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In questo numero: Storia di venti anni/2 - Numero del 2013-01-21

SIAMO TORNATI Stefano Carluccio
I PENNIVENDOLI Ugo Intini
MANI PULITE E LA CRISI ECONOMICA Mauro Mellini - Direttore di "Giustizia Giusta"
>>> MISTERI E SEGRETI Edmond Dantes


Le dimissioni di Di Pietro
MISTERI E SEGRETI
Edmond Dantes

Le dimissioni del dott. Di Pietro, in gran parte dei servizi della stampa e delle televisioni furono presentate come un evento epocale. L’emozione e l’enfasi impiegate sembravano annunciare la fine di un Pontificato. E invece, a ben guardare e a ben pensare, era, come resta, molto difficile non osservare che quel gesto era, a dir poco, incomprensibile. Lo era per le motivazioni che lo accompagnavano. Lo era per il contesto che lo circondava. Lo era per il momento in cui queste dimissioni venivano date. Per la verità, quindi esse non erano solo incomprensibili, ma persine bizzarre, misteriose e ambigue.

Il giudice più amato dagli italiani, motivando questo suo gesto, non sembra infatti aver detto la verità agli italiani. Non l’ha detta il dottor Di Pietro e non l’ha detta neppure il dottor Borrelli che le ha giustificate come dovute a una condizione di “logoramento” dell’illustre magistrato. Logoramento psico-fisico? Logoramento da troppo lavoro? Logorato da chi, da che e da che cosa? Per affrontare uno stato di logoramento a chiunque basta un periodo di cure e di riposo. Non è per una ragione di questa natura che un magistrato si dimette dall’Ordine giudiziario. Anche se fosse stato afflitto da un male gravissimo e incurabile, l’abbandono repentino dall’Ordine giudiziario non avrebbe avuto il benché minimo senso. Ma, come si è visto, non era di questo che si trattava.

Egualmente non hanno detto la verità tutti coloro che hanno alzato “osanna e peana” per questa decisione che è stata definita da chi un atto di coraggio, da chi un gesto eroico, da chi ancora un sacrificio nobilissimo. Coraggio contro quale pericolo? Eroismo contro quale nemico? Sacrificio su quale altare e per quale nobile causa? Nessuno, o perlomeno pochi tra i tanti che hanno detto e scritto, lo ha spiegato. Nessuno lo ha detto. Nessuno si è sforzato di far capire di cosa realmente si sia trattato. Si è lasciata invece subito correre, e a pieno ritmo, la voce di un Di Pietro personalità autonoma ed indipendente ormai giunto ad un insanabile conflitto con il “pool di Milano”, associazione fortemente politicizzata e quindi tutt’altro che indipendente.

Di fronte a questo, il “pool” milanese ha subito risposto innalzando senza esitazioni la bandiera “Di Pietro” ed elogiando senza limiti il suo operato, collocandolo anzi nella storia. Il suo operato è stato definito nientemeno che come il concorso più alto dato all’azione della giustizia in Italia: un grande magistrato che ha addirittura restituito “credibilità” a tutta la Magistratura. Ho letto quest’ultima affermazione in un editoriale scritto, per un quotidiano nazionale che ha ora cessato le pubblicazioni, da un membro autorevole del “pool” milanese.

Solo più tardi, un altro membro del “pool” farà osservare invece quanto non fosse giusta la “mitizzazione” dell’operato di Di Pietro. Ma non sappiamo quanto questa dichiarazione fosse autorizzata e da tutti condivisa. Comunque di questi presunti contrasti, talmente gravi da provocare non il ritiro del Di Pietro da un’inchiesta ma nientemeno che l’abbandono della Magistratura, non se n’era in verità mai avuto notizia di sorta.

Quando Di Pietro era stato attaccato o criticato, il “pool”, unito come un solo uomo, lo aveva difeso a spada tratta con uno spirito di solidarietà che non lasciava adito a dubbi e viceversa, come si è visto in più recenti episodi. E’ vero invece che il “pool” a suo tempo non ha compiuto nei suoi confronti il passo più semplice che ci si poteva attendere e cioè non lo ha per nulla invitato in modo pressante a recedere dalla sua decisione. Se mai lo ha fatto, non lo ha fatto in forma tale e comunque in termini tali da indurlo almeno ad una pausa di riflessione prima di rendere definitiva una decisione tanto drastica e grave, cosa che chiunque avrebbe fatto, vista la successiva disponibilità per incarichi pubblici e semi-pubblici, tutto sommato di minor rilevanza. Noto semmai che l’interessato ha sollecitato la più rapida delle accettazioni per le sue dimissioni.

