Email:
Password:
Non sei ancora iscritto? clicca qui
Iscriviti alla Newsletter:
ABBONAMENTI e RINNOVI  Critica TV Cerca nel sito:
Links   Chi Siamo  
Critica Sociale (anno 2014)
Storia e documenti di trent'anni (1980-2013)
Le pubblicazioni e i dibattiti
Le radici della democrazia e la Critica di Turati



AMBIENTE (45)
CRITICA SOCIALE (52)
CULTURA POLITICA (372)
DEMOCRAZIA (395)
DIRITTI UMANI (116)
ECONOMIA (254)
ENERGIA (74)
GEOPOLITICA (402)
POLITICHE SOCIALI (77)
SICUREZZA (291)
STORIA (98)
TERRORISMO (62)


Afghanistan (66)
Ahmadinejad (56)
Al-qaeda (29)
America (56)
Berlusconi (56)
Blair (61)
Brown (83)
Bush (131)
Cameron (31)
Casa Bianca (20)
Cina (141)
Clinton (71)
Comunismo (18)
Craxi (34)
Cremlino (33)
Crisi (88)
Egitto (19)
Elezioni (26)
Euro (24)
Europa (242)
Fed (16)
Francia (58)
Frattini (16)
G8 (17)
Gas (19)
Gaza (30)
Gazprom (24)
Georgia (40)
Germania (36)
Gran Bretagna (47)
Guerra Fredda (23)
Hamas (56)
Hezbollah (38)
India (42)
Iran (166)
Iraq (52)
Israele (148)
Italia (110)
Labour (58)
Libano (37)
Libia (21)
Londra (16)
Mccain (84)
Medio Oriente (82)
Mediterraneo (19)
Medvedev (49)
Merkel (35)
Miliband (24)
Mosca (31)
Napolitano (16)
Nato (61)
Netanyahu (26)
Nucleare (53)
Obama (240)
Occidente (60)
Olmert (18)
Onu (43)
Pace (20)
Pakistan (34)
Palestina (23)
Palestinesi (31)
Pci (22)
Pd (26)
Pdl (16)
Pechino (27)
Petrolio (35)
Psi (19)
Putin (109)
Recessione (32)
Repubblicano (16)
Rubriche (53)
Russia (179)
Sarkozy (130)
Sinistra (24)
Siria (49)
Socialismo (40)
Stati Uniti (189)
Stato (23)
Teheran (20)
Tory (22)
Tremonti (30)
Turati (24)
Turchia (30)
Ucraina (25)
Ue (81)
Unione Europea (37)
Usa (228)

   
Home Page  >> 
 
 

In questo numero: Storia di venti anni/2 - Numero del 2013-01-21

SIAMO TORNATI Stefano Carluccio
>>> I PENNIVENDOLI Ugo Intini
MANI PULITE E LA CRISI ECONOMICA Mauro Mellini - Direttore di "Giustizia Giusta"
MISTERI E SEGRETI Edmond Dantes


La malattia del giornalismo italiano
I PENNIVENDOLI
Ugo Intini

Ci hanno insegnato che devono essere tutelate l’autonomia e l’indipendenza della stampa e della magistratura, perché grazie a loro è in corso la già ricordata “rivoluzione pacifica” che sta cambiando l’Italia. Ma per la verità, né ora né mai si sono constatate queste virtuose caratteristiche. Anzi, per quanto riguarda la stampa, la sua storia è proprio segnata dalla sudditanza a interessi diversi da quelli della libera informazione. Mentre infatti in quasi tutte le democrazie i giornali sono cresciuti come imprese autosufficienti, rivolte esclusivamente a trarre profitti, e a trarli attraverso il prestigio raggiunto nel pubblico dei propri lettori, in Italia non è praticamente mai esistita, almeno per quanto riguarda la stampa quotidiana, una industria editoriale autonoma.

I quotidiani sono nati come attività economica secondaria (di pubbliche relazioni e di pressione politica) al servizio di un’altra attività imprenditoriale. Industriali tessili, zuccherieri, petroliferi, dell’acciaio, hanno “aggiunto”, per aumentare la propria influenza, accanto alle aziende principali, quelle editoriali. Così si sono sviluppati il Corriere della Sera dei Crespi, la Stampa degli Agnelli, il Messaggero dei Perrone e tanti altri, messi al servizio di questa o quella politica a seconda degli interessi imprenditoriali della proprietà. E così, cambiati alcuni nomi ma non la sostanza, si è giunti sino a oggi. Peggio. I pochi editori veri sono stati aggrediti. Angelo Rizzoli, innanzitutto, la cui azienda, dopo l’acquisizione del Corriere, prima è stata invasa dai poteri occulti della P2, e poi praticamente espropriata. O lo stesso Berlusconi, che è il solo titolare di mass media ad avere individuato in questo settore il centro dei suoi interessi ed è stato per un decennio il solo ad essere contestato. Le aziende editoriali, in queste condizioni, perdono denaro? I quotidiani sono, a eccezione di quelli spagnoli e portoghesi, di gran lunga i meno diffusi in Europa? Poco male, perché il peso politico è tale da imporre allo Stato di allargare i cordoni della borsa con interventi assistenziali. E infatti, negli anni ‘80, grazie alle “provvidenze per l’editoria” imposte da una tipica legge “consociativa”, i giornali delle imprese paladine del libero mercato hanno incassato 2000 miliardi circa di regalie pubbliche.

