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In questo numero: L'Europa spiazzata dal "caso Italia" - Numero del 2013-02-25



L�analisi della New York Review of Books
L�ITALIA PUO� CAMBIARE?
Tim Parks

 

Cosa significa per un paese cambiare profondamente? Come vivono i cittadini un reale cambiamento? E, ancora, cambiare la propria natura è necessariamente un fatto positivo? Quando la crisi greca ha messo in chiaro che essere membri dell’Eurozona non significa avere accesso a un credito illimitato e alle stesse condizioni di Germania e Francia, l’Italia è finita nei guai. La caduta dell’allora governo di centro-destra e l’esperienza dei “tecnici” è storia nota. Quello che più interessa Tim Parks, inglese, docente presso l’Università IULM di Milano e collaboratore della New York Review of Books, è se, e come, l’esperienza dell’ultimo anno e mezzo cambierà il modo che gli italiani hanno di rapportarsi tra loro e con lo Stato.

Identità collettive circoscritte (famiglie, partiti politici, associazioni dei lavoratori, particolarismi localistici, gruppi religiosi), per quanto possano essere rassicuranti, minano la capacità di una nazione di stabilire una gerarchia di priorità per il bene comune. Non è facile legiferare contro gli interessi costituiti, ma in Italia è pressoché impossibile perché vi sono troppi gruppi la cui esistenza dipende dal fatto che le cose rimangano esattamente come sono: l’italiano, come singolo, si sente infatti perduto quando il gruppo particolare di cui fa parte vede minacciato un proprio interesse o privilegio. Allo stesso tempo, il mondo è in costante cambiamento e presto o tardi gli italiani dovranno adeguarsi. Ma come?

Le prime avvisaglie della fine della comoda staticità nella quale la stragrande maggioranza degli italiani ha vissuto per quarant’anni si palesarono con la nascita dell’Unione Monetaria e dell’euro. Per rimanere nell’”Europa che conta”, Roma dovette allora accettare una moneta sulla quale non avrebbe potuto più esercitare la propria sovranità, ossia svalutarla. Occorreva trovare nuovi equilibri di adattamento socio-economico. Nei primi anni 2000, le leggi sul lavoro sono state dunque riformate in modo da mantenere intatti gli antichi privilegi (le sicurezze di coloro che potevano contare su un posto fisso) a discapito di coloro che si apprestavano ad entrare nel mondo del lavoro, cui sarebbero stati da allora offerte occupazioni flessibili/precarie. A un decennio di distanza il processo si è intensificato, con una generazione colpita, frustrata e umiliata dalla mancanza di lavoro e opportunità. Il sacrificio di costoro non sembra tuttavia sufficiente, poiché in tempi di crisi finanziaria globale l’Italia è stata identificata come un debitore a rischio, caratterizzato da una economia stagnante afflitta da bassa produttività. L’esperienza del governo Monti, soprattutto nelle prime fasi, è sembrata richiamare il Paese all’unità nazionale, oltre gli interessi di parte. Nulla di nuovo nella storia patria.

Le ricerche di Parks sull’Italia del quindicesimo secolo rintracciano nella Firenze medicea gli stessi elementi presenti nella società italiana attuale: governi brevi e divisi, difficile individuazione dei veri centri di potere, ossessiva difesa degli interessi corporativi e geografici, criticità nella raccolta fiscale. Traducendo Machiavelli, l’autore ha avuto la conferma che l’unità nazionale è sempre stata raggiunta, seppur brevemente, coalizzandosi contro una seria minaccia esterna. Sotto questo profilo, la minaccia turca portata alle coste ioniche nel 1480 può essere assimilata alla crisi finanziaria paneuropea e l’alleanza di allora tra papato, regno di Napoli, Firenze e altri comparata alla coalizione che ha sostenuto, momentaneamente, il governo Monti. A emergenza finita, le contrapposizioni sono riemerse, oggi come allora. Fino alla prossima crisi, che, a giudicare dall’esito delle elezioni del 24-25 febbraio, non tarderà a manifestarsi.

E così, davanti all’ennesimo ricorso vichiano nella vita nazionale, il lavoro di Parks, vecchio di un anno, risulta di stretta attualità. Si svilupperà la meritocrazia in Italia? Ossia, diventerà la norma ottenere un lavoro per le proprie capacità e non grazie alle proprie conoscenze e protezioni? E, ancora, come potrà l’Italia competere in un mondo aperto senza scardinare il suo sistema chiuso di relazioni socio-economiche? Come si vede, sono questioni ancora aperte, anche dopo i 13 mesi di governo Monti e purtroppo, aggiungiamo noi, le risposte restano al momento scoraggianti. L’Italia può cambiare? Forse, ma per il momento non ha l’intenzione di farlo. (A cura di Fabio Lucchini)