Noto ancora che il “pool”, così suscettibile e pronto alla polemica, non ha neppure accusato chicchessia di aver costretto il proprio “porta bandiera” a compiere un gesto di rinuncia di portata così clamorosa. Eppure “un colpevole” il “pool” non aveva mai rinunciato a trovarlo, vero o falso che fosse. C’è poi da aggiungere che non c’è una sola parte delle motivazioni addotte da Di Pietro che possa assumere in qualche modo un sapore polemico nei confronti del “pool” milanese. Un nucleo sempre unito e corazzato, sereno e conscio della propria forza, così come appariva nelle dichiarazioni comuni o nelle foto di gruppo. Un nucleo di pubblici ministeri corresponsabile in tutto della stesura delle “pagine d’oro” della storia della Magistratura di cui ha parlato il dottor Borrelli, il Procuratore capo come non mai parco di parole, di iperboli e di autoelogi. Un’attività sostenuta dalla “base cattolica” anche se non altrettanto bene dai vertici. Quindi è del tutto evidente che questa versione, benché diffusa a piene mani e bevuta da tanti tutta d’un sorso, senza nemmeno coglierne il sapore, non è per nulla una versione credibile.

Ufficialmente il dottor Di Pietro dichiara che il suo gesto non rappresenta nient’altro che un solenne clamoroso rifiuto ad essere sempre più strumentalizzato e in modo tale da sentirsi ormai privato della serenità indispensabile per la sua azione di giustizia. Strumentalizzato da chi? Tutte le forze politiche, chi più chi meno, di fronte al crescere e al consolidarsi del suo mito si erano messe supine da un pezzo. Chi in adorazione, chi in silenzio, chi in aspettativa. Sta di fatto che nei suoi confronti nessuno osava proferir parola, tranne che non si trattasse di un segno di stima e di elogio. Sta il fatto che, dopo le sue dimissioni, ci ha tenuto a fare il giro delle sette chiese, quelle di città e quelle di campagna. Solo qualcuno di tanto in tanto si sottraeva a questa sorta di incantesimo collettivo. Ma erano sempre voci isolate e perlopiù inascoltate. In ogni caso, si trattava sempre di eccezioni considerate blasfeme e più di una volta, proprio per questo, condannate e maledette.

La stampa nella sua generalità ha usato nei confronti “dell’eroe” toni che non erano stati mai usati per nessun personaggio pubblico. Bisogna risalire molto indietro nel tempo e nella storia del Paese e dei suoi fatui innamoramenti per ritrovarne di eguali. Una sorta di “miracolo italiano”. Si è detto e scritto di lui che era non solo un grande magistrato, ma soprattutto uno dei più grandi investigatori “del mondo”, un uomo senza macchia e senza paura, un popolano tutto d’un pezzo animato solo da un ardente spirito di giustizia, un intoccabile e persino un “santo”. Si è detto e scritto e, salvo le preoccupazioni politiche che ad un certo punto sono insorte e che hanno fatto qua e là rumoreggiare, si continua a farlo, ancora per un bel pezzo.

Il coro è stato pressoché unanime: da destra, dal centro e da sinistra, con qualche eccezione di destra, di centro e di sinistra. Ognuno lo faceva o per convinzione o per ragioni e calcoli suoi propri, ma tutti lo facevano, più o meno, allo stesso modo.

Anche quando venivano mosse critiche e riserve nei confronti di altri magistrati ci si preoccupava sempre di premettere nei suoi confronti, una sorta di rituale “Allah grande e misericordioso” come fanno i musulmani nelle loro preghiere. Su ciò che Di Pietro faceva, o che faceva insieme ai suoi colleghi del “pool Mani Pulite”, anche quando si trattava di iniziative discutibili, di un uso violento del potere giudiziario, di discriminazioni evidenti, di favoritismi smaccati, di conclamati due pesi e due misure, di atti alla frontiera o fuori della legalità, si preferiva voltare la testa dall’altra parte, si fingeva di non vedere, si correva ad elencare le più varie giustificazioni si metteva la sordina o meglio, più spesso, si impugnava la spada della censura. Il braccio militare del “pool” era sempre al di sopra di ogni sospetto e ciò che faceva era sempre puntualmente giusto.