Nel mondo si discute oggi sui due modelli di capitalismo che si contrappongono nel controllo delle grandi aziende. Quello americano, basato sulle “public companies”, sulla proprietà cioè delle aziende diffusa tra fondi pensione e migliaia di piccoli risparmiatori, con la conseguenza di attribuire il vero potere al vertice manageriale. E quello tedesco-giapponese, basato sul controllo da parte del sistema bancario.

In Italia, abbiamo un capitalismo unico, oligarchico, basato sulla proprietà di famiglie che, attraverso un gioco di finanziarie a “scatola cinese” controllano saldamente l’azienda non con la maggioranza dei capitali, ma con piccole quote azionarie (in genere basta il 10 per cento) e accedono in modo privilegiato al credito grazie al “salotto buono” di Mediobanca, la sola banca d’affari del Paese. C’è da stupirsi se nessuno parla di questo strano capitalismo familiare all’italiana, con molto potere e molti debiti ma con poco, o niente, capitale? E con i piedi di argilla, perché l’immortalità non è assicurata neppure ai monarchi e i principi ereditali non sempre si dimostrano all’altezza dei compiti? Visto che l’intera stampa era posseduta sino a ieri esattamente dalle tre grandi famiglie del nostro capitalismo (ridotte tragicamente a due dopo il suicidio di Gardini), ci sarebbe da meravigliarsi, al contrario, se il problema, ancorché tra i più gravi del Paese, fosse affrontato. C’è da stupirsi se i giornali delle grandi famiglie che controllano la Borsa, l’industria dell’auto, dell’elettronica e della chimica non ci hanno mai informato con neutralità sulla situazione dei mercati finanziari e di questi tre settori industriali chiave? O se i risparmiatori hanno appreso del catastrofico indebitamento del gruppo Ferruzzi non dai giornali di sua proprietà, come Il Messaggero, bensì a crack avvenuto?

I giornalisti italiani possono “scherzare coi fanti”, ad esempio con i politici, ma devono, come recita il vecchio adagio, lasciar stare “i santi”, e cioè le grandi famiglie. C’è voluto un corrispondente straniero, Alan Friedman, del Financial Times, per scrivere non con il cappello in mano un libro sull’impero finanziario degli Agnelli. E ha incontrato non poche difficoltà perché, come ha osservato, “in Italia non si indaga su Gianni Agnelli: è semplicemente una cosa che non si fa”. Pochi giornali hanno dato spazio al volume di Marco Borsa Capitani di sventura, in cui si dimostrava che le grandi aziende proprietarie dei quotidiani erano guidate non da condottieri illuminati (Romiti, De Benedetti, Gardini), ma da Re Mida alla rovescia. E l’autore, dopo il suicidio di uno dei tre, Gardini, passa adesso anche per iettatore.

Eppure le sue riflessioni sulla “diversità” del nostro sistema industriale e finanziario rispetto a quello dei Paesi moderni meriterebbero un approfondimento anche perché, pur censurate dalla stampa italiana, sono condivise da quasi tutti gli osservatori internazionali. “La grande impresa italiana — egli osserva — è in crisi non tanto perché è intrinsecamente e storicamente debole, ma perché è mal gestita e lo è perché è governata da proprietà familiari di tipo feudale che hanno costruito un potere oligarchico, finanziario e speculativo, capace di subordinare agli interessi personali dei membri di questa oligarchia qualunque altro interesse aziendale o generale”. “La prevalenza del capitalismo di rapina segnala l’esistenza di un sistema economico sostanzialmente antiquato”. “In Italia, bisogna dirlo, la proprietà della grande impresa agisce ancora secondo schemi economici arcaici. E il capitale detenuto da milioni di risparmiatori non riesce a finanziare lo sviluppo dell’economia di mercato perché, benché frutto del lavoro, non ha ancora neppure lontanamente gli stessi diritti e le stesse opportunità di quello accumulato attraverso le speculazioni. Il potere oligarchico mantiene in piedi un sistema di regole arcaico; e l’arretratezza di queste regole sostiene il potere oligarchico indebolendo le possibilità di crescita di una alternativa valida. La crisi della grande impresa italiana non è altro che un riflesso dei danni provocati da questo potere ristretto, feudale, oligarchico esercitato spesso in nome dello Stato”.

Sembrerebbe ovvio e quindi inutile ripeterlo: non può essere autonoma una stampa che appartiene, anziché a editori veri, ai protagonisti della vita economica e politica. E non può essere sostanzialmente democratica o libera neppure una vita economica e politica nella quale alcuni degli attori principali possono sparare con le proprie pistole (e cioè con i giornali usati come strumenti di pressione e di lotta) mentre altri restano disarmati. Non bisogna infatti dimenticare che ciascuna delle grandi famiglie ricordate ha avuto o ha un peso politico superiore a quello di molti segretari di partito. Nessuno può credere seriamente, ad esempio, che il segretario politico del PRI pesasse politicamente negli anni ‘80 più Agnelli.

