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Roma kaputt tra degrado e promesse

Pubblicato: 15-11-2023
Roma kaputt tra degrado e promesse

Il degrado di Roma non nasce oggi. E’ questione antica che riguarda sindaci e amministrazioni di ogni colore politico. Non c’entra nulla la capacità individuale del primo cittadino o il livello della cultura politica che esprimono gli assessori. Siamo di fronte ad un problema strutturale ed è dunque indispensabile analizzarlo  con un atteggiamento che sfugga alle facili scorciatoie sulle responsabilità individuali dei primi cittadini o dei partiti che li esprimono.

Queste responsabilità esistono, ovviamente. Ma di fronte al fatto che –unica città del modo occidentale- Roma non riesca a riportare alla normalità la questione dello smaltimento dei rifiuti urbani o del trasporto pubblico, dobbiamo chiederci se non sia venuta a maturazione i mali di Roma più volte posti in luce da grandi intellettuali, da Italo Insolera per l’urbanistica a Ferrarotti per la sociologia, solo per limitarci a due nomi noti. La capitale, insomma, inizia a pagare un debito accumulato in centocinquanta anni di vita e la soluzione non può venire da banali idee che tentano di oscurare i mali di cui soffre la città.

Come ad esempio, l’estemporanea proposta dell’attuale sindaco Gualtieri di realizzare un gigantesco termo valorizzatore per bruciare i rifiuti invece di ragionare sul fatto che è stata la criminale crescita urbana imposta dalle classi dirigenti a provocare il disastro e che soltanto sciogliendo quel nodo ancora irrisolto si potrà sperare in un futuro migliore. Su questo versante, quello cioè di invertire i paradigmi della storia urbanistica romana, esistono da tempo convincenti proposte come quella di bloccare per sempre la crescita urbana e mettere mano alla realizzazione di una rete di tramvie che sollevino la città dal quotidiano disastro della congestione veicolare.

Ma per compiere questo decisivo passaggio di merito, occorre però indagare preliminarmente se esistano le condizioni istituzionali per poterlo concretizzare. E chiederci ad esempio se l’aggravarsi dei mali della città non abbiano origine dalla cornice istituzionale che rende  le autonomie locali trascurabili entità rispetto al dominio incontrastato dell’economia dominante che, come noto, non tollera regole e pretende soltanto il laissez faire. Il dominio dell’economia sulla politica ha costretto i comuni ad abdicare dalle funzioni del governo urbanistico e contemporaneamente alla marginalità. Le risorse che i comuni possono mettere in campo per delineare un futuro possibile delle città sono sempre più esigue e ciò impedisce di poter guardare lontano. Addirittura, nella rete dei piccoli comuni montani o collinari stiamo arrivando al rischio della desertificazione demografica e sociale perché le amministrazioni locali sono state private delle prerogative di governo. In altri termini, sono state private della democrazia.

 Il ragionamento che segue parte da questo nodo e tenta di indagare sul caso romano a partire dalle questioni strutturali che hanno portato all’attuale stato di fatto. La svolta politica che sta portando al collasso Roma e quasi tutte le amministrazioni locali, sta nel modello istituzionale che è stato imposto a seguito della crisi di Tangentopoli. Nel 1993, la nuova legge sull’elezione diretta dei sindaci delle città italiane mette al primo posto “la governabilità”, “la stabilità” e le compatibilità economiche delle amministrazioni, sacrificando a queste due divinità la dialettica democratica e la partecipazione alle scelte di governo.

La nuova riforma ha coinciso, come noto, con la scomparsa di alcuni partiti –Democrazia Cristina e Partito Socialista Italiano, in primo luogo- che erano stati per decenni punti di riferimento istituzionale sia a livello locale che nazionale. La riforma degli enti locali del 1993 è la causa della crisi delle città e il caso romano si presta alla perfezione per dimostrare la tesi. E’ certo vero che il debito accumulato da Roma o lo stesso degrado non erano assenti nella precedente fase istituzionale.