Appunto un magistrato “al di sopra di ogni sospetto”. Non aveva mai subito una sconfitta. Non si era mai sbagliato, anche quando faceva assolvere come concussi dei corruttori e condannare come concussori dei corrotti o dei percettori di finanziamenti illegali. Anche quando sorvolava o si accordava con potentati economici e politici immersi nella vicenda delle tangenti sino al collo e oltre.

Anche quando ricorreva a procedure disinvolte per colpire meglio alcuni obiettivi e per colpirne meno o affatto altri. Nessuno poteva muovergli una contestazione, anche se più che motivata, senza correre il rischio di essere linciato. Questo era ed è il mito di Di Pietro, il magistrato più famoso d’Italia, d’Europa, del mondo, invitato a destra e a manca, e che qualcuno avrà pure organizzato, attraverso i continenti, perché rendesse noti i lineamenti della sua magia.

E allora perché queste improvvise dimissioni? Era all’apice della gloria pubblica che è molto di più della notorietà. Era portato dalla piazza sugli scudi. E’ stato accolto ovunque come uno straordinario giustiziere. E’ stato adulato, circuito, invidiato, indicato come una sorte di salvatore dei patrii destini. L’esaltazione ha toccato persine punte fanatiche. I giornalisti ne hanno dato sempre un’immagine di fascino, gli intellettuali scoprono la schietta forza del suo italiano dialettale, la suggestione anche delle sue espressioni volgari, della sua aggressività che, in tempi diversi, sarebbe stata considerata intollerabile e fastidiosa, la ricca corposità delle sue scarne argomentazioni anche quando queste sono confuse, contorte, contraddittorie e financo poco comprensibili e anche quando fanno a pugni con il buon italiano.

Un coro che forse ha infastidito qualche anima pia, ma che non pare abbia mai infastidito il dottor Di Pietro. Per parte sua infatti egli non ha mai rifiutato di esibirsi a destra e a manca in Italia e all’estero e a presentarsi ora in veste di scrittore, ora di modello fotografico, ora di organizzatore di spettacoli in precedenza mai visti, di attore schivo ma comunque sempre sullo schermo e persine di salvatore di donne e di bambini in pericolo. Non camminava sulle acque, ma poco ci mancava. Se non si fosse fatto strumentalizzare in tutti i modi possibili ed immaginabili dalla “rivoluzione” che aveva bisogno di miti e di eroi, non sarebbe di certo uscito come un lampo dall’oscurità, non sarebbe diventato un mito, non si sarebbe guadagnato l’aureola del santo. Ma anche in questo caso, se, colto da un’improvvisa resipiscenza, avesse avvertito tutto ciò che di falso, di strumentale, di dannoso si stava accumulando attorno a lui e ne avesse concluso che l’inchiesta di cui era magna pars avrebbe potuto, per tutto, perdere la sua serenità e il suo equilibrio, allora avrebbe potuto reagire con forza denunciando energicamente la degenerazione in atto ed i suoi responsabili, ed anche giungere allora sino alla drastica decisione di tirarsi in disparte per protesta.

Ha deciso invece di lasciare addirittura l’Ordine giudiziario. In questo Ordine era entrato con molta fatica tra le severe contestazioni che ne avevano all’inizio stroncato la candidatura e le spinte amichevoli che gli avevano poi consentito di superarle. Nell’Ordine giudiziario il suo nome brillava ormai nel firmamento delle stelle, circondato dalla stima e dall’ammirazione in primo luogo di tanti che lavoravano con lui e per lui. Nessuno lascia il proprio lavoro quando il lavoro va bene, quando produce dei risultati, ed a maggior ragione quando è coronato da un grande incomparabile successo. Nessuno lo abbandona nel bel mezzo del cammino, salvo che non si tratti di ragioni solide o molto gravi o molto importanti. Nessuno lascia la propria professione, non avendone un’altra, per avventurarsi verso un futuro “senza speranza”, come egli stesso scrive, se non ne è costretto in modo imperativo da qualcuno o da qualcosa. Nessun magistrato dichiara di volere lasciare l’Ordine giudiziario senza esporre ragioni gravi, o comunque serie e seriamente motivate.