E d’altronde, in quale Paese del “primo mondo” ci si domanda, per prevedere dove andrà la politica, qual è la strategia della famiglia Rockefeller o quella dei signori Porsche e Krupp, che in Germania conservano un grande nome e considerevoli ricchezze, ma nessun potere? Dove mai può accadere che, mentre tutti invocano il rinnovamento, personaggi ultra ottantenni, come ad esempio Cuccia, restino alla guida di imperi finanziari? Se in nessun Paese moderno, salve poche eccezioni, i grandi giornali appartengono ad aziende industriali non editoriali, ciò non può certamente essere casuale, ma avviene o sulla base di un esplicito divieto o per la naturale resistenza della società civile a situazioni democraticamente anomale. In Italia invece l’anomalia appare la norma. E il problema delle proprietà televisive di Berlusconi si configura oggi soltanto come il caso più urgente e macroscopico.

Il titolare della Fininvest ha ormai un ruolo politico e istituzionale formalizzato, e quindi non può certamente possedere “media”. Agnelli e De Benedetti (come un tempo i Ferruzzi) hanno un ruolo politico, oltre che economico, non formale ma sostanziale: anch’essi non dovrebbero possedere mass media.

Se la stampa italiana ha mancato di autonomia rispetto alla proprietà, ne ha mancato anche rispetto alla ideologia. Per la malattia già ricordata, il prevalere cioè, lungo quasi l’intero secolo, di egemonie culturali totalizzanti, i giornalisti, anziché porsi come professionisti e individui in posizione critica e curiosa nei confronti dei fatti, hanno creduto troppo spesso di dover lottare per un obbiettivo politico: prima il fascismo, poi il comunismo, adesso un indistinto e distruttivo “nuovismo” di cui ancora non si vede il punto di approdo. In tal modo, il frastuono dei cori ha coperto la voce della realtà e a poco a poco ha prodotto un sistema dell’informazione profondamente anomalo, unico al mondo. Un osservatore distaccato perché straniero, come Joseph La Palombara, osserva: “Essere intellettualmente indipendente è anche rischioso. Il quotidiano che occasionalmente tenti di fornire una cronaca critica e obbiettiva, o che pubblichi gli articoli di scrittori che possano rappresentare punti di vista contrastati, saranno facilmente rimproverati di mancanza di coerenza.

I giornali e le televisioni sono marcatamente differenti da quelli americani. Non è che questi ultimi non si occupino di politica e non seguano mai una linea politica. La differenza consiste nel fatto che in Italia una volta che un quotidiano, una rivista, una televisione ha stabilito i suoi legami politici e la sua identificazione, perde ogni sembianza di indipendenza di giudizio di fronte a qualunque problema che abbia implicazioni politiche. In una società profondamente politicizzata, anche le notizie del più innocuo interesse umano possono essere piegate a un uso politico, e spesso così avviene”. Il ritratto non potrebbe essere più preciso e in effetti esattamente a questo mi riferivo quando, per il più politicizzato tra i giornali italiani, la Repubblica, ho coniato negli anni 70 la definizione di “partito irresponsabile”: “partito”, perché dotato di obbiettivi politici e di potere simili a quelli dei partiti, ma “irresponsabile”, perché non responsabile di fronte all’elettorato.

L’anomalia strutturale della stampa si espande e si frammenta. L’iperpoliticizzazione porta giornalisti, che in tal modo dimostrano di non essere mai stati professionalmente indipendenti, a trasformarsi in uomini politici e ad essere eletti in Parlamento. Viceversa, ai primi del Novecento, non come accade nelle democrazie normali, la stampa fondava il suo prestigio proprio sulla separatezza dei ruoli, sul fatto cioè che essa si configura come un “quarto potere”, credibile nella sua critica a tutti gli altri perché mai ad essi mescolato. Accanto all’impegno politico, si afferma il protagonismo. Mentre a un estremo stanno giornali come l’Economist, dove per antica regola nessun articolo viene firmato, così da dare il segno di un lavoro collettivo, la nostra stampa sta all’estremo opposto; viene guidata da prime donne bizzose e rissose, portate a gridare sempre più forte per fare notizia e affermare il proprio “io”, psicologicamente tormentate dalla impossibilità, per quanto gridino, di sopravanzare il fragore del mezzo televisivo.

Si radicano in Italia generi giornalistico-letterari sconosciuti alla stampa internazionale: sentenzia il “tuttologo”, il giornalista cioè che si atteggia a esperto di tutto, e che in verità non conosce nulla in modo approfondito; agita col viso dell’arme la spada (o più spesso la mazza) il “duellante” che, magari attraverso una rubrica settimanale di successo, si è specializzato nell’aggredire e caricare di insulti il malcapitato “nemico” di turno. Anziché professionisti dell’era tecnologica, le nostre grandi firme tendono ad assomigliare a retori enciclopedici del primo Novecento, certo non privi di fascino, come il mitico direttore de Il Mattino, Scarfoglio, o gli altri umorali protagonisti che, in ghette e paglietta, si scambiavano sfide a duello, come i loro epigoni si scambiano oggi querele e richieste miliardarie di risarcimento.

