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Mani pulite e la Mafia internazionale
foto Intervista a La Stampa di Rino Formica dopo le rivelazioni sui legami tra Pool e Servizi Usa
FINE DELL'IMPERO SOVIETICO E INTRECCIO
TRA MAFIA DELL'EST E CRIMINALITA' ITALIANA.
GLI USA E MANI PULITE


Dopo le rivelazioni dell’ex Ambasciatore americano, Reginald Barthelemiew e dell’ ex Console a Milano, Peter Semler, La Stampa pubblica una lunga intervista con Rino Formica che diffondiamoper le ulteriori notizie utili a ricostruire la verità sulle origini e la naturadell’inchiesta Mani Pulite.

 

di Fabio Martini

 

«Dunque, qualche cosa l’avevamo capita...». Sorride ma non troppo Rino Formica, classe 1927, socialista, più volte ministro negli anni di Craxi, spirito anticonformista, da sempre assertore della tesi che, quella della Prima Repubblica, fu una eutanasia «assistita», portata a termine anche grazie all’aiuto interessato degli Stati Uniti. Le interviste a «La Stampa» dell’ex ambasciatore Reginald Bartholomew e dell’ex console a Milano Peter Semler sulle interferenze americane nella vita politica e giudiziaria italiana hanno rafforzato le sue convinzioni e infatti sostiene Formica: «Siamo nel 1992 e sulla scongelata frontiera Est-Ovest si moltiplicavano i punti di fuoco, l’impero russo si stava decomponendo, il dopo-Tito era un’incognita e le mafie dell’Est rischiavano di saldarsi a quella siciliana. L’Italia traballa, mette a rischio equilibri strategici e a quel punto Clinton decide di mandare da noi, non il solito Paperone che ha finanziato la campagna elettorale del Presidente, ma un grande ambasciatore di carriera, uno che ha già trattato con colonnelli e terroristi, capace di salvaguardare gli interessi strategici americani. Bartholomew capisce che l’Italia è sull’orlo della guerra civile, che democristiani e socialisti sono inutilizzabili e punta su Berlusconi, D’Alema e Fini, leader dal passato «ingombrante». Venti anni dopo possiamo dire che, dalla visuale degli interessi Usa, l’intuizione dell’ambasciatore fu geniale, ma aver puntato su tre leader«zoppi» non ha certo consentito all’Italia di recuperare la sovranità perduta allora. Di quella scelta abbiamo pagato le conseguenze».



 

Nella Milano del 1991 un pm e un console come fecero a prendersi tutto quel potere?

«Milano era ed è il cuore pulsante del Paese, la città più europea e quell’anno ci sono tre cani da tartufo chesentono l’odore “giusto” prima degli altri: il console americano, il cardinalee un ex poliziotto. Il pm Di Pietro si vede passare per le mani cose straordinarie e capisce che può far cadere l’intero sistema. Il console vive ai margini dell’Impero americano, ma si rende conto che a Roma il suo ambasciatore, preso dai salotti romani, non capisce che l’Italia sta per implodere e dà una mano a Di Pietro: assieme organizzano il viaggio al Dipartimento di Stato».



 

Ma alla fine del 1992 cambia l’amministrazione Usa: perché la Casa Bianca, secondo lei, decide di “sedare” Mani pulite?

«Anzitutto perché non siamo in Libano e il cambiamento deve avvenire per via legalitaria. In Italia c’è una complicazione in più: la mafia italiana, che gli americani conoscono e sanno utilizzare meglio di noi, rischia di saldarsi alle mafie dell’Est. In quei mesi, con un sistema politico sequestrato dalla magistratura, aumentano i rischi per gli interessi americani e dunque il nuovo ambasciatore, non più avvezzo come il precedente alle terrazze, avoca a sé il controllo: dal cortile milanese, si torna a Roma, si torna a ragionare in termini di interessi strategici».



 

Perché punta su Berlusconi, Fini eD’Alema?


«Quando un impero non può scegliersi un alleato forte, preferisce alleati impediti e in qualche modo ricattabili: ecco perché vengono scelti gli eredi di due sistemi politici totalitari e un imprenditore “compromesso” col precedente sistema. A D’Alema gli americani affiancano il più grande dei persuasori occulti, Francesco Cossiga».


 

Sarà stato pure un investimento, mai tre erano adulti e vaccinati, non pensa?

«E il bombardamento su Belgrado,voluto da Clinton e promosso dal governo D’Alema? E la kippah ebraica sulla testa di Fini?».



 

Perché, a dispetto degli Usa, Mani Pulite non si spegne subito?

«Per vischiosità l’indagine continua ma non ha più una funzione dirigente, di riordino del sistema: Borrelli attende la “grande chiamata” ma non diventa presidente della Repubblica; Colombo, il guardiano del tempio, non diventa Guardasigilli; D’Ambrosio, la persona più perbene, cerca di tutelare il tutelabile. E quanto a Di Pietro, per anni ha fatto credere di avere carte su tutti, ma il suo potere si è via via affievolito, man mano che sono andati in prescrizione i reati di cui minacciava di rivelare l’esistenza».



 

Ci sono aspetti della presenza americana che un ex ambasciatore non può rivelare?

«Certo. Assieme alla sovranità politica limitata, in quegli anni si riduce drasticamente la presenza pubblica nell’economia, si privatizza, partiti e sindacati perdono potere. E ancora: tra il 1992 e il 1993 l’Fbi ritiene che la Cia, dopo il crollo del Muro, non abbia più punti di riferimento e in questo quadro si punta a ridurre non solo la sovranità politica ma anche l’autonomia giudiziaria, come Maurizio Molinari ha già scritto in un suo libro. Il capo dell’Fbi arriva a Roma, incontra iministri dell’Interno e della Giustizia e senza che ne sappia nulla neppure il sottoscritto, al tempo ero ministro, viene deciso che la polizia americana si “affianca” a quella italiana nelle indagini sulla morte di Falcone. In questi giorni si parla di trattativa con la mafia. Ma partecipò anche l’Fbi?».




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