La Roma degli anni ’80 di Luigi Petroselli e di Alberto Benzoni venne infatti messa sotto accusa dall’allora opposizione democristiana per “il degrado” diffuso mentre il deficit di bilancio era rilevante. La prima critica va valutata in rapporto a quanto sarebbe avvenuto negli anni seguenti: i servizi pubblici, ad iniziare dalla raccolta dei rifiuti urbani, funzionavano molto meglio di oggi.  Il debito esisteva invece perché sulla base di un’idea di città che aveva messo al primo posto il recupero della periferia e la fine dell’emergenza abitativa in una città ancora punteggiata da tante baraccopoli piccole e grandi, furono sottoscritti mutui per realizzare Tor Bella Monaca, il grande quartiere pubblico che consentì la demolizione di tutte le baraccopoli. In buona sostanza, fino alla data del 1993 alle città erano affidati i compiti di ampliamento dell’offerta delle dotazioni pubbliche di servizio e di sostegno al welfare urbano.  

Si può certo obiettare che in quei decenni il potere di interdizione dei partiti era molto diffuso e che la vita delle amministrazioni locali era soggetta a interruzioni e discontinuità. Tutto vero. A patto di precisare che questo fenomeno riguardava soltanto in una parte geografica del paese, il centro sud, mentre quasi tutte le amministrazioni delle grandi città dimostravano continuità amministrativa  ed erano sostenute da una diffusa rete di partecipazione sociale.

La figura del sindaco “eletto dal popolo” ha raggiunto due obiettivi. La vita media amministrativa ha coinciso con le scadenze elettorali quinquennali perché al sindaco erano dati per legge i poteri di scioglimento dei consigli comunali, efficace deterrente per scongiurare ribaltoni. Ma la dialettica politica e sociale è stata sostituita dal dominio dei padroni dei voti di preferenza. E’ a questi oscuri trafficanti di voti che vengono attribuite le deleghe assessorili. La società civile, le competenze, non vengono più prese in considerazione.  Intellettuali come  Vittoria Calzolari o di Renato Nicolini, ad esempio, privi del bacino delle clientele non avrebbero mai potuto svolgere il ruolo di assessori durante le giunte Argan-Petroselli. In buona sostanza dalla democrazia imperfetta rappresentata dai partiti collettivi siamo passati al controllo personale e scientifico dei voti di preferenza.

Iniziamo ora ad analizzare la vita delle amministrazioni che si sono succedute dal 1993 per tentare di avvalorare la tesi che abbiamo esposto. La prima consiliatura guidata da Francesco Rutelli (1993-1998) ha dimostrato un buon livello di efficienza e di  visione generale sul destino della città. Ma ciò non era affatto il frutto della riforma istituzionale. Era piuttosto il frutto di elaborazioni decennali che i partiti avevano elaborato nella dialettica sociale. E’ a quella elaborazione e tensione culturale che si deve la visione della città con cui si ottennero i consensi. E’ alla democrazia interna dei partiti –compiuta  o meno che fosse- che vengono suggeriti i nomi degli assessori. La prima amministrazione Rutelli ha svolto un ruolo positivo perché la cesura politico istituzionale che era sottesa dalla legge di riforma delle amministrazioni locali non aveva fatto in tempo a dispiegare i suoi effetti.

Prova ne sia che per la costruzione del programma del Giubileo 2000, nella città si svolse un dibattito sulla qualità dei progetti prescelti e sulla loro attitudine a contribuire ad una città più efficiente e giusta, con lo sguardo rivolto alle periferie lontane o al potenziamento del trasporto pubblico. E’ bene ricordare che in poco tempo venne creato nell’area universitaria di Tor Vergata -prescelta per ospitare l’incontro tra Giovanni Paolo II e un milioni di giovani accorsi da tutto il mondo- un efficiente sistema infrastrutturale di cui beneficiò tutto quel quadrante periferico, da Tor Bella Monaca fino alla Romanina.

Gli anni ’90 sono la fase di passaggio. Si afferma come noto un’economia senza regole che estende il suo dominio in ogni settore sociale. La politica inizia un declino inarrestabile che arriva fino ai nostri giorni. Di fronte al sistematico taglio delle risorse locali e alla contemporanea impossibilità di indebitamento, i comuni sono costretti ad incrementare il rilascio delle concessioni edilizie. Dal 1993 al 2008 si assisterà ad una intensa attività edificatoria e ad un processo di valorizzazione degli immobili che in ogni parte d’Italia aumentano il loro valore. Anche nelle periferie lontane sembra avvenire il miracolo dell’arricchimento di massa.

