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In questo numero: Storia di venti anni/6 - Numero del 2013-02-18



2002 - Numero 11
LA PENA DEVE RIEDUCARE
Enrico Buemi e Giuliano Pisapia

 

La discussione che stanno attraversando le Istituzioni e il Paese sulla necessità di interventi, ormai improcrastinabili, tesi a risolvere le problematiche che, da troppo tempo, affliggono le carceri del nostro Paese e più in generale la giustizia penale, è un segnale che non possiamo ignorare e che impone, a tutti noi, la necessità di arrivare a un primo atto risolutore.

Il primo elemento di cui dobbiamo tener conto nell’affrontare l’esame della seguente proposta di legge è la situazione attuale nel pianeta carcere. I numeri che mi accingo, brevemente, a illustrare provengono dai dati statistici elaborati dall’Amministrazione penitenziaria e danno un quadro reale della situazione all’interno delle carceri dal quale si evince, con evidenza, l’urgenza di un intervento da parte del legislatore.

I dati si riferiscono al 31 dicembre del 2001 e da allora, come è a tutti noto, la situazione è ulteriormente peggiorata.

Detenuti presenti (suddivisi tra case di reclusione, case circondariali e istituti per le misure di sicurezza): 55,275.

Totale ingressi dalla libertà nell’anno 2001: 28114.

Durata delle pene inflitte ai soggetti ristretti negli istituti penitenziari: 31% fino a 3 anni, 30% da 3 a 6 anni, 16% da 6 a 10 anni, 14% da 10 a 20 anni, il 9% da oltre venti anni all’ergastolo.

Durata della pena residua per soggetti ristretti negli istituti penitenziari: il 61% fino a 3 anni, il 20% da 3 a 6 anni, il 15% da 6 a venti anni, il 4% da oltre venti anni all’ergastolo.

Situazioni di tossicodipendenza calcolate rispetto ai detenuti presenti: 27,9% tossicodipendenti, 1,4% alcoldipendenti, 3,1% in trattamento metadonico.

Detenuti affetti da HIV (il test è volontario e di conseguenza il dato è sottostimato): 2,6%.

A fronte di questa situazione la percentuale dei detenuti lavoranti è passata dall’oltre il 35% del 1990 al 24% del 2001.

Questi crudi numeri ci dicono fin da subito, al di là delle nostre personali opinioni politiche in materia, che si è fallito rispetto al dettato costituzionale che all’art. 27 così recita: “...Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Vi è poco spazio, nonostante gli sforzi e l’impegno di coloro che operano ogni giorno all’interno dei nostri istituti penitenziari, per l’umanità e la rieducazione in un sistema carcerario che fa del sovraffollamento non un’eccezione ma la regola. Dobbiamo dirci con coraggio che lo Stato oggi è in debito nei confronti dei cittadini detenuti che espiando la pena, come previsto dalla legge e dalle sentenze specifiche, non ricevono, durante la loro permanenza in carcere, quanto previsto dalla nostra Carta Costituzionale, ovvero la funzione rieducativa. Oggi il carcere, per le condizioni in cui si trova, certamente non espleta questa fondamentale funzione e spesso contribuisce al peggioramento delle propensioni agli atteggiamenti criminali.

Questa particolare drammatica situazione ci porta a ritenere che non si può più attendere oltre e che vi è, anche, una convenienza della collettività a rimettere in libertà, in una fase di avanzata espiazione della pena, quanti sono interessati alla sospensione della stessa, consci che la commissione di nuovi reati comporterà l’espiazione completa della pena con l’esclusione di ogni ulteriore beneficio.

La proposta di legge n. 3323 si basa sulla valutazione che lo Stato per la sua inadempienza deve riconoscere un credito di buon comportamento al detenuto che avendo espiato, in buona parte, la pena detentiva si vuole predisporre al rispetto delle regole della convivenza civile. Le particolari severità contenute, per chi continuasse a delinquere, sono la dimostrazione che il provvedimento che proponiamo non è un atto di clemenza buonista, ma un concreto patto di fiducia reciproca tra cittadino che beneficia della sospensione della pena e lo Stato che fa un investimento sul futuro di chi dimostrerà di essere veramente capace di utilizzare questa opportunità. Un provvedimento, quindi, che si può inquadrare in una attenta politica detentiva che valuta le condizioni oggettive del detenuto, che applica una sospensione condizionata, per un massimo di tre anni, nella fase terminale della detenzione e che vincola tutto ciò a un corretto comportamento nei cinque anni successivi, sottoponendolo a misure di controllo quotidiano per la durata della sospensione della pena.

Da molti parlamentari, appartenenti a varie aree politiche, sono state presentate proposte di legge in tema di indulto revocabile, amnistia e amnistia condizionata, con l’obiettivo di trovare una soluzione legislativa che contemperi a varie necessità: da quella di rendere più vivibili e meno disumani gli istituti penitenziari nel nostro Paese a quella di tutelare le esigenze di sicurezza della collettività e di far diminuire la recidiva. La proposta di legge che stiamo per affrontare non è certo un tentativo di eludere quanto previsto dall’art. 79 della Costituzione, ma rappresenta un atto concreto per risolvere l’insostenibilità del sovraffollamento carcerario, per migliorare le condizioni di detenzione, che non assicurano attualmente il rispetto della dignità umana e per garantire, contemporaneamente, le esigenze di tutela e sicurezza della collettività. Quindi non un provvedimento “tampone” per risolvere una situazione di emergenza ma un tentativo di dare una risposta concreta, prendendo spunto da analoghi istituti in vigore in altri Paesi e che hanno dato esiti particolarmente positivi (ad esempio la probation negli Stati Uniti), all’obiettivo di rendere più umane e vivibili le nostre carceri non solo per i detenuti ma anche per tutti coloro che quotidianamente vi operano e vi lavorano.

