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L’AMERICA TEME LA RECESSIONE, NON IL RITORNO DELLO STATO
McCain accusa Obama di voler snaturare l’essenza del sistema americano, favorendo un rinnovato interventismo statale. Ma, in tempi di crisi, è forse quello che gli elettori vogliono




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... John McCain and I approve this message (Io sono John McCain ed approvo questo messaggio; è la frase che conclude tutti gli spot elettorali del candidato Repubblicano).”

Aldilà delle diatribe tra addetti ai lavori, un dato pare inconfutabile: la continua altalena di Wall Street costituisce oggettivamente un freno al tentativo di rimonta del candidato Repubblicano. Mentre la borsa di New York rimane incerta e i mercati mondiali reagiscono contraddittoriamente alle misure prese dai governi, è normale che l'economia rimanga in cima alle preoccupazioni degli elettori . I due candidati alla Casa Bianca ne sono consapevoli e volenti (Obama) o nolenti (McCain) hanno dedicato le ore immediatamente precedenti a loro ultimo dibattito presidenziale ad approntare i rispettivi piani per il rilancio economico. Il senatore dell'Illinois ha illustrato per primo le sue proposte. Il costo totale previsto per il Tesoro Usa sarebbe di 60 miliardi di dollari in due anni, che si aggiungerebbe, qualora Obama venisse eletto, al pacchetto da 700 miliardi già stanziati dall'amministrazione Bush. Il progetto prevede, tra l'altro, sgravi fiscali temporanei per un importo di 3.000 dollari alle aziende per ogni nuovo posto di lavoro creato nei prossimi due anni, il ritiro anticipato senza penali dai fondi pensione, una moratoria di 90 giorni per i pignoramenti di quanti vivono nelle loro case ed hanno fatto ogni sforzo possibile per saldare la rata del mutuo. Obama ha intenzione di chiedere alla Federal Reserve ed al Tesoro di aprire linee di credito per le amministrazioni municipali e per i singoli Stati in crisi. Il piano prevede anche la sospensione del prelievo fiscale sugli assegni di disoccupazione.

Pronta la replica di McCain, che non ha smentito se stesso tentando la carta dei tagli fiscali. Il piano economico da 52 miliardi di dollari illustrato dal candidato Repubblicano prevede ulteriori riduzioni delle tasse rispetto al suo programma elettorale. La misura si aggiunge ad una precedente proposta del senior senator: il pacchetto di 300 miliardi a vantaggio delle famiglie colpite dalla crisi dei mutui subprime, il primo indicatore concreto della crisi attuale. Dagli sconti fiscali sui risparmi accumulati nei fondi pensione a quelli sui capital gain (si realizza un capital gain quando si vende l'azione ad un prezzo superiore a quello di acquisto). Meno imposte più soldi in tasca. Questa è la semplice ricetta di McCain che mira a prendere le distanze dall'avversario, accusandolo di aver intenzione di aumentare, e non di ridurre come dichiara, la tassazione.
 La corsa agli “Stati rossi”A poco più di una settimana dal voto, Obama conserva così un buon margine di vantaggio. Almeno stando ai sondaggi pubblicati ad un ritmo incessante da testate, emittenti televisivi ed istituti di ricerca. In primo luogo, è bene non  considerare il sondaggio come una scienza esatta. Lo ricorda il Michael Barone sul Wall Street Journal, sottolineando la fallibilità dei metodi utilizzati ed alcune clamorose topiche del passato. In secondo luogo, è importante saper leggere i dati. I media insistono spesso sulle percentuali a livello nazionale che vedono, di volta in volta, Obama in vantaggio di sei, cinque, tre punti (14 secondo un'azzardata stima del New York Times della settimana scorsa), ma non è questo il punto. Nel 2004 George W. Bush raccolse molti più voti (62 milioni) di John Kerry (59 milioni), sconfiggendolo di quasi tre punti percentuali a livello nazionale. Il risultato finale fu 50.7% a 48.3, 286 grandi elettori per Bush/Cheney, 252 per Kerry/Edwards. Tuttavia, decisivi si rivelarono 100.000 voti in Ohio. Se il candidato Democratico avesse vinto in quello Stato, sarebbe diventato presidente avendo ottenuto tre milioni di voti in meno rispetto a Bush. Bizzarrie del sistema elettorale americano che contempera il carattere federale degli Usa alla necessità di rappresentare adeguatamente le istanze di ogni singolo Stato.

Di conseguenza, pare più interessante concentrarsi sulla situazione negli swing states, sostanzialmente gli Stati che si schierarono con i Repubblicani nel 2004 e che Obama vuole strappare al rivale per raggiungere la Casa Bianca. Lì si giocherà la partita, considerando l'impossibilità per McCain di insidiare gli Stati di tradizione Democratica. L'obbiettivo per il senatore dell'Arizona è quello di difendere le "roccaforti rosse” dall'assalto de suo avversario. E' importante ricordare che i grandi elettori assegnati ad un singolo Stato vengono conquistati in toto dal candidato vincente, in nome di un rigidissimo criterio maggioritario (winner takes all, il vincitore si prende tutto).

In Florida, dove si assegnano ben 27 grandi elettori, attualmente Obama è avanti di 2.2 punti percentuali; nel 2004 Bush vinse di 5 punti. In Ohio, 20 grandi elettori, Obama conduce di 6.1 punti; nel 2004 Bush si aggiudicò lo Stato con 2.1 punti di vantaggio. In North Carolina, 15 grandi elettori, Obama guida con un margine dell'1%; Bush trionfò grazie ad un + 12.4%. In Missouri, 11 grandi elettori, il senatore dell'Illinois è stimato a + 2.7%; il presidente in carica staccò Kerry di 7.2 pu...


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