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In questo numero: Il modello tedesco divide l'Europa - Numero del 2013-05-30



Una sorta di versione invertita del problema tradizionale della credibilità
LA FAVOLA DELL'AUSTERTY NON CROLLA DORME NELLA TRAPPOLA DELLA LIQUIDITA'
Paul Krugman

 

 

Il 16 maggio il FT ha puubblicato un interessante articolo sui problemi legati al calcolo del prodotto nazionale lordo (non il prodotto interno lordo) irlandese. In sostanza, il reddito misurato è gonfiato da quelle aziende che non svolgono nessuna attività concreta in Irlanda, ma che riescono comunque a trovare il modo per far materializzare profitti in una giurisdizione fiscalmente conveniente. Che stesse succedendo qualcosa del genere più o meno lo sapevamo: sapevamo per esempio gran parte dell'apparente aumento della produttività era dovuto semplicemente al passaggio a compagnie farmaceutiche che contribuiscono in misura molto limitata all'economia irlandese. Ma un nuovo rapporto dell'Esri, l'Istituto di ricerca economica e sociale del Governo irlandese, sembra indicare che il problema è più grande di quanto si credesse.

Questo passaggio dell'articolo del Financial Times mi ha particolarmente colpito: «La ricerca dell'Esri solleva interrogativi sulla solidità della ripresa irlandese, che ha sorpreso molti osservatori stranieri considerando la grave crisi economica sofferta dal Paese nel 2008».

Chi sono questi osservatori stranieri sorpresi? L'impressione che ho io è che l'Irlanda è stata ripetutamente sbandierata come esempio di successo, salvo ogni volta scontrarsi impietosamente con i fatti. E se guardiamo i dati sull'occupazione, che non sono condizionati da queste sottigliezze contabili, si vede chiaramente quanto sia solida la "ripresa" irlandese. 

I sadomonetaristi di Basilea

Questo mese il Wall Street Journal ha richiamato l'attenzione su un discorso di Jaime Caruana, il direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali, che metteva in guardia dai pericoli del denaro facile ed esortava ad alzare subito i tassi per evitare… non si sa bene cosa.

E le sue opinioni pesano, secondo il Wall Street Journal: «Caruana non è un falco scornato che è stato messo in minoranza nel consiglio direttivo di un organismo economico e cerca disperatamente di mettere le cose in chiaro», ha scritto Geoffrey Smith sull'edizione online. «Caruana è il portavoce di un consesso globale di banchieri centrali, quasi tutti costretti a far fronte alle pressioni fortissime dei rispettivi Governi nazionali perché tengano i piedi la baracca mentre loro cercano di riparare l'economia. Le sue opinioni contano anche per un'altra ragione: la Bri è una delle poche istituzioni finanziarie internazionali (secondo qualcuno l'unica) che ha visto arrivare la crisi finanziaria e ha lanciato avvertimenti chiari per tempo».

Davvero la Bri è stata così preveggente? Vediamo un po': quello che ricordo io - e che il Wall Street Journal apparentemente non ricorda - è che da anni la Bri mette in guardia dai pericoli dei tassi di interesse bassi. Peccato che un paio di anni fa raccontasse una storia completamente diversa sul perché dovevamo alzare i tassi: il grande pericolo allora era l'inflazione imminente. Un articolo di Bloomberg del 27 giugno 2011 diceva: «Le pressioni inflazionistiche a livello globale stanno aumentando rapidamente, per via dell'impennata dei prezzi delle materie prime e dei limiti di capacità produttiva che frenano la ripresa globale», ha detto la Bri, l'organismo che svolge il ruolo di Banca centrale delle Banche centrali. L'accresciuto rischio di inflazione impone un aumento dei tassi di riferimento».

In realtà l'inflazione viaggia al di sotto del target praticamente ovunque.
Verrebbe spontaneo aspettarsi, a questo punto, che la Bri faccia marcia indietro e riveda le sue raccomandazioni di politica economica e i criteri che usa per estrapolarle. Sì, figuriamoci.
I tassi alti sono sempre la soluzione: quello che cambia è soltanto il problema che dovrebbero risolvere.

 

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Quando la prudenza economica è follia. 
Da Nicholas Crafts all'Abenomics

Nicholas Crafts, professore di Economia all’Università di Warwick, recentemente ha scritto sul blog Vox un articolo molto interessante sulla politica economica della Gran Bretagna negli anni 30. Il succo è che la politica monetaria all’epoca trainò la ripresa usando il canale delle aspettative: la Banca d’Inghilterra riuscì a essere credibile nella sua promessa di essere irresponsabile, cioè di generare inflazione.

Ma come ci riuscì? Secondo Crafts, in due modi: la Banca centrale non era indipendente, ma solo una branca del Tesoro britannico, e il Tesoro aveva notoriamente la necessità di generare un po’ di inflazione per far scendere il livello del debito pubblico.

La cosa è strettamente collegata all’analisi della politica economica giapponese nello stesso periodo fatta dall’economista Gauti Eggertsson: anche in Giappone la mancanza di indipendenza della Banca centrale, combinata con un imperativo di bilancio, consentì di modificare le aspettative monetarie in un modo non ortodosso, che era esattamente quello di cui c’era bisogno (magari saltando la parte dell’invasione della Manciuria).

Tutto questo conferma un punto importante, e cioè – come ho detto già agli inizi della crisi – che siamo entrati in un mondo capovolto, dove la virtù è vizio e la prudenza è follia, e dove fare i responsabili è la ricetta sicura per il fallimento economico.

Ed è anche di ottimo auspicio per la Abenomics, che potrebbe funzionare proprio grazie (in parte) a quello che tutti immaginano essere il problema più grande per il Giappone: il suo enorme debito pubblico.

Manuale? Quale manuale?

Ryan Avent, dell’Economist, è rimasto, come me, favorevolmente colpito dall’articolo di Crafts. Sono rimasto un po’ disorientato, però (tanto per suonarmi la grancassa da solo), dal riferimento – che leggendo l’articolo di Crafts mi era sfuggito, ma che Avent ha ripetuto ed enfatizzato nel suo articolo del 13 maggio – all’«approccio da manuale» di innalzare le aspettative di inflazione per sfuggire a una trappola della liquidità.
Esattamente di quale manuale stiamo parlando? Per quanto ne so, fra i testi di economia di base solo Krugman e Wells parlano della trappola della liquidità; di sicuro io e Robin Wells eravamo gli unici a parlarne prima del 2008. E tutto il discorso sulle aspettative di inflazione e la politica monetaria in una situazione di trappola della liquidità come una sorta di versione invertita del problema tradizionale della credibilità – anzi, l’intera riscoperta odierna del problema della trappola della liquidità – nasce da un saggio che ho pubblicato nel 1998, intitolato It’s Baaack: Japan’s Slump and the Return of the Liquidity Trap (È tornata! La crisi giapponese e il ritorno della trappola della liquidità).
Non lo dico solo per autopromozione (anche se ovviamente una parte di autopromozione c’è): ritengo che uno dei motivi per cui sono riuscito a seguire con una certa efficacia la recessione in corso è proprio perché ragiono da molto tempo sulle problematiche legate alla trappola della liquidità: anni prima che lo facesse chiunque altro. P.K.

© 2013 The New York Times
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Questi articoli sono stati pubblicati rispettivamente il 25 e  il 26 maggio 2013