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MILANO REPUBBLICA

Rassegna Online - 2015-02-22
Rivista storica del socialismo fondata da Filippo Turati. Alto patronato del Presidente della Repubblica nel 120° anniversario (1891-2011)

 
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La Collezione dal 1891 al 1926
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Una due giorni alla Statale sulla percezione che la città ha di sé e i suoi programmi
BRAND MILANO. UN'IDENTITA' CHE NON SMETTE DI CAMBIARE Verso la Città metropolitana e la sua autonomia


Si è tenuto nei giorni scorsi un convegno di due giorni sulle politiche di riforma per la Grande Milano, un progetto che, prendendo le mosse dalla legge istitutiva delle aree metropolitane, mira a fare della città e del suo hinterland un Comune metropolitano con forti caratteristiche di autonomia anche finanziaria e fiscale. A questo obiettivo strettamente politico e di portata generale, non solo locale per i molteplici campi che investe, il convegno ha messo a fuoco i programmi che sono alla base di questo passaggio verso una realtà territoriale e amministrativo nuovo, con un forte profilo politico, nella prospettiva del suo sviluppo sociale ed economico.
Ha coordinato ed introdotto i lavori l’assessore socialista Franco D’Alfonso di cui pubblichiamo la relazione in apertura del seminario.


di Franco D'Alfonso


Milano è la città che nel corso del Novecento ha cambiato pelle e immagine di sé stessa ponendosi costantemente sulla faglia della storia in maniera attiva originale e dinamica.


Questa caratteristica di Milano fece scrivere a Gaetano Salvemini: “Domani l’Italia penserà quel che pensa oggi Milano, ma oggi non lo pensa ancora, o meglio non lo pensa con quella stessa limpidità e chiarezza con cui pensa Milano”.

La ricerca di una nuova identità, di quella che con anglesismo passato ormai nel linguaggio comune si dice “mission” della Città metropolitana deve necessariamente partire dalla ricognizione dello stato di partenza. Un utile punto di riferimento viene da una ricerca Ipsos fatta nell’ambito del Progetto Brand Milano nell’aprile 2014. 


Milano viene rappresentata attraverso la metafora dell’alveare, cellette con all’interno api operose che comunicano con l’esterno ma poco fra di loro. E’ una città fatta di tanti racconti diversi, non sempre conosciuti l’uno agli altri, che ha grande difficoltà a esprimere una immagine unitaria, soprattutto in senso positivo. La Milano che non si ama trova invece la sua rappresentazione in una asserita “mancanza di visione”, di progettualità, che restituisca una sintesi in cui potersi identificare .

Ma la critica non ha alcun tratto specifico identificato che si stagli rispetto agli altri: significa che si tratta più di stato d’animo, di sensazioni, più che di effettiva rilevazione di problema. Stranamente, nel rapporto con la propria città i “concreti” milanesi si fanno guidare dalle percezioni più che dalle “misurazioni”.
 

Eppure l’amore per Milano dei milanesi, certifica anche l’Ipsos, è molto forte, ma lo è anche quello dei non-milanesi, a differenza di quanto avviene nelle altre città, come ad esempio Roma. E Milano sempre più ‘glocal’ viene vissuta come la città italiana –forse l’unica-ancora capace di dare una possibilità a tutti, dove trovare la propria strada nelle professioni e nell’impegno sociale.

Ma ancora più sorprendente è scoprire come esista una sorta di inversione di ruoli nel criticare la città: l’ipercriticismo di una città che non è mai stata moderata è tale da vedere su quasi tutti gli aspetti potenzialmente positivi propri un consenso nettamente maggiore tra i pendolari, coloro che vengono in città per lavoro e i city user, soprattutto studenti e turisti. 

Questo quadro critico si riproduce in qualche modo nella valutazione del carattere “internazionale” della città: il tradizionale riserbo milanese non concede credito a sé stessi in questa prospettiva, gli italiani ne danno per lo più la visione stereotipata, mentre stranieri e “newcomer” trovano molte potenzialità proprio sul versante della creatività e della qualità della vita. Verrebbe da dire che anche in questo caso il milanese sottovaluta la propria città….

La crisi economica e finanziaria in corso non è una normale crisi del capitalismo, è una crisi profonda di sistema che altera gli equilibri del mondo in maniera irreversibile e che non si risolverà certo con un partenopeo “ a da’ passà a nuttata…”, ma richiede una immediata presa di coscienza dei mutati termini economici e sociali ormai intervenuti. Si tratta di mutamenti non necessariamente negativi, anche se noi siamo come Europa probabilmente nel punto più basso dove si scaricano i veleni da essa prodotti: non possiamo non ricordare che dall’inizio del secolo abbiamo avuto e abbiamo gravi problemi nell’ex-Occidente, compreso un incremento della povertà che non si registrava dal dopoguerra, ma complessivamente sul nostro pianeta abbiamo un miliardo di poveri in meno in una fase di esplosione della popolazione. 

Già dagli anni Novanta la teoria della crescita endogena spiegata da Grossmann e Helpman superava l’idea che la crescita dipendesse esclusivamente dalla quantità di capitale investito ed accumulato, riconoscendo che il capitale umano che esprime conoscenza e capacità unito alla tecnologia sono in grado di ottenere rendimenti crescenti dal sistema a parità di condizioni altre. I comportamenti dinamici-come l’apprendimento attraverso la pratica o la diffusione delle conoscenze su un numero maggiore di individui-possono contribuire a spiegare perché certe aziende o Paesi registrano regolarmente “performance” migliori di altre e il divario non viene necessariamente colmato da variazioni quantitative e dimensionali. In soldoni, la crescita è funzione più delle conoscenze e abilità umane che dei classici fattori di capitale investito. 

La definizione di Città Metropolitana e il suo valore attuale e potenziale è già stato scoperto, analizzato e studiato da decenni da economisti e sociologi, fra i quali un posto di spicco merita il nostro milanesissimo Guido Martinotti. (SEGUE)

 

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Registrazione Tribunale di Milano numero 617 del 26 novembre 1994
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