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In questo numero: Storia di venti anni/5 - Numero del 2013-02-11



Cambiamenti di forma e di sostanza
LA POLITICA ESTERA ITALIANA NELLA SECONDA REPUBBLICA (III parte)
James Walston

 

Nel maggio del 2001, La Casa delle Libertà ottenne una netta maggioranza elettorale e Berlusconi formò il suo secondo governo. Vi fu subito una notevole pressione da parte del presidente della Repubblica Ciampi e dai vertici dell’establishment economico nazionale, con Gianni Agnelli in testa, affinché il ministero degli Esteri fosse rappresentato da una personalità autorevole, per bilanciare la presenza di due attori controversi nell’esecutivo, come la Lega Nord e Alleanza Nazionale. La scelta cadde su Renato Ruggiero, un uomo fuori dai partiti, rispettato ex direttore del Wto (l’organizzazione mondiale del commercio, ndr). Egli rimase alla Farnesina per i primi sei mesi del governo Berlusconi, durante i quali non si registrò alcuna modifica sostanziale della politica estera nazionale rispetto al quinquennio precedente. Già in quei mesi, tuttavia, il nuovo premier lasciava intendere un nuovo stile di conduzione degli affari esteri, che successivamente avrebbe provocato un chiaro salto rispetto al passato.

In occasione del primo incontro della Commissione Europea cui partecipò (giugno 2001), Berlusconi dichiarò di aver sconfitto i “comunisti”, provocando un certo imbarazzo nei partner continentali che governavano esecutivi in alleanza con partiti di sinistra o comunque legati a quella tradizione politica. Nel settembre successivo, dopo gli attacchi a New York e Washington, mentre gli Stati Uniti erano impegnati nel ricompattare attorno a loro il mondo occidentale e mentre George W. Bush doveva rettificare il suo precedente utilizzo del termine “crociata” per definire la reazione agli attacchi estremisti, Berlusconi affermò la superiorità della civilizzazione europea rispetto a quella islamica, mettendo in difficoltà gli alleati europei e statunitensi.

Aldilà delle sue uscite taglienti, Berlusconi cercò visibilità enfatizzando i suoi rapporti personali con gli altri leader mondiali. Le vacanze estive furono l’occasione per invitare i figli di Putin o per recarsi, come testimone, al matrimonio della figlia del primo ministro turco. Lo stesso Putin si recò in visita in Sardegna nel 2003, quando un incrociatore russo gettò l’ancora nei pressi della lussuosa villa di Berlusconi dove le due famiglie alloggiavano. Nell’agosto 2004, Tony Blair trascorse due giorni sempre in Sardegna, anche se il leader laburista avrebbe in seguito tentato di sminuire il profilo politico di quel soggiorno.

Sia Berlusconi che Frattini, suo ministro degli Esteri del 2002 al 2004, sostenevano che quei contatti personali fossero parte integrante della politica estera nazionale. Lo stesso Frattini affermò dopo la rielezione di Bush: “abbiamo raggiunto obbiettivi non trascurabili grazie alle straordinarie relazioni tra i due uomini”. Se tralasciamo per un attimo lo stile personale e le ambizioni di Berlusconi, che ovviamente mai sono state proporzionate al reale peso dell’Italia sulla scena mondiale, è evidente come i cambiamenti strutturali nel ruolo e nelle responsabilità del primo ministro influenzassero la politica estera. Dai tempi della Seconda guerra mondiale, Berlusconi è stato il primo capo di governo italiano a completare un’intera legislatura. Per quasi un anno, inoltre, egli ricoprì anche l’interim agli Esteri.

Prima del 2001, l’integrazione europea fu uno dei mantra della politica estera italiana; sotto Berlusconi, l’Italia scoprì l’euroscetticismo. Alcuni dei problemi sorti tra le istituzioni europee e il governo italiano erano legati all’inimitabile stile berlusconiano. All’inizio della presidenza italiana della Ue (luglio 2003), Berlusconi si alienò le simpatie dei socialisti continentali, e non solo, affermando pubblicamente che l’europarlamentare tedesco Martin Schulz fosse adatto al ruolo di kapò in un film sui campi di concentramento nazisti. Berlusconi sostenne le politiche di Putin in Cecenia nel novembre successivo, provocando una mozione di censura dell’Europarlamento. Supportò il governo Sharon in Israele, la costruzione della barriera di sicurezza nei Territori e il rifiuto del premier israeliano di incontrare Yasser Arafat. Prese di posizione che lo distanziarono ulteriormente dai partner europei.