I primi elementi della globalizzazione finanziaria si erano colti nel settore alberghiero romano: tutti i grandi player internazioni avevano potenziato la loro presenza sul mercato urbano in vista del Giubileo. Ma è nel decennio successivo che si colgono interamente gli effetti della nuova fase economica. Durante il mandato del sindaco Walter Veltroni (2001 – 2008) l’economia senza regole impone la realizzazione di una serie enorme di centri commerciali e ipermercati. Gran parte di essi vengono realizzati forzando le regole urbanistiche. Il destino delle città sfugge all’amministrazione comunale. E’ il “mercato” che impone i suoi giochi. I dati di Confcommercio del 2019 parlano della realizzazione di 23 outlet, 35 centri commerciali e 55 grandi strutture di vendita. La rete del piccolo commercio che rappresentava in molti casi l’unico elemento di socialità di molte periferie, sta conseguentemente scomparendo e lascia il posto ad una periferia senz’anima.

 

Si deve certo ricordare che le giunte Rutelli e Veltroni avevano messo in atto il tentativo di redigere un nuovo piano regolatore al posto di quello del 1965. Ma anche questa vicenda conferma il cambio di paradigma. Il nuovo piano urbanistico sarà approvato nel 2008 ma si basa su una filosofia privatistica che prevede una continua  contrattazione. Sono cancellate per sempre le vecchie destinazioni funzionali a cui eravamo abituati. Tutte le aree sono divenute potenzialmente edificabili con l’aggravante della mancata distinzione tra pubblico e privato. La volontà di assecondare le forze economiche dominanti è sottolineata anche dall’enorme dimensionamento del piano che –a fronte di una popolazione sostanzialmente stabile (2,8 milioni di abitanti e un leggero incremento dei nuclei familiari) prevedeva la realizzazione di 70 milioni di metri cubi di cemento, una quantità in grado di fornire un alloggio per 700 mila nuovi abitanti!

Nel 2008, pochi mesi dopo l’approvazione del piano regolatore di Roma, negli Stati Uniti –paese guida nel processo mondiale di valorizzazione immobiliare-  esplode la crisi dei mutui immobiliari subprime. Si inceppa il meccanismo del mercato drogato da finanziamenti superiori ai valori reali immobiliari. Crolla dunque il castello di carte su cui si era basato il quindicennio 1993 – 2008, periodo in cui i valori immobiliari erano stati in costante crescita. E visto anche il piano regolatore di Roma del 2008 era basato proprio sul meccanismo della valorizzazione immobiliare inizia per la capitale una crisi che perdura fino ad oggi. Tutti i grandi progetti su cui si sperava di incardinare la città si fermano, dalla trasformazione dei Mercati generali di via Ostiense alla ricostruzione dell’ex Fiera di Roma, dalla “valorizzazione” delle torri del ministero delle Finanze all’Eur al recupero del Mattatoio, solo per fare gli esempi maggiori.

I nuovi sindaci insediatisi dopo il 2008 dovranno affrontare la più grave crisi economica della città e ciò si tradurrà in ulteriore avvitamento della democrazia. Durante il mandato del sindaco Gianni Alemanno (2008 -2013) l’incapacità di fare i conti con la mutata realtà economica globale porta addirittura l’amministrazione a incrementare il numero dei grandi progetti da realizzare. Invece di fare i conti con la città bloccata si ipotizzano le più estemporanee iniziative urbane, dalla demolizione del quartiere di Tor Bella Monaca alla creazione di una nuova urbanizzazione del lungomare di Ostia.  Si inizia ad applicare sistematicamente la “compensazione urbanistica”, e cioè lo strumento di sostegno alla proprietà fondiaria ed edilizia, e si da inizio al devastante diversivo della costruzione dello stadio della Roma calcio che bloccherà il dibattito urbanistico romano fino ai nostri giorni.