Si può, con le similitudini letterarie, andare anche più indietro nel tempo, sino all’800. Balzac, nel suo famoso pamphlet sui giornalisti, scrive: “la critica oggi serve a una sola cosa, a far vivere la critica”. E’ azzardato pensare ai nostri critici artistici? Ed ecco, nella galleria balzachiana, un altro personaggio, il “nientologo”.

Egli “stende un’idea in una scodella di luoghi comuni e fa sgorgare meccanicamente questa spaventosa mistura filosofia letteraria in fogli continui. La pagina ha l’aria di essere piena, ha l’aria di contenere idee; ma quando l’uomo istruito vi mette il naso, sente l’odore delle cantine vuote. E’ profondo e non c’è niente: l’intelligenza vi si spegne come una candela in un sotterraneo senz’aria. Il Nientologo è il Dio della borghesia attuale; egli è alla sua altezza, è pulito, netto, senza imprevisti. Questo rubinetto d’acqua calda gorgoglia e gorgoglierà in saecula saeculorum senza mai fermarsi”. Straordinaria profezia! Si pecca di lesa maestà se si confessa che nell’eterno rubinetto della Nientologia si sente gorgogliare e scorrere la prosa di Enzo Biagi? Ed ecco, nel libro di Balzac, affacciarsi la politica. “Quanto più un uomo politico è una nullità, tanto è migliore per diventare il Dalai Lama di un giornale”. Non si vede forse, dietro questo identikit, comparire la sagoma di qualcuno tra i sacerdoti del “nuovismo” più gonfiati dalla stampa?

Ma il nostro giornalismo che, alle soglie del 2000 conserva inconfondibili tratti ottocenteschi, trova la sua più fedele fotografia nel ritratto del “direttore di quotidiano”. “Esistono — spiega Balzac — tre tipi di Proprietario-Direttore- Redattore capo del giornale: l’ambizioso, l’uomo d’affari, il puro sangue. L’ambizioso fonda un giornale o per difendere un sistema politico al cui trionfo è interessato o per diventare un uomo politico facendosi temere. L’uomo d’affari vede in un giornale un investimento di capitali i cui interessi gli sono pagati in influenza, piaceri e qualche volta denaro. Il puro sangue è un uomo per cui la gestione è una vocazione, che comprende questo potere, che gode nello sfruttare le intelligenze, senza tuttavia abbandonare i profitti del giornale. Gli altri due fanno del loro foglio un mezzo; per il puro sangue il foglio è la sua fortuna, la sua casa, il suo piacere, il suo potere, e gli altri non sono altro che comprimari, il puro sangue vive e muore giornalista. I Proprietari- Redattori capo-Direttori-Gestori di giornali sono avidi e abitudinari. Simili al governo che attaccano, hanno paura delle innovazioni”. A quale di questi tipi umani assomiglia Montanelli? E Scalfari? All’ambizioso, all’uomo d’affari o a tutti e tre? A suo tempo, parafrasando lo slogan di Giampaolo Pansa sui giornalisti “dimezzati”, ho definito il direttore de la Repubblica “dimezzato”: per un terzo giornalista, per un terzo uomo d’affari e per un terzo uomo politico. Ma devo ammettere di non avere inventato nulla.

La confusione dei ruoli si allarga dal vertice alla base della corporazione giornalistica: i cronisti giudiziali diventano più portavoce e “colleghi” dei magistrati che servitori dei lettori, lavorano con loro in équipe (e in continua violazione del segreto istruttorio), crescono professionalmente e acquistano spazio sulle prime pagine insieme alla crescita del clamore delle inchieste e alla popolarità dei giudici amici; i redattori economici stabiliscono solidi legami con le imprese e con i loro organismi rappresentativi; quelli politici, specializzati ormai per le diverse aree partitiche, legano le proprie fortune a quelle dei dirigenti dei quali si occupano; e i quotidiani si popolano di “minotauri”, metà giornalisti e metà magistrati, metà politici, metà operatori di borsa, metà sindacalisti, poliziotti, operatori teatrali o galleristi.

Lo stile urlato della stampa porta ad attribuire spazio sulle sue pagine soltanto a chi alza di più la voce. Gli obbiettivi politici della proprietà e dei direttori portano a costruire periodicamente teatrini, scenografie e copioni dove vengono inseriti, anche a forza, i personaggi. Anzi, dove i personaggi continuano a essere tali soltanto se accettano di indossare la maschera che è stata per loro confezionata una volta per tutte. Poiché chi non compare non esiste, i politici si adeguano, urlano, dichiarano e smentiscono, fanno la fila per partecipare, anche come comprimari, alla compagnia di giro del teatrino stampato, che in tal modo assume una funzione di continua destabilizzazione, crea polemiche e scandali che nascono, crescono, muoiono in una settimana, ma lasciano il segno approfondendo il gap di credibilità e serietà della intera classe dirigente. La mancanza di autonomia dei giornali e dei singoli professionisti (di fronte alla proprietà e di fronte alla ideologia) ha provocato il “coro” e il coro ha impedito di comprendere la realtà circostante, attraverso una visione pluralista e critica.