Vi furono anche tensioni tra il governo italiano e la Commissione Ue, dato che il presidente di quest’ultima era l’antagonista in pectore di Berlusconi. Dal 2001 al 2004 non fu mai chiaro fino in fondo se il criticismo di Berlusconi nei confronti di Prodi si riferisse alle politiche della Commissione o alla figura di quello che sarebbe stato il candidato di centro-sinistra alle elezioni politiche del 2006. Gli attacchi all’euro e alle conseguenze più spiacevoli della moneta unica apparivano in effetti indirizzati a spostare da Roma a Bruxelles i malumori nazionali e a ricordare agli italiana che era stato Prodi, come primo ministro, a portare l’Italia nella valuta comune europea. In definitiva, quegli attacchi personali non potevano essere considerati segnali di cambiamento della politica italiana.

Comunque le questioni sostanziali non mancarono. Ruggiero si dimise nel 2002 a causa delle divergenze politiche con l’euroscettico ministro della Difesa Martino e con quello delle Finanze Tremonti rispetto alla partecipazione italiana a un consorzio per lo sviluppo dell’Airbus A400M per il trasporto militare ad ampio raggio. L’anno seguente l’Italia rifiutò di accettare il mandato di arresto europeo proposto dal Consiglio Europeo. Umberto Bossi, in qualità di  ministro per le Riforme Istituzionali e la Devoluzione, accusò l’Ue di essere diventata “forcolandia”; il suo successore, Roberto Calderoli mantenne la retorica anti-Ue, ritardando ulteriormente l’implementazione della misura proposta in sede comunitaria.

Non fu solo la postura italiana verso l’Europa a cambiare, ma anche i metodi governativi iniziarono a modificarsi. Per la prima volta, in Italia si sviluppò un dibattito su quale fossero i reali interessi dell’Italia rispetto alla Ue. Ad esempio, si posero pubblicamente delle domande nuove del tipo “Serve davvero il progetto Airbus? E’ economicamente vantaggioso?”. Per Martino e Tremonti la risposta era “no” e furono queste opposizioni a indurre Ruggiero a dimettersi. Nel frattempo, Tremonti utilizzava la controversia sul mandato d’arresto europeo come leva negoziale per ridurre le sanzioni dovute dagli allevatori italiani per la produzione che eccedeva le quote latte.

Nel 2004 insorsero controversie tra la Commissione e il governo italiano sull’entità del sostegno da accordare al piano di salvataggio dell’Alitalia; un altro caso di pragmatica differenza rispetto a una questione concreta. Questi esempi mostrano certamente un cambiamento enfatico nella politica europea dell’Italia berlusconiana, ma non un cambio di direzione fondamentale.

A differenza della guerra in Iraq, su cui si divise il centro-sinistra, fu rispetto all’Europa che emersero distinzioni all’interno della coalizione governativa. La Lega Nord mantenne la sua postura euroscettica anche dopo le dimissioni di Bossi da ministro e il suo momentaneo ritiro dalla vita politica per problemi di salute. Nel frattempo, la Lega perdeva un alleato in seguito alle dimissioni forzate di Tremonti nel luglio 2004. Alle Finanze, egli venne sostituito dal tecnico Domenico Siniscalco. Per un anno, fino al ritorno di Tremonti nel settembre 2005, tale avvicendamento fece sì che l’esecutivo si riavvicinasse alle posizioni della Commissione Ue.

Soltanto la Lega Nord chiese di sottoporre a referendum la ratifica del Trattato Costituzionale Europeo. Sebbene Berlusconi avesse tentato di includere nel testo dei riferimenti alla “radici cristiane” dell’Europa e nonostante preferisse al rafforzamento della Commissione uno schema decisionale intergovernativo per la Ue, egli si limitò a supervisionare la ratifica della cosiddetta Costituzione Europea all’inizio del 2005. La Lega si disse anche fortemente contraria all’ingresso della Turchia in Europa, a fronte della diffidenza di An e del forte appoggio manifestato da Berlusconi. Un sostegno dovuto ai buoni rapporti personali col premier turco, Tayyp Erdogan, alla vicinanza alla linea statunitense sulla questione e alla valutazione più ampia dei vantaggi geopolitici italiani ed europei nell’avere la Turchia come membro dell’Unione.

