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Gli ultimi contrasti rischiano di danneggiare le relazioni bilaterali

CRESCE LA TENSIONE TRA CINA E STATI UNITI

La decisione di Barack Obama di incontrare il Dalai Lama in occasione del prossimo viaggio della guida spirituale tibetana negli Stati Uniti provoca una nuova lacerazione nei rapporti tra Washington e Pechino, particolarmente tesi negli ultimi tempi.
Infatti, dopo le polemiche delle scorse settimane relative alla censura di Google in Cina, il recente annuncio di un accordo per la vendita di armi americane a Taiwan ha innescato la reazione irritata di Pechino, che ha minacciato di elevare pesanti sanzioni economiche contro le aziende americane. E' possibile una guerra commerciale? L'analisi di Stratfor

-SICUREZZA
Rosarno, una "scossa" per l'Italia
La rivolta degli immigrati in Calabria non deve essere archiviata frettolosamente, ma aprire una seria riflessione sulle politiche di integrazione nel nostro paese
Prevenire il nuovo terrorismo: il contributo della ricerca
Per far fronte alla minaccia dell'estremismo gli strumenti repressivi e investigativi classici non sono sufficienti. La necessità di un nuovo approccio

-CRISI GLOBALE: Intervista a Richard Posner
Parla il giurista americano, uno padri della law & economics, da sempre accostato alla Scuola di Chicago: "Il collasso finanziario del settembre 2008 è stato un duro colpo per la professione di economista"



GEOPOLITICA - Taiwan agita le relazioni tra Washington e Pechino

Stratfor.com, 2 febbraio 2010,

Le recenti polemiche tra Cina e Stati Uniti relative all'annunciata vendita di armi americane a Taiwan si inseriscono in una lunga teoria di contrasti tra Washington e Pechino sulla questione. E non potrebbe essere altrimenti, perché la Cina considera Taiwan una sua provincia dissidente. In realtà, si tratta di uno stato indipendente che persegue una sua politica estera e di difesa. Nonostante il riconoscimento della Repubblica popolare come legittima espressione della statualità cinese (riconoscimento avvenuto in seguito alla politica di riavvicinamento voluta da Richard Nixon negli anni settanta) il dossier Taiwan continua ad avvelenare i rapporti sino-americani (Stratfor.com).
 
 
GEOPOLITICA - La visita di Berlusconi in Israele

Haaretz, 1 febbraio 2010,

Il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, continua a dimostrarsi il leader europeo più vicino allo Stato di Israele. Ha sempre sostenuto il paese, mantenendo toni amichevoli anche quando i suoi colleghi dell'Unione europea avanzavano forti perplessità verso alcune scelte dei governi israeliani. In occasione della visita del premier italiano in Israele, gli editorialisti di Haaretz riconoscono il rapporto particolare che unisce attualmente i due paesi ed evidenziano l'importanza delle parole pronunciate da Berlusconi nell'intervista concessa allo stesso quotidiano israeliano alla vigilia degli incontri ufficiali. La cordialità e la sintonia che hanno caratterizzato i successivi colloqui con il premier Benjamin Netanyahu hanno confermato la comunanza tra Roma e Gerusalemme in questa fase storica. Constatazioni che inducono l'autorevole quotidiano israeliano a rivolgere un pressante invito ai vertici dell'esecutivo nazionale: "Ascoltate le parole degli amici".
 
 
STORIA - Obama vuole cambiare la politica estera Usa. Non sarà facile

Foreign Policy, Gennaio/Febbraio 2010,

Né un freddo realista, né un ambizioso idealista. Questa la postura di Barack Obama quando si discute di politica estera. Un atteggiamento che lo accomuna a molti presidenti americani di successo, ma che non lo rende immune dal rischio di cadere nelle contraddizioni che hanno affossato la presidenza di Jimmy Carter.
Questa l'opinione di Walter Russel Mead, Henry A. Kissinger senior fellow press il Council on Foreign Relations e autore di Special Providence: American Foreign Policy and How It Changed the World. Generalmente, gli inquilini della Casa Bianca si rifanno a quattro grandi riferimenti ideali quando si tratta di impostare la politica globale della prima potenza al mondo. Si tratta di personalità che hanno segnato la storia della giovane repubblica americana, ossia Alexander Hamilton, Woodrow Wilson, Thomas Jefferson e Andrew Jackson.
 