E, ciò che più conta,  in mancanza di risorse economiche certe e costanti,  ci si affida alla cultura dell’evento straordinario: Alemanno propone la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020. Nel 2014, l’indagine Mondo di mezzo svela l’intreccio tra l’amministrazione pubblica e un insieme di imprese e cooperative legate alla politica che fanno affari grazie alle coperture della malavita organizzata. Roma tocca con mano che l’involuzione democratica genera mostri. E’ la mancanza di regole nell’affidamento di lavori e di appalti ad alimentare il malaffare. La magistratura inquirente svela poi che la cura dei parchi pubblici è affidata a imprese legate al malaffare. La pubblica amministrazione degrada a favore del malaffare. Anche la sfortunata fase del sindaco Ignazio Marino (2013 -2016) sta dentro questa nuova cultura. Un sindaco onesto e intenzionato a migliorare la città tocca con mano la mancanza di strumenti. I comuni sono ridotti al piccolo cabotaggio e sono preda dei grandi poteri che  sfruttano  il proprio ruolo dominante.

Il caso dello stadio della Roma calcio, ereditato dall’amministrazione Alemanno, ne è la più evidente dimostrazione.  La proprietà fondiaria (gruppo Parnasi) e quella della società (capitali statunitensi) tenta di imporre un luogo sbagliato, la via Ostiense, scelto soltanto sulla base delle convenienze immobiliari.  Nel 2018, una nuova grande inchiesta della Procura di Roma svela gli intrecci tra il mondo economico, i decisori politici e le istituzioni che dovrebbero rispettare le leggi. Il gioco per realizzare una grande opera avviene al di fuori della dialettica democratica. I consigli comunali sono svuotati di prerogative. Il sistema dei partiti e delle reti della società civile sono escluse da ogni possibilità di intervento. Vengono ritualmente aperte le fasi della “partecipazione dei cittadini”, ma sono scatole vuote che servono a ratificare qualsiasi decisione.

In questo senso, l’amministrazione Raggi (2016 – 2021) pur avendo ottenuto un successo elettorale straordinario proprio sull’obiettivo di recuperare partecipazione e spazi democratici è naufragata proprio perché incapace di confrontarsi con la necessità di riformare nel profondo la legislazione vigente. E mentre il degrado dei servizi pubblici, dalla raccolta dei rifiuti ai trasporti pubblici, dalla manutenzione degli edifici pubblici a quella delle strade e del verde dilagava, l’amministrazione decideva di non schierarsi nel referendum indetto nel 2019 dal Partito Radicale per privatizzare il servizio di trasporto pubblico. Il referendum  non raggiunse il quorum, a dimostrazione della disaffezione dell’opinione pubblica sul tema delle privatizzazioni. Ma è indubbio che l’amministrazione comunale si è dimostrata incapace di comprendere che sul tema dei servizi pubblici si giocava una partita decisiva per il futuro del welfare urbano.

Anche il partito democratico aveva evitato di cimentarsi con il referendum sulla privatizzazione dell’Atac e con i nodi strutturali che stanno distruggendo le autonomie locali. Aveva però compreso che il fallimento dei 5stelle avrebbe favorito una nuova stagione amministrativa. Il calcolo si è rivelato esatto perché nel 2021 Roberto Gualtieri, ex ministro dell’economia, viene eletto sindaco. Il problema per il Pd –ma soprattutto per la città- è che la realtà non può essere ingannata e si vendica. L’avvio dell’amministrazione Gualtieri avviene in un quadro di degrado inedito rispetto agli anni precedenti. La pulizia della città è al punto di non ritorno. I trasporti pubblici allontanano sempre di più le periferie. I servizi sociali sopravvivono a mala pena.

Ma è bene soffermarsi  sulla crisi della democrazia che si manifesta fin dall’esordio di Gualtieri. Egli propone infatti di realizzare un mega inceneritore dei rifiuti urbani, unica possibilità, sostiene, per risolvere la crisi del settore. Non ne aveva mai parlato in campagna elettorale ed è evidente che in questo modo la democrazia viene calpestata. Del resto, il sindaco Gualtieri appena eletto aveva imprudentemente promesso che in tre mesi avrebbe risolto il problema del funzionamento della raccolta dei rifiuti urbani. Sono passati due anni e il servizio è peggiorato.