Lasciamo perdere gli anni ‘50 o in parte ‘60, quando nel più “in” tra i ristoranti di Milano, il Savini, si riunivano tutti i giovedì a pranzo, in una saletta fissa, il direttore del Corriere, il sindaco e il prefetto per stabilire quale fosse l’immagine della realtà da “vendere” ai sudditi. Neppure dopo che la società italiana si è aperta e democratizzata, la stampa italiana ha manifestato la capacità di interpretarla, o almeno di fotografarla fedelmente. Anzi, ha “bucato” tutti i più importanti avvenimenti degli ultimi decenni: il terrorismo, innanzitutto. Quando le Brigate cominciano a colpire, i grandi giornalisti le definiscono “sedicenti” rosse, sostengono che in verità si tratta di fascisti e provocatori della polizia.

Giorgio Bocca, che poi farà pubblica e ampia autocritica, così manifesta il suo acume giornalistico e politico ancora nel 1975, a ben cinque anni di distanza dall’esplodere dell’eversione leninista: “A me queste brigate rosse fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti; e quando i magistrati, gli ufficiali dei CC e i prefetti cominciano a narrarla, mi viene come una ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla”. Andrea Barbato vede nel rapimento del giudice Sossi, nel 1974, un tentativo di far perdere alla sinistra il referendum sul divorzio. L’intellighenzia comunista al gran completo rende onore al “compagno Feltrinelli” (che in verità fu il fondatore del terrorismo rosso in Italia) e imputa nel 1972 la sua tragica morte sul traliccio di Segrate, mentre prepara un attentato, alle trame della CIA. Il commissario Calabresi è oggetto di una campagna di odio uguagliata in intensità soltanto da quella alimentata, all’interno del Corriere della Sera e della associazione dei giornalisti, contro Walter Tobagi. E non per caso entrambi sono stati uccisi da fanatici esecutori che di queste campagne si sono nutriti. Ma quando il povero poliziotto verrà fulminato dalla rivoltella di un killer, i giornalisti “democratici” vedono nell’assassinio l’inconfondibile segno della “provocazione fascista”. E Miriam Mafai, pur normalmente equilibrata, scrive: “Tutto viene messo in atto da tre anni per fare di Milano la centrale, oltre che della provocazione, della reazione di massa e del nuovo fascismo”.

Le più semplici e chiare manifestazioni del terrorismo rosso non vengono descritte dalla stampa per quello che sono, per quello che appaiono a qualunque osservatore sereno, per quello che esplicitamente e pubblicamente vengono definite dai brigatisti stessi. I giornalisti rifiutano di vedere la realtà che sta “sopra” per ricercare quella che sta “sotto”, attraverso la scienza, tipicamente italiana, della “dietrologia”. I redattori “dietrologi” non si accontentano di ciò che i semplici e gli ignorati sanno e toccano con mano. Loro sanno di più. Ma non è soltanto la malafede o la cecità ideologica che li spinge al ridicolo. Si aggiunge probabilmente una attitudine psicologica tipica degli “intellettuali”. Nietzsche, che se ne intendeva, osserva: “L’uomo teoretico, che io definisco intellettuale, gode e si appaga nel togliere il velo e trova il suo supremo fine e piacere nel processo di disvelamento che gli rivela tutta la sua abilità”. Peccato che quando l’intellettuale è finto (o maldestro) finisca con il rivelare, anziché l’abilità, la sua imbecillità.

Dopo aver descritto per anni i terroristi rossi come fascisti, il giornalismo “democratico”, di fronte all’evidenza, si deve arrendere, ma soltanto in parte. I brigatisti infatti, da “fascisti” diventano “criminali e basta”, i loro comunicati diventano “deliranti” e “farneticanti”. Ma guai a dare notizia dei contenuti. Ci si deve fidare degli aggettivi standard coniati dai giornali, sempre uguali, come ai tempi delle veline “minculpop”. Guai. Accade infatti qualcosa di incredibile per la stampa di un Paese libero. Sono i giornalisti stessi a chiedere la censura, a pretendere che nessuno possa osare la pubblicazione dei comunicati brigatisti.