E’ semplice reperire numerose dichiarazioni di quel periodo dove si riafferma la centralità degli Stati Uniti per la politica estera italiana. Se negli anni novanta del secolo scorso gli stretti rapporti con gli Usa venivano quasi dati per scontati, con Berlusconi essi  apparirono all’Italia un elemento persino più importante della partecipazione al progetto europeo. Prima del 2001, era riconosciuta la convinzione che la voce di Roma sarebbe stata più forte solo se inserita in unico framework di politica estera europea. In contrasto, il governo Berlusconi prese ad affermare che l’Italia sarebbe diventata più rilevante nella scia della potenza americana.

Il sostegno italiano all’intervento in Afghanistan nel 2001 si inserì nel solco di precedenti operazioni, alle quali rimandavano le finalità e i metodi: esempio, la missione kosovara del ’99. Fu con la preparazione e la messa in atto delle azioni militari contro l’Iraq che la posizione italiana si discostò dal passato, avvicinandosi sensibilmente alle posizioni americane e distanziandosi da Unione Europea e Nazioni Unite. Di più, la politica italiana sull’Iraq divenne la manifestazione evidente della politica di accostamento agli Usa voluta da Berlusconi che, se insieme a Frattini e Fini non perdeva occasione per sostenere l’integrazione europea, perseguì nel suo secondo mandato l’obiettivo di portare l’Italia sempre più nell’orbita statunitense, con lo scopo ulteriore di ottenere influenza e prestigio da tale associazione di intenti. Dopo la rielezione di Bush nel 2004, Frattini fu esplicito, dichiarando:

L’Italia avrà un ruolo accresciuto perché ha conquistato la fiducia di Bush e della sua amministrazione e grazie a questa fiducia siamo stati consultati a proposito di quanto recentemente avvenuto nel Grande Medio Oriente o in relazione alla questione irachena. Noi verremo consultati non appena Bush darà corso all’approccio multilaterale che la comunità internazionale ha richiesto. L’Italia farà da ponte; sto pensando al Mediterraneo, all’Europa, all’Iran, al Medio Oriente dove siamo considerati un partner affidabile da israeliani e palestinesi. (5)

Quando fu annunciato che Berlusconi sarebbe stato il secondo capo di governo, dopo Blair, a visitare il neo-rieletto presidente Usa, dallo staff del Cavaliere si evidenziò come un tale avvenimento dimostrasse il successo della politica estera del premier; secondo questa interpretazione, all’inizio del suo secondo mandato Bush desiderava incontrare “i suoi alleati più solidi e fidati”. (6)

Nonostante la forte contrarietà all’invasione a guida americana dell’Iraq nel 2003 e all’impegno di truppe italiane sul territorio, l’opposizione di centro-sinistra non propose l’immediato ritiro dal Paese (cosa che avrebbe messe in atto il socialista Zapatero in Spagna nel 2004) e, anche dopo alcuni gravi attacchi mortali ai militari italiani, la gran parte del centro-sinistra non insistette sul punto. In realtà, il successivo governo Prodi, al potere dal 2006, continuò una graduale opera di disimpegno militare dell’Italia dall’Iraq.

