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Il coraggio di Napolitano mentre i partiti si defilano
foto Un governo delle "convergenze parallele"?
L'EMERGENZA E' A UN BIVIO,
GOVERNO POLITICO DI UNITA'
O LA "REPUBBLICA DEI BULLI"


di Ugo Finetti

La partecipazione di esponenti politici del Pdl e del Pd al nuovo governo richiesta da Mario Monti è una condizione essenziale per la realizzazione di quella salutare svolta per la quale si coraggiosamente esposto il Capo dello Stato nell’interesse nazionale. Altrimenti il rischio è quello di un “governo delle convergenze parallele” per la ricollocazione di 200 miliardi di Btp entro aprile: quindi il “rompete le righe”  (Dopo il luglio del 1960 il Governo Fanfani nacque con l’appoggio esterno di PSI e PLI che rifiutavano di fare una riunione unitaria tra i partiti della maggioranza, ndr)

Il tentativo infatti da parte della sinistra del Pd e della destra del Pdl (insieme a Di Pietro) di evitare la nomina di ministri politici rispecchia la volontà di “spoliticizzare” ilsostegno al governo Monti, di dargli un appoggio temporaneo (con il cronometro in mano), di tenersi le mani libere rispetto alle misure di risanamento al fine di mantenere così vivi i peggiori focolai di estremismo che da vent’anni ostacolano l’avvento di una democrazia dell’alternanza senza demonizzazioni ed hanno fatto morire avvelenato ogni governo: sia Prodi sia Berlusconi.

Il governo Monti rischia infatti di essere solo una parentesi per far uscire il Paese dall’emergenza (ciò che sinistra Pde destra Pdl considerano “lavoro sporco”) per quindi ritornare ad una dialettica politica tra poli condizionati da estremisti.

La nomina di Mario Monti a senatore a vita era finalizzata appunto a conferire rilievo politico alla guida di un governo con appoggio di Pdl e Pd.  Non è stata infatti un’improvvisazione. E’ evidente che da tempo il Quirinale si preparava a fronteggiare un Berlusconi costretto alle dimissioni in una situazione di tempesta finanziaria.

Per comprendere le ragioni di fondo chemuovono il Capo dello Stato vanno ricordati certi antefatti.

Un anno fa Napolitano  ha letteralmente salvato Berlusconi da un sicuro voto di sfiducia imponendo a Fini di far prima votare la legge finanziaria. E’ così che Berlusconi ebbe due mesi di tempo per recuperare un sia pur risicato margine di maggioranza. Anche allora Napolitano dette la precedenza alla messa al riparo della situazione finanziaria. Ma era ben evidente che ormai gli equilibri politici e parlamentari erano stati minati e che si poteva profilare un improvviso collasso in un quadro di incontrollata agitazione dei mercati.

Quanti nel Pdl contestano la scelta responsabile di Berlusconi nell’appoggiare Monti sono i principali responsabili della sua caduta: prima spingendolo ad una rottura esagitata con Fini che ha determinato  numeri incerti per la maggioranza e poi ad una altrettanto esagitata rottura con Tremonti (con una martellante campagna di discredito della politica economica del governo da parte della stessa maggioranza) che si è conclusa con totale perdita di credibilità ed isolamento di Berlusconi in coppia con Tremonti nell’ultimo vertice europeo.

Quel che più conta nell’azione del Presidente della Repubblica è che dalle sue stesse parole emerge che la crisi richiede una svolta radicale sul terreno politico-parlamentare in quanto, sebbene vi sia un contesto critico internazionale, la fragilità italiana ha connotazioni specifiche soprattutto politiche, secondo una riflessione molto critica sull’ultimo ventennio. Il testo più esplicito ed illuminante è stato il discorso che Napolitano fece al meeting di Rimini ed in particolare i due passi in cui definiva la negatività del ventennio trascorso: il degrado economico ed il degrado politico.

“E’ un fatto – sottolineò Napolitano – che da due decenni è in aumento la diseguaglianza nella distribuzione del reddito dopo una marcia secolare in senso opposto e lo stesso può dirsi del tasso di povertà. Si impone perciò una svolta”.