 
CULTURA - Intelligenze a confronto

New York Review of Books, Volume 57, Numero 2, 11, 2010,

Garry Kasparov
lascia per un attimo i panni dell'aspro fustigatore del regime putiniano per tornare a parlare della sua antica passione, gli scacchi, ma in un'accezione più ampia, volta a far luce sul complesso rapporto tra la mente umana e il tentativo della scienza applicata di riprodurne e migliorarne i meccanismi cognitivi. Il più volte campione del mondo inizia il suo contributo per la New York Review of Books ricordando il suo trionfo del 1985 contro i  trentadue processori messi a punto dalle più importanti società attive nel settore della computeristica applicata al gioco degli scacchi. Undici anni più tardi, la vittoria del supercomputer Deep Blue su Kasparov entusiasmò i programmatori e gettò nello sconforto coloro che interpretarono la sconfitta del campione russo come la definitiva sottomissione della mente umana alle macchine. Reazioni semplicistiche secondo Kasparov.
 
 



2010-02-06
A Rosarno tutti hanno ragione, residenti e immigrati. Ma non vince nessuno. Tutti urlano la rabbia, ma nessuno la sente. Per questo è necessario investire per garantire la massima sicurezza possibile al Paese, ai cittadini autoctoni e a quelli stranieri

Salvatore Licata,

Dalla visita al Museo dell'Immigrazione di Ellis Island a New York ho imparato. Dalla visita nelle banlieue parigine ed il confronto con gli operatori sociali francesi a Parigi ho imparato. Ho imparato a non negare che per creare un contesto di integrazione bisogna volerla. Bisogna dimostrarla ed attuarla con azioni concrete a tutti i livelli ed in tutte le sedi possibili: politiche, sociali, economiche, lavorative, scolastiche, educative, famigliari.
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2010-02-06
Per far fronte alla minaccia dell’estremismo che minaccia le libertà e gli stili di vita e danneggia ogni prospettiva di convivenza civile, il rafforzamento degli strumenti investigativi e repressivi non è sufficiente. Serve un approccio multidimensionale che tenga conto del contributo della ricerca (storica, sociologica e psicologica) e che aiuti a comprendere a fondo le dinamiche in continua evoluzione del nuovo terrorismo

Fabio Lucchini,

Da alcuni decenni gli studiosi di scienze sociali si interrogano sulle motivazioni che spingono un individuo, o un gruppo di individui, a intraprendere una coerente "carriera terroristica" o, più semplicemente, ad abbandonarsi a singoli eclatanti atti di violenza terroristica. Molto si è fatto, ma per ammissione degli stessi addetti ai lavori la materia rimane perlopiù inesplorata e ciò invita a moltiplicare gli sforzi e ad approfondire le ricerche. Questo perché il comprendere le cause, le motivazioni e le determinanti del comportamento terrorista rappresenta un elemento di conoscenza vitale per contrastare e disinnescare una violenza estremista che diventa di giorno in giorno più imprevedibile nelle sue modalità e più sfuggente nelle sue manifestazioni.
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2010-02-04
Colloquio con il giurista americano, considerato tra i padri della law & economics: la crisi, Keynes e gli errori degli economisti

John Cassidy, New Yorker, 13 gennaio 2010,

Ho intervistato Posner nel suo studio presso la corte federale nel centro di Chicago, dove è giudice della Corte di Appello degli Stati Uniti per il Settimo Circuito. Ho iniziato la nostra conversazione raccontandogli delle mie ricerche per un articolo che stavo scrivendo sull'impatto avuto dalla crisi finanziaria sulla scuola economica di Chicago e, più in generale, sull'accademia economica nel suo complesso.
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2010-01-28
Un movimento per i diritti civili è nato in Iran. Si ipotizza una rivoluzione ma anche una strategia degli ayatollah: usano i leader riformisti per far venire allo scoperto gli oppositori e neutralizzarli

Francesca Morandi,

Non una rivoluzione per abbattere la teocrazia islamica ma il riconoscimento dei diritti civili in Iran. È questo l'obiettivo che emerge con forza sempre maggiore dalla protesta di massa che infiamma da otto mesi le città iraniane, nonostante decine di morti e centinaia di arresti tra i dimostranti. Ma il fronte di opposizione potrebbe spaccarsi al suo interno e disconoscere gli attuali leader politici, con conseguenze imprevedibili. "Dov'è il mio voto?" urlano dalle piazze migliaia di anti-governativi, uomini e donne, che chiedono le dimissioni di Mahmoud Ahmadinejad, al quale contestano le irregolarità elettorali che lo scorso giugno lo hanno riconfermato alla presidenza, sbarrando la strada ai candidati riformisti, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi.
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