Sulla questione israelo-palestinese si verificò un ulteriore cambiamento di toni e accenti. Come presidente di turno della Ue, nel novembre 2003 Berlusconi suscitò il criticismo dell’Europarlamento e della Commissione dichiarandosi a favore della costruzione della barriera di sicurezza israeliana. Sopra e oltre la simpatia personale del premier verso Israele e il governo Sharon e, una volta ancora, il desiderio di mostrare il suo sostegno all’Amministrazione Bush, contava molto in quella postura l’agenda di politica interna del suo vice primo ministro.  Da molti anni, Fini cercava un riconoscimento ufficiale da parte della comunità ebraica italiana e dallo Stato di Israele per poter dimostrare al mondo che An avesse reciso ogni legame con il fascismo e l’anti-semitismo. D’altronde, la vicinanza politica tra lo stesso Fini e il governo di Sharon era innegabile: quando morì Arafat, Fini si trovava a Gerusalemme in visita ufficiale come vice premier e futuro, probabile, ministro degli Esteri e lasciò intendere che il sottosegretario agli Esteri sarebbe stato sufficiente per rappresentare la delegazione italiana alle esequie del leader palestinese. Dopo una certa pressione esercitata dal presidente Ciampi e dopo aver verificato che altri paesi europei intendevano inviare i ministri degli Esteri o i vice premier, Berlusconi decise infine che anche il presidente del Senato e un’altra personalità di rango ministeriale avrebbero partecipato ai funerali. Nel complesso, in quegli anni i rapporti Italia-Israele conobbero un incremento della cooperazione economica, ma si svilupparono anche nei settori della difesa, della sicurezza e delle comunicazioni.

Da tempo l’Italia aspirava a una riforma del Sistema di Sicurezza Onu in linea con le proprie ambizioni. Negli ultimi anni della sua seconda esperienza di governo, Berlusconi rinnovò quegli sforzi cercando di fare perno sull’amicizia americana. I risultati furono insoddisfacenti, a causa soprattutto dei ristretti margini di manovra del nostro Paese a livello internazionale. Nonostante i limiti strutturali di una media potenza, le iniziative prese tra la metà degli anni novanta e i primi anni duemila dai governi di centro-destra, da quello tecnico di Dini e da quelli di centro-sinistra segnarono la crescente presa di confidenza di un Paese che, membro del G7 e tra i primi quattro nella Ue, usciva finalmente dalla sindrome di inferiorità dovuta alle dolorose ferite della Seconda guerra mondiale e al congelamento bipolare della Guerra Fredda.

Un altro cambiamento dal sapore squisitamente bipartisan fu la riconsiderazione dei rapporti, anche storici, con la Yugoslavia prima e la Slovenia, la Croazia e la Serbia poi. Già sotto il governo dell’Ulivo, l’Italia aveva iniziato a portare avanti rivendicazioni a vantaggio dei rifugiati istriani. Un approccio di basso profilo inizialmente condiviso dal secondo governo Berlusconi sino a quando, nel 2004, venne istituito il “Giorno della Memoria” per ricordare la tragedia dei rifugiati istriani e delle foibe. La legge che lo istituì venne approvata dall’intero parlamento italiano, tranne che dall’estrema sinistra.

Come noto, le foibe sono cavità carsiche dove i partigiani jugoslavi di Tito gettarono i corpi di chiunque considerassero ostile, perché in qualche modo anti-comunista (fascisti o altro). In moltissimi casi, gli infoibati avevano la sola colpa di essere italiani. Quegli italiani che non vollero vivere sotto il regime titino o che furono espulsi divennero rifugiati. Le vittime di quel triste capito della storia adriatica sarebbero state negli anni adottate dalla destra italiana (anche da quella estrema) come martiri da contrapporre alle vittime del fascismo, celebrate invece dall’altro lato della barricata ideologica. Il fatto che pressoché l’intero arco politico italiano accettasse di ricordare i lutti associati alla storia del confine orientale rappresentò una significativa innovazione. Per gli ex comunisti fu un modo di rompere con un passato talvolta problematico, per i centristi una inedita occasione per manifestare il loro orgoglio nazionalista sopito.  La svolta italiana ebbe effetti negativi sulle relazioni con la Slovenia, ormai membro dell’Ue, e con la Croazia, paese candidato e prossimo all’ingresso. Ciò era dovuto al fatto che il recupero della memoria italiana appariva a questi paesi unilaterale e selettivo, poiché non riconosceva a pieno le violenze perpetrate dai nostri connazionali in Croazia e Slovenia negli anni dal 1919 al 1945.

 

(5) “Italia ed Europa ora conteranno di più”, F. Frattini, La Stampa, 4 novembre 2004.

(6) Intervento di P. Bonaiuti sul Corriere della Sera, 21 novembre 2004, p.12.

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