Neppure se ciò serve a salvare una vita umana, come nel caso D’Urso. Forse, temono che i cittadini, leggendo per esteso le teorie brigatiste, si accorgano che esse altro non sono se non la scolastica ripetizione della dottrina rivoluzionaria leninista, propagandata sino a poco tempo prima proprio dagli intellettuali e dalle loro testate. Ancora nel 1981, il Corriere della Sera, mentre chiede il silenzio sui comunicati delle Brigate Rosse, definisce, nel titolo di un ampio e argomentato fondo del suo futuro direttore, Cavallari, i brigatiisti “i nipotini di Goebbels”. Quando rispondo, sull’Avanti!, che sono, al contrario, i “nipotini di Stalin”, sollevo scandalo e accuse di “anticomunismo viscerale”, ma certamente il cento per cento degli italiani se ne sarebbe convinto se avesse potuto leggere per esteso i loro proclami sui grandi giornali. Il terrorismo non avrebbe messo radici se per dieci anni la stampa più autorevole non avesse mistificato la sua natura e soprattutto se, individuata l’ideologia leninista e comunista che lo alimentava, si fosse sviluppata finalmente contro questa ideologia una vasta campagna di contestazione, desacralizzazione e ridicolizzazione. Simile a quella che da tempo era avvenuta in tutto l’Occidente.

Ma come avrebbero mai potuto i giornalisti italiani assolvere a questo compito? Come avrebbero potuto dare alla lotta contro l’eversione, specialmente nei confronti dei giovani, il contributo culturale decisivo che qualunque stampa libera, in qualunque Paese democratico, avrebbe dato? Ancora nel 1971, quando Lotta Continua viene accusata di istigare alla violenza, il gotha del giornalismo e della intellettualità appoggia i suoi redattori e scrive in un appello: “Quando affermano che in questa società l’esercito è strumento del capitalismo, mezzo di repressione della lotta di classe, noi lo affermiamo con loro. Quando essi dicono “se è vero che i padroni sono dei ladri, è giusto andarci a riprendere quello che hanno rubato”, lo diciamo con loro. Quando essi gridano “lotta di classe, armiamo le masse”, lo gridiamo con loro. Quando essi si impegnano a “combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato sino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento”, ci impegniamo con loro”. I firmatari dell’appello non sono una banda di emarginati, ma il gruppo dirigente che a tutt’oggi controlla gran parte della cultura e del giornalismo italiano (certo con molte doverose “revisioni”), a cominciare dall’attuale direttore del Corriere della Sera (Paolo Mieli, ndr). Questo “gotha” crescerà sotto la guida di Ottone sino ad assumere il controllo del quotidiano di via Solferino e poi de La Stampa, di Panorama, dell’Espresso. E quando il gruppo Rizzoli verrà in parte “normalizzato” dalla P2, il testimone della staffetta passerà a la Repubblica.

Al Corriere caduto nelle mani di un “soviet” costituito da comitato di redazione e consiglio di fabbrica, si giungerà a censurare e a costringere alle dimissioni un redattore, Carnevali, reo di aver pubblicato un titolo non edulcorato sulle prepotenze dei comunisti portoghesi a danno del quotidiano socialista di Lisbona; a scioperare per una cronaca del redattore Passanisi non allineata all’estremismo del sindacato metalmeccanici comunista; a far sparire, per evitarne la pubblicazione, la famosa fotografia (passata alla storia) dove si vede un giovane col viso coperto dal passamontagna sparare con la P38 contro la polizia a Milano. Scriverà il povero Walter Tobagi nel 1979, un anno prima di essere ucciso: “Se si vanno a rileggere adesso documenti e giornali di allora, si vede che i germi del partito armato c’erano, ed erano espliciti. Solo i pregiudizi ideologici impedivano di rendersene conto. E’ uno dei tanti album di famiglia che bisogna sfogliare se si vogliono capire le radici vere del terrorismo italiano: è l’album di una certa borghesia e intellettualità sinistrese che non credeva alle parole scritte, s’illudeva che i reduci più arrabbiati del sessantotto s’accontentassero di giocare con gli slogan rivoluzionari. E nello stesso tempo si attribuivano covi e prigioni del popolo alla perfidia di un potere cinico interessato a spaventare l’opinione pubblica con il gioco al massacro degli opposti estremismi”. La penna caustica di Enzo Bettiza così descriveva l’atmosfera del Corriere della Sera: “L’ideologismo gauchista, favorito dall’autogestione redazionale, impregnava a tal punto il notiziario, il titolo, il taglio dell’articolo, da conferire un tono pedagogico e saccente perfino alle informazioni dello sport e della cronaca. Avveniva un rovesciamento paradossale. Il conclamato pragmatismo, la retorica del fatto per il fatto, applicati unidimensionalmente da un direttore complice di una padrona e di una redazione sempre più stregata dal caos italiano, sfociavano, alla fine, in una forma di esasperato giornalismo ideologico, la negazione anziché la imitazione del Times”.

Così come il giornalismo italiano ha “bucato” il terrorismo, pur avendolo sotto il naso (sino a disinteressarsi di qualunque approfondimento sulle sue connessioni internazionali e sull’attentato al Papa, forse perché argomenti troppo ideologicamente e propagandisticamente “pericolosi”), allo stesso modo ha “bucato” l’avvenimento epocale del nostro secolo, la caduta del comunismo, provocata dalla vera natura (sempre nascosta dalla stampa italiana) del potere sovietico.

