fmi) a mettere a punto un piano di salvataggio da 110 miliardi di euro. Il ricercatore dell'American Enterprise Institute (Aei), Vincent Reinhart, e l'economista dell'Università del Maryland, Carmen Reinhart, cercano di analizzare con freddezza l'evolvere e le prospettive della crisi in corso, svelando i veri e propri miti che viziano molti commenti sul dramma che sta vivendo la Grecia.

-Primo mito: siamo di fronte a un nuovo tipo di crisi economica.

Di primo acchito, quella in corso sembrerebbe una calamità finanziaria inedita, determinata dalla natura dei moderni prodotti finanziari e dalle dinamiche della iper-connessa economia globale del ventunesimo secolo. Tuttavia, non è la prima volta nella storia che un governo, dopo decenni vissuti al di sopra delle proprie possibilità di spesa, finisca con il trascinare il proprio paese in una grave crisi debitoria. Già le monarchie che hanno dominato la scena europea dal quattordicesimo al diciannovesimo secolo non esitavano a fare cassa con ogni mezzo, manipolando le valute nazionali, espropriando le proprietà private e accumulando debito. Condotte dissennate poi regolarmente ricadute sulle teste dei sudditi. Con l'avvento dello Stato contemporaneo e della democrazia non tutto è cambiato e i cittadini argentini l'hanno imparato a proprie spese nel 2001.

-Secondo mito: i piccoli paesi, come la Grecia, non possono causare un disastro finanziario internazionale

Ricordate cosa è successo in Tailandia, un'economia più piccola della Grecia? Il dissesto finanziario tailandese di tredici anni fa mise in moto una crisi di proporzioni regionali che coinvolse l'intera Asia orientale, Corea del Sud in primis. Alla fine, le economie asiatiche avevano subito una ingente contrazione del 13%. Come è possibile che una crisi si trasmetta da un paese all'altro? In primo luogo, molti governi confidano su prestatori comuni, tra i quali le grandi banche internazionali e gli hedge fund. Se simili istituzioni soffrono una grave perdita in un mercato nazionale è probabile che ritirino i propri prestiti anche dai mercati attigui. In secondo luogo, il verificarsi di un dissesto in una realtà nazionale mette in allerta gli investitori. Ad esempio, la Grecia, l'Irlanda, il Portogallo e la Spagna distano tra loro migliaia di chilometri, ma agli occhi di una banca questi paesi possono tranquillamente far parte dello stesso portafoglio di investimento. In circostanze del genere un investitore non si sofferma sulle peculiarità nazionali, ma valuta semplicemente le similitudini: gravi deficit budgetari e ragguardevoli debiti privati e pubblici.

-Terzo mito: l'austerità fiscale sarà la panacea dei mali europei

La necessità per greci ed europei di contenere le spese governative è reale e non può certo essere considerata un'imposizione pretestuosa della Ue e del Fmi. Ciò detto, bisogna essere consapevoli del fatto che l'austerity fiscale non potrà dispiegare immediatamente i suoi effetti benefici. Anzi. Nei mesi a venire, nei paesi che adotteranno una politica economica più restrittiva la raccolta fiscale si contrarrà, si verificherà un aumento della disoccupazione e una riduzione dei benefici previdenziali. Inoltre, servirà tempo per ridurre significativamente debiti pubblici ingenti e, come è noto, gli investitori internazionali non sono famosi per la loro pazienza. L'economia argentina dopo il dissesto dovette ridimensionarsi di quindici punti percentuali e per un certo periodo di tempo venne emarginata dai mercati internazionali.

-Quarto mito: il dramma greco è da imputare all'euro

L'adozione dell'euro nel gennaio 2001 fu considerata una benedizione per l'economia greca. Un paese con una lunga storia di elevata inflazione e di tribolazione valutaria sperava così di trasformarsi in un partner economico disciplinato e affidabile. Da allora, alla Grecia fu consentito di prendere a prestito denaro a bassi tassi di interesse. Le conseguenze le conosciamo: alla fine del 2009 il debito del governo di Atene aveva raggiunto il 115% del Pil nazionale. L'euro ha facilitato tutto ciò, ma non può esserne considerato l'unico responsabile.  L'Islanda, il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno egualmente abusato dei prestiti interni e internazionali, pur mantenendo in adozione  le rispettive valute nazionali. Non dobbiamo chiederci perché alcuni politici con responsabilità di governo abbiano speso troppo abbassando eccessivamente l'imposizione fiscale, ma piuttosto perché i prestatori abbiano permesso loro di farlo. Molti investitori, avventatamente, prendendo spunto da un momento economicamente favorevole per l'economia mondiale (gli anni novanta del secolo scorso), si sono convinti che il futuro sarebbe stato ancor più radioso. Così hanno allentato i cordoni della borsa. Sbagliando.

-Quinto mito: qui non potrà mai accadere.

Dove abbiamo già sentito questa frase? Alla metà degli anni novanta i paesi est-asiatici in grande espansione spiegavano il loro successo in base ai valori asiatici. La crisi del 1997-98 cambiò le loro prospettive. E che dire dei membri dell'Ue, che pochi mesi or sono lodavano la solidità del sistema continentale? Oggi devono riparare l'enorme falla greca. Allo stesso modo, autorevoli alti funzionari statunitensi sino a poco tempo fa  consideravano le istituzioni finanziarie solide e i mercati resilienti. La grande crisi scoppiata nel 2008 li ha riportati sulla Terra. Oggi il deficit fiscale americano raggiunge l'11% del Pil e il debito federale si sta avvicinando a larghi passi al 100% dello stesso Prodotto interno lordo. Questi indicatori dovrebbero inquietare sia il mercato interno Usa che le piazze finanziarie internazionali. Attenzione: dare per scontato che gli Stati Uniti possano indefinitamente prendere denaro in prestito a un tasso ragionevole sarebbe un rischio non calcolato.
 

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