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In questo numero: Storia di venti anni/6 - Numero del 2013-02-18



Cambiamenti di forma e di sostanza
LA POLITICA ESTERA ITALIANA NELLA SECONDA REPUBBLICA (IV parte)
James Walston

Il secondo governo Prodi

Nonostante talune delle considerazioni svolte indichino il contrario, è difficile riscontrare mutamenti sensibili nella politica estera italiana dopo il maggio 2006. L’iniziale, gelida, accoglienza da parte dell’amministrazione americana indusse D’Alema, nuovo ministro degli Esteri italiano, a mostrare interesse per le iniziative socio-diplomatiche Usa nelle settimane precedenti e successive all’Assemblea Generale Onu del mese di settembre. A dispetto dell’aperta simpatia della sinistra italiana, e di D’Alema stesso, per la causa araba, laica e religiosa che fosse (Hezbollah), il ministro e la diplomazia continuarono a godere della fiducia del governo israeliano. Questo pose l’Italia in una posizione forte per mediare politicamente in Libano e, potenzialmente, all’interno della componente europea del Quartetto per la realizzazione della Road Map tra israeliani e palestinesi. Inoltre, l’Italia acquisì un ruolo centrale nella forza internazionale Unifil stanziata nel sud del Libano.

La debolezza e le divisioni nella coalizione governativa dell’Unione (la nuova versione – fortemente rivista – dell’Ulivo) furono evidenti anche nella politica estera, ma non particolarmente laceranti come in altri capitoli della politica dell’esecutivo. Come in passato, l’Italia non fu parte del directoire, la troika europea (Regno Unito, Francia e Germania) impegnata nei negoziati con l’Iran in merito al programma nucleare dei mullah. Tuttavia, nel settembre 2006, sia Prodi che D’Alema si incontrarono con le rispettive controparti iraniane. Tali circostanze indussero un autore (Acconcia 2006) a sostenere che gli interlocutori occidentali di Teheran non si riducessero al 5+1 (membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu + la Germania, ndr) ma si allargassero al 5+2, con l’Italia inclusa. Nel complesso, è corretto dire che nella breve e travagliata stagione governativa dell’Unione, il profilo internazionale dell’Italia assunse una certa consistenza, soprattutto dalla missione Unifil in poi, e che il nuovo premier Prodi, a dispetto della sua debolezza interna, dedicò considerevoli energie agli affari internazionali.

Conclusioni

In retrospettiva, appare chiaro come la modifica più significativa della politica estera italiana agli inizi degli anni novanta fosse eminentemente legata a pressioni esterne. Il collasso della Yugoslavia e dell’ Albania forzò l’Italia a valutare con attenzione i suoi interessi più immediati. Allargano lo sguardo, la fine dell’Unione Sovietica e i cambiamenti della politica statunitense costrinsero molti paesi, Italia inclusa, a prendere decisioni definite in tema di sicurezza. Gli stessi cambiamenti interni sperimentati dal nostro paese, anch’essi riflesso parziale della fine della Guerra Fredda, consentirono di sviluppare nuove versioni delle vecchie politiche e i mutamenti istituzionali consentirono a quelle stesse politiche di essere presentate in modo nuovo e più forte, dato che il nuovo sistema bipolare sembrava dare più stabilità e autorevolezza al primo ministro e al ministro degli Esteri.

Recentemente, Osvaldo Croci, contrastando l’idea che il secondo governo Berlusconi abbia rappresentato una rottura dei canoni classici della diplomazia italiana, ha sostenuto che l’ultimo ventennio sia stato caratterizzato da un ampio grado di continuità. E’ pacifico che l’interesse nazionale, anche a livello ideologico, non si sia modificato seriamente a partire dal 1991; è anche vero, egli sostiene, che il personale diplomatico e i funzionari dell’ufficio del primo ministro non sono soggetti al ricambio che per solito interessa il corpo politico.

Anche se il governo Berlusconi ha rispolverato la questione del confine nord-orientale, ciò non significa, come sostenuto da Piero Ignazi (2004, 272-273), che Berlusconi abbia ribaltato la politica estera italiana o che egli abbia tentato di ritornare alle politiche fasciste o pre-fasciste. L’Europa e gli Stati Uniti sono rimasti le chiavi di volta della posizione italiana nell’arena internazionale. Né Berlusconi né Prodi hanno cambiato questo dato di fatto geopolitico. Ciò che Berlusconi ha ottenuto con il suo approccio personalistico è stato accrescere il profilo internazionale dell’Italia, suscitando tuttavia commenti negativi o condiscendenti. I governi di centro-sinistra, che hanno frammentariamente detenuto il potere negli anni novanta-duemila, si sono impegnati cionondimeno per creare un’immagine dell’Italia come interlocutore solido e affidabile.