Voglio qui, infine, ricordare due passaggi del discorso pronunciato dal Santo Padre Giovanni Paolo II durante la sua storica visita al Parlamento italiano che ritengo rappresentino non solo lo spirito cristiano ma una profonda lungimiranza sociale e politica: “Alla luce della straordinaria esperienza giuridica maturata nel corso dei secoli a partire dalla Roma pagana, come non sentire l’impegno, ad esempio, di continuare ad offrire al mondo il fondamentale messaggio secondo cui, al centro di ogni giusto ordine civile, deve esservi il rispetto per l’uomo, per la sua dignità e per i suoi inalienabili diritti?”. E l’altro che più è inerente al tema che stiamo trattando: “Tale solidarietà, tuttavia, non può non contare soprattutto sulla costante sollecitudine delle pubbliche Istituzioni. In questa prospettiva, e senza compromettere la necessaria tutela della sicurezza dei cittadini, merita attenzione la situazione delle carceri, nelle quali i detenuti vivono spesso in condizioni di penoso sovraffollamento. Un regno di clemenza verso di loro mediante una riduzione della pena costituirebbe una chiara manifestazione di sensibilità, che non mancherebbe di stimolarne l’impegno di personale recupero in vista di un positivo reinserimento nella società”.

Esigenza di sicurezza, spirito umanitario e rispetto per l’uomo, la sua dignità e i suoi inalienabili diritti sono tre passaggi di cui non possiamo non cogliere lo spirito e il legame con il lavoro che noi siamo chiamati qui a svolgere e che credo siano espressamente richiamati nella proposta di legge che ci accingiamo a discutere. Il meccanismo introdotto appare parzialmente riconducibile a quello di cui all’art. 656, comma 5, c.p.p. che prevede, da parte del Pubblico ministero, la sospensione d’ufficio dell’esecuzione della pena (da iniziare o già iniziata) inferiore a 3 anni (4 anni nei reati connessi all’uso di stupefacenti) anche se residuo di maggior pena, volta a permettere l’accesso alle misure alternative alla detenzione. Il procedimento è d’ufficio e muove a iniziativa del Pubblico Ministero al quale spetta l’emanazione del provvedimento (decreto) di sospensione dell’esecuzione della pena, successivamente convalidato dal giudice dell’esecuzione (art. 2, comma 1). Il provvedimento può essere disposto una sola volta ed è generale, non facendo riferimento ad alcuna categoria di detenuti in relazione all’illecito commesso.

Con il provvedimento di sospensione dell’esecuzione della pena è sempre disposto il divieto di espatrio (articolo 3) e sono altresì applicate ulteriori specifiche prescrizioni, indicate dall’articolo 4, comma 1, della proposta di legge. In particolare, è previsto l’obbligo di presentazione e di firma presso gli uffici di polizia e di dimora in un determinato comune. In relazione a tale obbligo va rilevato che prescrizioni diverse sono previste in ragione dell’entità della pena sospesa: se quest’ultima non supera un anno il condannato avrà solo l’obbligo di firma (presentazione presso il più vicino ufficio di polizia giudiziaria, comma 1, lettera a); diversamente, oltre a tale obbligo è disposto un obbligo di dimora (articolo 4, comma 1, lettera b). E’, inoltre, previsto l’obbligo di presenza in casa tra le 21,00 e le 7,00 (articolo 4, comma 1, lettera c) e l’obbligo di adoperarsi quanto possibile in favore della vittima del reato (articolo 4, comma 1, lettera c). Va osservato, peraltro, come tale pacchetto di ulteriori obblighi a carico del condannato non sia immodificabile, prevedendo l’articolo 4, comma 2, su istanza dell’interessato o del pubblico ministero la possibile variazione (a cura del giudice dell’esecuzione) delle prescrizioni di cui al comma 1 dettate col provvedimento. Il solo divieto di espatrio rimane quindi escluso da possibili deroghe o modifiche.

Per quanto riguarda poi la revoca della sospensione, anche il condono di pena che deriva dall’applicazione del beneficio avanzato dalla proposta di legge in esame è revocabile. In particolare, la revoca di diritto del provvedimento consegue al mancato rispetto delle prescrizioni imposte con la concessione della sospensione della pena (divieto di espatrio, obblighi di firma e di dimora ecc.) di cui artt. 3 e 4 della p.d.l., nonché alla commissione di un nuovo reato non colposo entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del provvedimento in esame per il quale il condannato subisca una nuova condanna alla detenzione non inferiore a sei mesi. In seguito alla revoca della misura il condannato dovrà scontare la pena della reclusione senza possibilità di godere delle misure alternative alla detenzione. Al decorso dei cinque anni senza la commissione da parte del condannato di ulteriori reati e senza la violazione delle prescrizioni imposte in sede di concessione della sospensione dell’esecuzione consegue la dichiarazione di estinzione della pena (articolo 6 della proposta di legge).