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OBAMA TRA ISRAELE, IRAN E HAMAS
La scivolosa politica estera del prossimo candidato Democratico




(pagina 2)

... n mano che l'attenzione generale si sposta dallo scontro intra-Democratico alla battaglia finale per la Casa Bianca. Gli analisti, l'opinione pubblica e gli entourages di McCain ed Obama guardano avanti. Mac, mentre prosegue la sua campagna sottotraccia, scocca puntualmente frecce avvelenate. I recenti sommovimenti libanesi, il perenne stallo di Gaza e la visita del presidente Bush in Medio Oriente in occasione del sessantesimo anniversario di Israele hanno solleticato il senatore dell'Arizona. Che è partito all'attacco. McCain stigmatizza alcune prese di posizione espresse nel recente passato da Obama, che in ottobre aveva criticato l'allora favoritissima Hillary Clinton per aver appoggiato una risoluzione non vincolante del Senato che definiva “organizzazione terroristica” i guardiani della Rivoluzione Iraniana. Nei giorni scorsi un consigliere di Obama, Robert Malley, ha deciso di lasciare in seguito alla diffusione di indiscrezioni relative ad un suo incontro con esponenti di Hamas. McCain ha glissato: “Hamas non vorrebbe un  presidente degli Stati Uniti come me. Preferisce Obama. Credo che la gente abbia tutti gli elementi per giudicare.”

Per quanto Obama prenda le distanze dagli apprezzamenti nei suoi confronti di alcuni esponenti di Hamas e per quanto si professi genuinamente amico di Israele, come testimoniato dalla sua visita all'ambasciata a Washington nel quadro delle celebrazioni per il sessantesimo dello Stato ebraico, il senatore dell'Illinois sembra avere qualche difficoltà con il voto degli ebrei americani, tradizionalmente iper-Democratici. Il Washington Times rileva come il 61% dell'elettorato ebraico appoggi il junior senator, una perdita secca di quattordici punti percentuali rispetto alle ultime tornate presidenziali e congressuali. Gli ebrei rappresentano solo il 2% della popolazione americana, ma possono diventare decisivi non solo in alcuni Stati di provata fede Democrat (California, New York e New Jersey) ma anche negli swing states Florida, Ohio e Pennsylvania. Da quelle parti, Obama ha dovuto cedere il passo a Clinton, la cui posizione sulle dinamiche mediorientali (durezza con l'Iran, ritiro, ma molto cauto, dall'Iraq) non è poi così dissimile da quella espressa da McCain e dall'elettorato ebraico. Vi è di che riflettere per Axelrod e soci.

Anche Bush ha fatto sentire la sua voce. E' presto per dire se la sua presenza nella campagna presidenziale 2008 si rivelerà stabile o se il, non troppo, velato riferimento ad Obama durante il discorso tenuto alla Knesset (il parlamento israeliano) rappresenti semplicemente un tentativo di difendere la politica estera dell'amministrazione in carica dal criticismo del front-runner Democratico. Nella solenne occasione, Bush ha sottolineato quanto siano ingenui coloro che si dichiarano pronti a negoziare con chiunque, “nella fuorviante certezza di poterli redimere.” Obama, che ha spesso contrapposto le virtù della mediazione (persino con l'Iran) alla politica muscolare dei primi anni dell'amministrazione Bush, ha risposto prontamente, rilevando l'intenzione del presidente in carica di strumentalizzare la sua visita ufficiale in Israele a fini propagandistici. La strategia di Obama, chiaramente, è di associare il più possibile la candidatura McCain all'impopolare esecutivo in carica. Per il senatore dell'Illinois, trascinare Bush nella campagna elettorale sarebbe quanto di più desiderabile, sottolinea Massimo Calabresi dalle colonne del Time.

John McCain maneggia con spregiudicatezza la scivolosa eredità del presidente. Nello Stato di Washington, il candidato Repubblicano ha scelto di prendere le distanze da Bush toccando la delicata issue ambientale e contrapponendo la sua decennale esperienza in materia all'ambientalismo di maniera dei Democrats, ma anche, implicitamente, al disinteresse dimostrato dalla Casa Bianca. Rilancio del nucleare, green technologies e fiducia nella capacità regolatrice del mercato sono i cardini della ricetta di McCain per l'ambiente. Rispetto all'Iraq, Mac invece rimane fedele al lascito dell'incumbent, ma in Ohio, lo Stato che quattro anni fa seppellì le velleità presidenziali di John Kerry, il veterano Repubblicano ha parlato apertamente dell'ipotesi del ritiro delle truppe americane dall'Iraq. Ed ha addirittura auspicato una data: il 2013. La sorpresa è grande. Durante la fase calda delle primarie del suo Partito, McCain aveva accusato Mitt Romney di aver in animo di proporre un calendario per il graduale ritiro dall'Iraq, dimostrandosi irremovibile sul punto: “Ci ritireremo quando la missione sarà compiuta, anche servissero cent'anni”, aveva detto. McCain sostiene di non aver comunque mutato opinione. La sua è soltanto una previsione basata sul fatto che, a suo dire, l'Iraq sarebbe ormai un Paese in via di stabilizzazione democratica e perciò potrebbe non necessitare più a lungo della presenza statunitense.



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