Da una prospettiva più ampia, la politica estera italiana è cambiata in parte perché il mondo è cambiato e l’Italia ha dovuto adattarsi. Allo stesso tempo, il Paese ha riacquisito un certo grado di autostima nel suo modo di rapportarsi al resto del mondo dopo la sconfitta del 1945 e dopo i successivi 47 anni, nel corso dei quali la battaglia politica tra i due maggiori partita si è prevalentemente giocata al di fuori delle grandi questioni di politica internazionale.

Una situazione ben diversa da quanto sperimentato negli ultimi venti anni, con la ripresa di un certo protagonismo, spesso condito da polemiche interne e caratterizzato dai vecchi vizi della diplomazia nostrana. Ad esempio, rispetto alla scelta internazionale più controversa, la guerra in Iraq del 2003, l’Italia si trovò sulle stesse posizioni del Regno Unito. Entrambi i paesi avevano indubbiamente una stretta relazione con gli Stati Uniti, ma, a partire dal marzo 2003, quando la politica estera Usa finì per alienarsi gran parte del sostegno internazionale, apparve chiara la diversa ispirazione che animava Roma rispetto a Londra. Blair sostenne Bush non per ottenere qualcosa in cambio, ma perché aveva la ferma convinzione che Stati Uniti e Regno Unito difendessero gli stessi interessi, mentre Berlusconi mai ha nascosto che il suo appoggio agli Usa fosse anche mirato a ottenere vantaggi politici e materiali.

Non c’è dubbio che l’Italia dopo il 1994 abbia giocato un ruolo più importante sulla scena internazionale rispetto al passato. I governi che si sono succeduti negli anni della Seconda Repubblica fino alla crisi finanziaria globale del 2007-08 hanno mostrato una crescente consapevolezza del proprio ruolo, anche nelle difficoltà. Tuttavia, l’Italia sconta ancora la sua antica reputazione di partner inaffidabile, come un commentatore indicava già oltre un decennio fa: “Un obbediente ma infido alleato, ossequioso ma inaffidabile” (Molinari 2000).

Berlusconi, il principale protagonista degli anni ce ci siamo lasciati alle spalle, non ha cambiato quella percezione internazionale, anzi, sotto diversi aspetti l’ha acuita. Tutto sommato, le truppe italiane, combattenti o impegnate nel peacekeeping, dall’Afghanistan, ai Balcani, al Libano, hanno dato un contributo maggiore dei politici e dei diplomatici al miglioramento della reputazione italiana all’estero. Un dato su cui riflettere.

Aggiornamento dell’autore nel corso del seminario Italian Foreign Policy in the 'Second Republic'. Changes of Form and Substance, svoltosi presso l’Ispi, Milano, 23 gennaio 2013.

L’emergere della crisi globale del 2007-08 e la particolare durezza con cui essa ha colpito Stati Uniti ed Europa hanno indebolito la posizione dell’Italia. Posto un simile scenario, la terza esperienza governativa di Berlusconi (2008-11) si è conclusa con un magro bilancio e forse non poteva essere altrimenti. Da segnalare l’affievolirsi dei legami con la Casa Bianca, guidata dal gennaio 2009 da Barack Obama, e il crescente scetticismo in sede Ue rispetto alla credibilità del governo italiano. Ad ogni modo, precisa Walston, a prescindere dall’autorevolezza internazionale goduta da Mario Monti (alla guida di un governo tecnico dall’autunno 2011), è azzardato affermare che l’uscita di scena (temporanea?) di Berlusconi abbia rilanciato il profilo internazionale del Paese. Qualunque sia l’esito del voto del 24-25 febbraio, l’Italia rimane una media potenza in tendenziale declino economico che vive in prima linea la crisi dell’Unione Europea e che dovrà lottare, con esiti incerti, per mantenere un ruolo nell’instabile contesto multipolare che va configurandosi. (Traduzione a cura di Fabio Lucchini)

 

Bibliografia

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