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In questo numero: Scalfari contro tutti - Numero del 2013-03-05



Analisi Policy Network (2): La democrazia rappresentativa e i miti dell’antipolitica
LA CRESCITA DEGLI OUTSIDERS
Michele Prospero

Le elezioni italiane hanno registrato un vero terremoto. Non vi è più un sistema politico definito con giocatori stabili e procedure condivise e il collasso non ha incontrato una solida resistenza, costringendo i politici a impegnarsi in un gioco a loro sconosciuto. Similmente a quanto avviene nei paesi in via di sviluppo o con democrazie deboli, le fortune elettorali in Italia mutano velocemente, con le percentuali dei voti che fluttuano di continuo, quasi impazzite. In mezzo alle rovine di una democrazia destrutturata, due voci reclamano la vittoria. Una è quella di Grillo, il cui movimento si è trasformato in un partito capace di raccogliere oltre otto milioni e mezzo di voti; l’altra è quella di Berlusconi, impegnato in un’aspra lotta per la sopravvivenza politica, quasi coronata da un clamoroso successo alla Camera, sfuggito per poco più di centomila voti.  Insieme, i due raggiungono il 55% dei voti.

I due vincitori non sono soggetti politici “normali”, con una tradizione, un profilo organizzativo e una cultura politica. Continua invero la poco eccitante avventura del “partito-persona” o delle coalizioni elettorali che si affidano al carismatico appello ai cittadini perché si rivoltino contro un’elite incompetente e piena di privilegi. Berlusconi, sempre solerte nel rinfocolare la sua leggenda di uomo del cambiamento, è stato capace di modificare il sistema politico italiano negli ultimi venti anni; Grillo, che ha conquistato un enorme spazio politico attaccando la figura del politico di professione, ha proseguito in un certo senso nel solco berlusconiano, sfruttando l’appeal che da sempre circonda i leader carismatici e solitari.

Dal punto di vista elettorale, il desiderio generale di semplificazione e il netto rifiuto della complessa azione di un governo ispirato dall’obiettivo della ripresa e della crescita, previa austerity, rivelano un profondo primitivismo politico. I codici mediatici, meccanismi ormai centrali di una competizione elettorale, prescrivono la seduzione per mezzo di messaggi fuorvianti e suggeriscono strategie di negazione e fuga da una realtà socio-economica aspra e sconfortante.

Anche il fenomeno Grillo, come la lunga storia berlusconiana, è immersa nel sapiente utilizzo della narrativa mediatica come strumento di rapido accumulo di consenso in una atmosfera di percepito rinnovamento. La vittoria del comico genovese è stata costruita grazie ai nuovi e vecchi media, che hanno raccontato la sua ascesa verso un inevitabile successo sullo sfondo anomico della crisi economico-sociale del Paese. Grillo è riuscito a dare corpo a un sentimento coltivato da molto tempo dall’opinione pubblica, ossia la convinzione che l’intera classe politica debba “andare a casa” e lasciare il campo a un indefinito fenomeno pararivoluzionario.

Le elezioni sono in effetti parse una sorta di giudizio universale contro una classe politica che, come tale, è stata respinta in quanto simbolo del male, responsabile del declino morale e dell’impoverimento economico del Paese. I successi di Grillo e Berlusconi, il primo effettivo il secondo dovuto alla capacità di sopravvivenza politica, risiedono nella loro capacità di catturare il voto volatile e disilluso grazie al loro violento rifiuto dei codici ufficiali della politica, ormai insopportabili ai più, che impongono rigore e sacrifico in nome di un bene pubblico ormai irriconoscibile.

Soprattutto, Grillo e Berlusconi sono avvantaggiati del fatto che gli elettori li abbiano percepiti come separati dalla detestata classe politica del privilegio e dell’indifferenza rispetto alla montante esclusione sociale. Se venti anni fa la formula magica che scatenò la rivolta della cosiddetta società civile contro la nomenclatura di governo fu “partitocrazia”, oggi la parola chiave che ha aizzato il diffuso risentimento contro l’elite è “casta”.

In questo lento processo di demolizione culturale del monopolio della casta, il voto non rappresenta soltanto un moto di momentanea ribellione contro le misure anti-crisi messe in atto dal governo tecnico. Esso rappresenta chiaramente una convergenza di sentimenti sociali; malcontento, recriminazione, rabbia, frustrazione e risentimento, che si manifestano in un soggiacente clima di rivolta. Questi sentimenti trovano uno sfogo immediato nel capro espiatorio rappresentato da una casta parassitaria e privilegiata che merita di essere punita.

Il PD si è dimostrato incapace di superare l’egemonia dell’antipolitica in un contesto segnato dalla crisi, insistendo su di una combinazione di riforme strutturali (ispirate dall’austerity raccomandata dall’Europa) e di politiche di crescita. L’intero sentimento di antipatia verso la casta ha finito così per dirigesi contro i Democratici, che si sono trovati nella difficile posizione di estremi difensori del sistema e per questo esposti alle recriminazioni più virulente. Un altro elemento fatale per il destino del PD è stato l’atteggiamento suicida e poco lungimirante di quelle elites nazionali (mediatiche, economiche e amministrative) resistenti a ogni forma di cambiamento.

Ciò che emerge dalle elezioni è un sistema politico senza struttura e una società civile di riferimento senza anticorpi effettivi, facili prede del mito che l’inesperienza sia un valore su cui costruire la totale rigenerazione del nuovo parlamento. PD e SEL hanno ottenuto per un’incollatura la maggioranza del 55% alla Camera. La legge elettorale assegna dunque ai Democratici un residuo spazio di manovra per rifiutare la Grande coalizione e coltivare la tenue possibilità di trasformare il frammentato Senato da risultante della protesta ad arena pragmatica dove cercare, di volta in volta, il sostegno per singole misure dall’alto valore simbolico.  Ciò non toglie che le reali prospettive della politica italiana siano incerte a causa dell’estrema debolezza del quadro politico che, con queste elezioni, si è avvicinato pericolosamente al suicidio sistemico. E’ forse l’inizio di un contagio europeo capace di sovvertire la fredda democrazia rappresentativa e di sostituirla con gli infuocati miti dell’antipolitica? (Traduzione di Fabio Lucchini)


Michele Prospero è professore di Scienza Politica e di Filosofia del Diritto all’Università Sapienza di Roma