Alla denuncia del declino economico e sociale avvenuto con la “Seconda Repubblica” si saldò quindi quella del degrado politico: “Non fatevi condizionare – disse ai giovani ciellini – da quel che si è sedimentato in meno di due decenni: chiusure, arroccamenti, faziosità, obiettivi di potere e anche personalismi dilaganti in seno ad ogni parte”.

E cioè al fondo del procedere diNapolitano, ben attento ad essere ineccepibile sul piano formale, sembra esservi una valutazione politica di fondo: l’impossibilità che l’Italia possa affrontare situazioni serie con la palla al piede di un regime del maggioritario in cui i due schieramenti sembrano impossibilitati ad affrontare l’emergenza a causa del diritto di veto da parte di gruppi tendenzialmente piromani che entrambi nutrono in seno.
In tutto il mondo il maggioritario si traduce nel prevalere di spinte realistiche da entrambe le parti per la conquista del centro dell’elettorato. In Italia al contrario - nel maggioritario nato sull’onda di una dissoluzione giudiziaria a furor di popolo– abbiamo coalizioni alla mercé di estremisti che perseguono il proprio successo incendiando il paese e i due principali partiti alternativi inseguono così i nostalgici dell’Urss e della Repubblica Sociale, giustizialisti e secessionisti e sembrano esposti al diritto di veto sulla sinistra dei macro antagonismi di“lotta di classe” e sulla destra dei micro particolarismi lobbistici e territoriali.
Il varo di un governo con il voto di Pdl e Pd potrebbe essere il punto di passaggio positivo per dare stabilità all’Italia, riacquistare fiducia internazionale e soprattutto per preparare le condizioni di una campagna elettorale tra schieramenti alternativi con i piedi per terra e la testa sulle spalle.
Occorre cioè una emancipazione  dei principali soggetti del maggioritario dagli estremismi inconcludenti e irresponsabili, da quanti cioè si rifiutano di prendere sul serio la crisi e che, sia a destra sia a sinistra, considerano i richiami europei e la reazione dei mercati solo esagerazioni e complotti ed agitano il miraggio di inesistenti rinegoziazioni e sdrammatizzazioni.

Il dato certo infatti è che oggi in Parlamento nessun contendente ha la forza diprendere unilateralmente provvedimenti seri e se si va al voto anticipatorischiamo una campagna elettorale basata non su ciò che l’Europa ci chiede difare, ma sull’esatto contrario e quindi sul cercare voti prendendo impegnielettoralistici sulle cose da non fare.

Si tratta ora di creare le condizioni per dar vita poi ad un confronto elettorale, in futuro, tra una sinistra tendenzialmente socialdemocratica ed un polo democratico-liberale che non facciano più vivere gli italiani in un cartone animato tra due contrapposti e speculari bullismi.

Ma per far questo occorre un governo che abbia chiaro rilievo politico e non un governo tecnico. E’ solo così che ha senso la nomina di Monti a senatore a vita. Se invece si verificherà l’assenza di ministri politici che diano il segno della condivisione nazionale del programma di risanamento in un quadro di reciproca sdemonizzazione, tra i protagonisti del maggioritario, significa che avrà nuovamente vinto “la Repubblica dei bulli”. Non c’era allora bisogno di nominare Monti senatore in quanto il risultato sarà un governo votato nel generale disimpegno politico, con le misure richieste dalla BCE  affidate a un gruppo di “volontari del Quirinale”, mentre la tensione sociale salirà con i partiti che faranno a gara nel cavalcarla.

Il governo Monti senza la corresponsabilità diretta di esponenti del Parlamento rischia di essere un governo tecnico con in Parlamento il convinto sostegno solo dei peones che temono la non rielezione. Vivacchierà finché il Parlamento lo ignorerà e poi finirà come governo tecnico-elettorale gestendo una ennesima campagna elettorale da “guerra civile”.



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CRITICA SOCIALE
Rivista fondata nel 1891 da Filippo Turati
Alto Patronato della Presidenza della Repubblica

Direttore responsabile: Stefano Carluccio

Reg. Tribunale di Milano n. 646 del 8 ottobre 1948
edizione online al n. 537 del 15 ottobre 1994

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