La nuova amministrazione riprende poi il diversivo dello stadio della Roma localizzandolo in un posto sbagliato, Pietralata, senza alcun confronto con la città. Anche di questo non se n’era mai parlato nei programmi. Infine l’episodio più grave. Si affidano tutte le possibilità di riscatto della città all’ottenimento della candidatura ad ospitare l’Expo internazionale del 2030. Il comitato immediatamente costituito per sostenere la candidatura è estraneo alla pubblica amministrazione. L’unica ricetta è quella di affidarsi agli eventi straordinari come modalità di governo ordinario della città.

Per sostenere la candidatura a Expo 2030 in una conferenza tenuta a Parigi, ha affermato che Roma arriverà a quella data diminuendo le emissioni di CO2 del 66%. In cinque anni –tanti ne mancano- una città perennemente nell’ingorgo del traffico troverebbe le risorse economiche e i progetti per risolvere la questione della qualità dell’aria. Parole in libertà.

E da ultimo, ad ulteriore sottolineatura dell’involuzione politica e culturale che attraversiamo, la stessa partita delle opere da realizzare per il Giubileo del 2025. Affermavamo in apertura di questo articolo che l’evento del 2000 fu costruito attraverso il confronto con le forze sociali e con la città. Ora no. Si conosce a mala pena l’elenco delle opere da realizzare e dietro all’eterno paravento della mancanza di tempo, si evita di ragionare sul modello di città che si vuole perseguire.

E’ una omissione voluta e consapevole. Così infatti si lascia mano libera all’economia dominante di adeguare la città ai propri obiettivi senza dover fare la fatica di confrontarsi con le amministrazioni pubbliche. Nel vuoto di prospettive comunali, infatti, è in corso di ultimazione la realizzazione di più di dieci alberghi della catena del lusso (quattro e cinque stelle) all’interno del centro storico.

Dopo la parentesi del Covid, infatti, il settore turistico ha raggiunto risultati superiori al periodo precedente e l’evento Giubileo 2025 sarà sicuro fattore di richiamo per milioni di potenziali clienti. Tutti in nuovi progetti alberghieri sono collocati nel centro storico dove già oggi si assiste ad una pressione turistica insostenibile. Roma si presenterà all’appuntamento giubilare con un centro storico ridotto ad un gigantesco luna park a beneficio degli operatori del turismo di massa. Sta avvenendo una trasformazione epocale che avrà conseguenze di lungo periodo e l’amministrazione comunale non affronta neppure il problema. E’ assente, lasciando che sia l’economia dominante a disegnare il futuro della città.

Torniamo dunque al nodo legislativo e strutturale. La politica deve riappropriarsi della (delle) città. E’ solo questo l’antidoto al disastro in cui è caduta la città. La riforma del 1993, nata in un momento di emergenza istituzionale, è servita per superare la crisi ma ha  azzerato la dialettica democratica: i comuni sono diventati macchine di consenso utili nel breve periodo. Le città si governano invece con prospettive di lungo orizzonte, con visioni lontane e cultura della partecipazione. La politica che vuole ancora suscitare speranze di cambiamento e aprire prospettive di riscatto sociale deve partire da questa evidente contraddizione: chiudere la fase che ha portato al restringimento della democrazia e riaprire il confronto con l’intera città.

Il terreno per una ampia iniziativa politica è molto ampio e potrebbe consentire alla sinistra di riprendere un ruolo politico centrale. In questi giorni (ottobre 2023) il governo presieduto da Giorgia Meloni ha tagliato in sede di manovra finanziaria i trasferimenti agli enti locali. SI tratta di 300 milioni l’anno. Pochi in assoluto, ma tanti non solo perché tutti i comuni fanno fatica a far quadrare i propri bilanci e anche perché il governo delle destre inverte una tendenza a mantenere invariati i finanziamenti agli enti locali che si era consolidata negli anni della crisi Covid 19 in cui erano stati proprio i comuni a contrastare gli effetti sociali della crisi economica.

Ora si torna all’antico. Ad una concezione centralistica già evidenziata nella gestione dei fondi PNNR e coerente con la visione culturale delle destre. Si aprono dunque spazi di iniziativa politica e c’è da sperare che la sinistra critica compia quel salto politico indispensabile per aprire una nuova fase della vita istituzionale italiana.

Paolo Berdini

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