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Le sfide che attendono Obama
4/IMMAGINARE UN NUOVO ORDINE COMMERCIALE GLOBALE

La politica commerciale dell'amministrazione Bush ha prodotto scarsi risultati che lasciano in eredità l’arduo compito di confrontarsi con una panorama internazionale incerto.

Data: 0000-00-00

Paul Blustein

In un certo senso, la politica commerciale americana durante la presidenza Bush si è rivelata frizzante e ricca dinamica. Nel 2001 l'amministrazione giocò un ruolo centrale nel lanciare il Doha Round. Nel 2002 il governo ottenne l'approvazione congressuale per negoziare nuovi accordi commerciali. Negli anni successivi Washington ha siglato accordi bilaterali con numerosi Paesi quali Singapore, Cile Giordania, Australia , Marocco, Oman , Bahrain, con cinque nazioni centro-americane e con la Repubblica Dominicana. Negoziati simili sono stati conclusi con Colombia, Corea del Sud e Panama, ma il Congresso li ha bloccati. Iniziative che hanno prodotto tuttavia scarsi risultati e che lasciano in eredità al nuovo presidente l'arduo compito di confrontarsi con una panorama commerciale internazionale incerto. La strategia dell'amministrazione uscente (partire da accordi bilaterali, allargarli a livello regionale, per giungere infine a trattati globali sul commercio) si è rivelata fallimentare. Questo approccio, noto come “liberalizzazione competitiva”, non ha funzionato. Inoltre, i poteri della presidenza di negoziare nuovi patti sono venuti meno nel giugno 2007 e le resistenze congressuali lasciano poche speranze che essi possano essere ripristinati. La volontà di rinegoziare il Nafta mostrata da Barack Obama ed Hillary Clinton durante la loro campagna è emblematica delle diffidenze del corpo politico americano nei confronti del liberoscambio.

Negli ultimi anni il commercio ha esercitato un'influenza positiva sull'economia americana. Le importazioni hanno consentito di mantenere bassa l'inflazione, le esportazioni di evitare, per ora, la recessione. Ma il sistema globale deve essere corretto se si vogliono scongiurare scenari poco rassicuranti. Il fallimento di Doha ha in particolare suscitato perplessità diffuse sul fatto che l'Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) possa continuare a scrivere le regole alla base del funzionamento degli scambi. Con tutte le sue contraddizioni, l'Omc è un garante fondamentale della stabilità del sistema commerciale mondiale ed un foro di discussione fondamentale per discutere le regole del gioco, appianare i dissidi e risolvere le dispute prima che degenerino in vere e proprie guerre commerciali.

LA SFIDA
Oltre alle contrapposizioni tra le grandi potenze, altri sono i mali che affliggono il Doha Round. Primo fra tutti, lo stallo dell'agenda dei lavori. Gli ambiziosi obbiettivi che erano stati proposti in origine sono stati presto ridimensionati. L'accordo che è saltato in Luglio non avrebbe comunque ridotto significativamente le barriere commerciali esistenti. Cosa più importante, il Round, come è attualmente concepito, sarebbe impotente nell'approcciare le questioni commerciali, o comunque legate agli scambi, che sono emerse negli ultimi anni. Una di queste è la crisi alimentare, che ha costretto molti Paesi a ridurre le loro esportazioni di grano. Un'altra è riferibile al riscaldamento climatico, che sta spingendo molti Paesi a predisporre “tariffe verdi” per colpire le esportazioni di beni prodotti utilizzando metodi di lavorazione inquinanti. Un simile sviluppo causerebbe inevitabilmente un aumento dei contenziosi davanti ai tribunali dell'Omc.

La nuova amministrazione Usa dovrà render chiaro sin dall'inizio che la sua politica sarà tendenzialmente più multilateralista che bilateralista:






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