Certo, ottimi corrispondenti, da Bettiza, a Ronchey, a Ostellino, hanno scritto da Mosca cronache intelligenti e puntuali. Certo, sulla stampa e nella editoria internazionale tutto era da tempo chiaro. Già nel 1978, Hélène Carrere d’Encausse aveva scritto il best seller L’Empire éclate, che descrive con estrema precisione l’Urss come uno Stato nazionale “finto”, tenuto insieme soltanto dal dispotismo. E già negli anni ‘30 il grande storico Karl Wittfogel, con la sua opera monumentale, aveva dimostrato che a Mosca e a Pechino altro non si sviluppava se non la continuazione, sotto nuove vesti imperiali, del millenario dispotismo asiatico.

Ma quando il povero Ronchey insisteva nella elencazione di “uzbechi, kazachi, armeni, georgiani, calmucchi” allo scopo di spiegare la incompatibilità tra etnie diverse nell’impero sovietico minacciato di dissoluzione, i suoi redattori ridevano e si davano di gomito, sostenendo che era un maniaco e che faceva un elenco copiato dalla enciclopedia.

E come mai avrebbe potuto la stampa italiana capire il mondo sovietico e comunista, stretta tra gli interessi della proprietà, che vi faceva affari d’oro, il fanatismo dei redattori e tipografi, la saccente cecità delle sue firme più colte e prestigiose? I maestri della letteratura italiana non potevano che fare scuola. E Carlo Levi, a Mosca, si era sentito “profondamente e sinceramente commosso”, perché aveva finalmente compreso “che gli uomini erano fratelli, tutte le cose erano vere, nel cuore della potenza, dell’ordine, della virtù, degli affetti”. Mentre Alberto Moravia, nel riflettere a Pechino sulla “rivoluzione culturale”, non si accorgeva che essa grondava del sangue di alcune decine di milioni di innocenti ma, al contrario, veniva indotto a pensare “ai canti rustici, alle danze paesane, alle musiche campestri di certe feste religiose in Italia”. Tutti i maggiori scrittori hanno seguito il coro. E non si può certo rimproverare la povera Lilly Gruber se, inviata a Berlino dalla Rai alla vigilia del crollo del muro, vedeva negli ultimi epigoni della nomenklatura comunista della Ddr il futuro della Germania orientale.

Se la stampa non ha capito né il più drammatico avvenimento interno (il terrorismo), né la più epocale svolta internazionale (il crollo del comunismo), essa non ha capito neppure i continui progressi della società italiana, che ha avvolto in una nube di persistente catastrofismo.

Dal 1964 al 1994, a esempio, il reddito degli italiani in termini reali è aumentato di sei volte, e uno dei Paesi più arretrati d’Europa è diventato il quarto del mondo. Eppure questo straordinario sviluppo, che non ha uguali nella storia universale (eccezion fatta per il Giappone) è stato accompagnato da costanti lamenti, presagi di sventura, annunci di “stangate”, appelli alla “emergenza”. Le alghe nell’Adriatico, le eruzioni dell’Etna, le proteste per gli immigrati, tutto si è trasformato in una tragedia nazionale (con l’attribuzione di responsabilità penali a questo o quel malcapitato anche in presenza di calamità naturali) per poi essere tranquillamente dimenticato.

Purtroppo, a furia di “chiamare” con il più cupo pessimismo le disgrazie, come dice la saggezza popolare, esse arrivano davvero. Delegittimato giorno dopo giorno, il sistema democratico è stato alfine travolto. Evocata continuamente, per le ragioni più svariate, la “emergenza”, essa è comparsa. Ad esempio, sul piano delle libertà perché, tra legislazione speciale contro il terrorismo, contro la mafia, e magari, adesso, contro tangentopoli, la eccezionalità è diventata la regola, e precisamente la regola di uno Stato non più di diritto. La mentalità che ha trasformato l’informazione italiana in un’orgia di catastrofismo ha probabilmente radici simili a quelle della ostilità alle modernizzazioni, già ricordata nel capitolo sugli intellettuali “progressisti”.

La stessa cultura aristocratica ed elitaria che disprezza la società di massa infatti tende a predicare rigore, cure “da cavallo” (pena l’inevitabile collasso economico) perché sa che i sacrifici li faranno gli altri; punta al contenimento dei salari e al mantenimento dei privilegi. La cultura comunista non può accettare il trionfo del capitalismo e vive perciò nella perenne attesa di qualche catastrofe. Passano maggioranze parlamentari, direttori, generazioni di giornalisti, ma il ritratto “in nero” della società italiana non cambia; anzi, viene ingigantito dalla potenza del mezzo televisivo.