Allora quali sono state queste ragioni? Non il logoramento psico-fisico, non la strumentalizzazione politica, non i conflitti eventualmente esplosi ma comunque tenuti sempre ben riservati e mai dichiarati all’interno della compagine del “pool”.

Quali sono dunque queste ragioni gravi e importanti e cioè le sole che possono giustificare una simile decisione, sempre che si tratti, il che non pare certo messo in forse, di persona che ha mantenuto la testa ben ferma sulle spalle. Un improvviso colpo di testa? La testa è caduta d’un tratto dalle spalle? Si è girata di botto, a guardare da un’altra parte? Può succedere certo anche ai santi e agli eroi. Ma allora è una decisione personalissima, esistenziale, uno sconvolgimento interiore, un’improvvisa illuminazione che porta a vedere le cose del mondo e della propria vita profondamente diverse da come, sino a ieri, erano state viste.

Ma non è questa la motivazione che ci è stata data. E d’altro canto Di Pietro era sempre apparso sulla scena piuttosto nelle vesti di un uomo d’azione, di un pratico sbrigativo, di un giudice poliziotto, e non certo di un pensatore, di un filosofo, di uno spirito critico, di un’anima profonda e tormentata che si logora interrogandosi sul significato dell’essere e del non essere. La verità su queste dimissioni veleggia perciò del tutto in alto mare, immersa in una nebbia che ancora oggi appare impenetrabile ma che dovrà, prima o poi, diradarsi. Vengono allora fatte circolare dai commentatori più esperti e più smaliziati due altre e diverse versioni.

La prima è puramente politica.

Il giudice Di Pietro decide di abbandonare la toga e la spada della giustizia non perché attratto dall’aratro, ma per impugnare la spada della politica, per volgersi all’arte di governare, all’esercizio di un nuovo potere per il quale occorrono esperienza, cultura, forza, convinzione, ambizione, seguito e consenso popolare.

L’ex giudice si ritira allora per questo sotto la tenda e sotto la tenda si prepara in attesa di eventi e di occasioni eccezionali. Da sotto la tenda fa ora capolino di tanto in tanto, lasciando accreditare questa tesi. Già in passato, così almeno dissero le cronache, era stato invitato a prendere parte a un governo della Repubblica con un alto incarico ministeriale che aveva rifiutato, anche se chi glielo avrebbe offerto nega ora di averlo fatto. Ora tuttavia a maggior ragione potrebbe decidersi a fare quello che aveva rifiutato allora di fare, sempre che, dalla rissosa crisi delle forze politiche, ne fuoriesca la concreta possibilità.

E forse anche a fare qualche cosa di più.

Forse aspirare ad un alto comando in uno degli eserciti in lizza od anche al comando di un nuovo esercito con un richiamo alle armi dei propri sostenitori che sono e, forse sono rimasti, certamente molti. Non sono stati gli inviti e le sollecitazioni che sono venuti a mancare. Al contrario, dopo le sue dimissioni, più d’uno si è fatto avanti con proposte, più o meno consistenti, anche se non troppo suggestive e non troppo convincenti. Da più parti è stato subito e senz’altro illustrato come uomo politico ed anche da chi di politica non era certo a digiuno. All’inizio, articoli e copertine facevano persine dei confronti tra lui e il capo del Governo che allora era ancora in carica. E’ stato definito addirittura come il possibile futuro uomo nuovo. Alcuni sondaggi, quelli che tuttavia non sempre dicono la verità, parlavano di lui in linguaggio che sembravano incoraggiarlo a gettarsi senz’altro nella mischia.

E quindi questa è rimasta per molto tempo la versione più corrente, anche se è forse ancora troppo presto per sapere quale e quanto fondamento essa possa continuare ad avere.
Dal canto suo l’interessato, interrogato, smentisce seccamente e radicalmente con smentite che qualcuno tuttavia considera alla stregua di un vecchio trucco politicistico. Qualche volta nega di avere una qualsivoglia ambizione politica. Qualche volta dice e non dice. Non si dichiara esplicitamente disposto, come invece aveva fatto senza mezzi termini il Borrelli, a rendere, di fronte ad una chiamata della Patria, “un servizio”, sia pure “di complemento”. Accetta un “servizio” minore: una consulenza che ha tutta l’aria di un improvvisato ripiego se non proprio di una manovra a fini di propaganda. Accetta incarichi che gli stanno un po’ stretti, giacché le sue caratteristiche non sono proprio quelle di un docente. Ricompare poi nelle vesti di giornalista, di garante editoriale, di consulente televisivo e fa capolino nei flash pubblicitari.