Scrive Enzo Bettiza a proposito del Corriere della Sera anni ‘70 di Ottone: “L’Italia e il mondo che avevano preso a specchiarsi nel Corriere, la cui testata autorevole conferiva a qualunque problema un’importanza decuplicata, evocavano una specie di immenso nordeste brasiliano, brulicante di favelas, derelitti, handicappati, drogati, criminali, le cui disgrazie, sociologizzate, venivano attribuite tutte a un unico mostro dai contorni indefiniti: il sistema. Dalle inchieste che Ottone concordava coi redattori più arrabbiati e più pietosi veniva fuori un cupo affresco medioevale. Le stazioni non erano più stazioni, ma “bolge dantesche”. L’industria non era più l’industria, ma un moloch avido di carne umana che “continua a ferire e uccidere l’operaio”. Il sistema capitalistico veniva definito come la metafora del sistema tout court e bollato col marchio di “istigazione a delinquere”. I delinquenti non erano più tali, perché vittime della società, mentre quelli veri indossavano il camice bianco, oppure “dirigevano da una poltrona di velluto rosso i desperados della lupara”. Altri ancora, dai loro grattacieli in vetrocemento, erano puntigliosamente intenti “ad avvelenare l’aria, l’acqua, il cibo”. L’Italia appariva come investita da un cataclisma di dimensioni apocalittiche.

Oggi, le tragedie nazionali di turno sono in parte diverse, naturalmente, ma lo spirito distruttivo dei cronisti è lo stesso. Guazza tra bimbi vivisezionati per vendere gli organi e ospedali in preda alla malasanità, usurai e turisti (meglio se bambini) ammazzati per strada, inquinamenti e stupri, il tutto avvolto da un’orgia di processi, manette, gazzelle dei carabinieri a sirene spiegate, in una ossessiva caccia ai ladri (ben si intende, rigorosamente in colletto bianco) e ai mafiosi (infaticabilmente protetti dal “palazzo”) che sembra avere trasformato l’Italia nella Colombia del mondo occidentale, e sembra avere stabilmente appaltato le cronache dei telegiornali ai registi de La Piovra o del Portaborse. Una interminabile telenovela intitolata “la realtà romanzesca”, con il vantaggio, per la nostra immagine internazionale, che facilmente si può intuire. “In una stampa che diffonde una simile visione allucinata e misoneista del mondo — si potrebbe aggiungere parafrasando il Bettiza degli anni 70, purtroppo ancora totalmente attuale — lo spazio per un giornalismo ragionato, privo di ubbie e infantilismi ideologizzanti, va riducendosi sempre più”. Alle anomalie “in faciendo” dei giornali, si aggiungono quelle in “non faciendo”.

L’Italia è l’unico Paese moderno dove mancano i quotidiani popolari. Forse perché, coltivando tutte le proprietà un obbiettivo di pressione politica, considerano (a torto) che soltanto la testata cosiddetta “impegnata” possa ottenerlo. Le notizie e i dati vengono tratti esclusivamente dai “palazzi”, mediati attraverso uffici stampa o centri di potere, quasi mai raccolti e verificati a contatto diretto con la realtà. E infatti il genere giornalistico della “inchiesta” è quasi completamente sparito. La politicizzazione estrema porta alla provincializzazione perché, ad esempio, gli approfondimenti di politica estera o non interessano o interessano soltanto nella misura in cui possano essere strumentalizzati a fini interni. Soprattutto (e questa è l’anomalia principale) ci si occupa non di ciò che si suppone possa appassionare il lettore, bensì di ciò che appassiona l’ambiente nel quale il giornalista è inserito.

Per questo, ad esempio, sono carenti l’approfondimento scientifico e i grandi temi che riempiono le copertine della stampa internazionale.

Nel mondo si parla delle sconvolgenti conseguenze etiche prodotte dalla bioingegneria genetica; della lotta tra proprietari e manager per il controllo delle aziende; della nuova divisione planetaria del lavoro e della ricchezza; delle Borse sospese tra crack e boom; dello scontro epocale e universale tra spirito religioso e laico. Le nostre copertine e prime pagine parlano invece della rissa nel pollaio di turno. In fondo, siamo rimasti al 1954, quando, come ricordato in un precedente capitolo, mentre nasceva in Italia la televisione, la stampa si occupava delle dispute tra le correnti democristiane.

Il grande Gaetano Baldacci, che fondò Il Giorno e tentò di innovare il decrepito giornalismo italiano, spiegava negli anni ‘60: “Oggi è uscito il rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel quale per la prima volta si dimostra che il fumo provoca il cancro; e nello stesso tempo sono proseguite le consultazioni del presidente della Repubblica Segni per risolvere la crisi di governo”. “Con cosa bisogna aprire la prima pagina? I direttori conservatori — diceva Baldacci — apriranno con il Quirinale; io con il fumo”. Non c’è bisogno di essere indovini per immaginare quale scelta farebbero i direttori di oggi. Peggio.

Tutti hanno ormai le prime pagine “fotocopia” (c’è chi sostiene che si consultano a una certa ora, come ai tempi del Minculpop). Ne compri cinque e ne leggi uno, si potrebbe dire a proposito dei quotidiani utilizzando, alla rovescia, un tipico slogan pubblicitario. Oggi pertanto non esiste più neanche un Gaetano Baldacci che faccia il titolo fuori dal coro. C’è da stupirsi se i quotidiani italiani sono tra i meno letti del mondo? (Critica Sociale, 1995 - Numero 2)