Ancora una volta quindi non si spiegano in modo convincente le sue improvvise dimissioni dall’Ordine giudiziario. Per molti la versione di un futuro politico, di cui ritiene di poter attendere da un giorno all’altro l’annuncio, resta ancora la più plausibile. Ma se così effettivamente fosse, meglio sarebbe stata allora una dichiarazione aperta e sincera, tempestiva e convincente, senza chiamare in causa i pericoli e il peso della strumentalizzazione politica, subita senza quindi “uscite”, come ha egli stesso scritto nella sua lettera di addio all’ordine giudiziario, in “punta di piedi” e senza “futuri senza speranza” e anche senza la pudica assenza di “ambizioni politiche” che, viceversa, in questo caso sarebbero ben esistenti e coltivate con furbizia popolana. Sarebbe stata in questo caso più sincera, più chiara, più forte e più convincente una dichiarazione esplicita con la quale l’ex giudice, lasciato l’Ordine giudiziario, si dichiarava a tutti gli effetti disponibile per un incarico politico al servizio della Repubblica e del Paese, ed anzi rendendo esplicito che egli si era dimesso proprio per questo, e con il proposito di farsi carico dei destini della Patria. Un atteggiamento da vero uomo politico e non da mediocre politicante improvvisato e calcolatore.

Per aver compiuto invece un gesto così traumatico come è quello che è stato compiuto, vi sono poi i sostenitori di una diversa versione. Essi ritengono che si sia trattato di ragioni di eccezionale gravita. Sarebbero state ragioni talmente gravi da porlo in una condizione impossibile e tale da suggerirgli quindi di anticipare con un proprio gesto, variamente e diversamente motivato, un inevitabile successivo allontanamento dall’Ordine giudiziario, appunto in conseguenza di tali ragioni, sempre che queste venissero fatte emergere.

C’è da aggiungere ancora, dice questa versione, che le sue dimissioni sono state date, per l’appunto subito, una volta appreso o intuito della esistenza di questa grave situazione, in cambio della promessa che, in tal modo, sarebbe stato evitato uno scandalo che avrebbe fortemente nuociuto al buon nome, non solo al suo, ma anche dell’Ordine giudiziario. Qui come si vede le cose si complicano terribilmente, sono meno chiare e diventano di difficilissima interpretazione. Ma anche questo è solo un “si dice” che sale e scende per i palazzi e, naturalmente, con i “si dice” non si va da nessuna parte. Si può allora solo aspettare che qualcuno dica apertamente, se ha da dire e se vuole dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. O che qualcuno, se esiste, la scopra e la renda pubblica. Queste gravi ragioni di cui si vocifera non si sa perciò con esattezza né cosa e quante siano, né si sa se esistano veramente, se siano vere, fondate, provate.

In conclusione, viste tante versioni, così diverse e di così diverso significato, ne risulta alla fine che niente è convincente, niente è chiaro, niente è sicuro. Ciò che invece è chiaro è che le improvvise dimissioni che il dottor Di Pietro decise di dare dall’Ordine giudiziario restano, ancora per il momento, almeno per chi si è posto il problema di come stiano effettivamente le cose, un mistero bell’e buono. Su di esse, chi ragiona con la propria testa e non si fa frastornare dalla musica di orchestre comandate e dagli schiamazzi che salgono dal cortile, non può non fare pesare un interrogativo grande come una montagna. Si dice sovente che l’Italia non sia un Paese di segreti, ma un Paese di misteri. Auguriamoci che si tratti solo di un segreto che gli atti e i fatti finiranno con il rivelare in tutti i suoi aspetti appena possibile, nell’interesse di tutti. Meglio il più presto possibile. Insomma, per un eroe, il meno che ci si possa aspettare è una verità “eroica”. (Critica Sociale, 1995 - Numero 2)