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In questo numero: Un ministero dell'emigrazione - Numero del 2013-07-04



La Repubblica Islamica dopo il voto
IRAN. LE PROFEZIE SMENTITE
Alberto Negri, Cipmo

 

Articolo scritto da Alberto Negri, inviato speciale de Il Sole 24-Ore, per il Cipmo

La proclamazione della vittoria di Hassan Rohani nella corsa presidenziale è stata accolta a Teheran da un gigantesco ingorgo notturno: decine di migliaia di auto percorrevano le strade suonando i clacson e con gli stereo a tutto volume, come ai tempi di Mohammed Khatami, portabandiera dei riformisti. Era dalla repressione dell’Onda Verde nel 2009 che gli iraniani aspettavano un’occasione per rialzare la testa e festeggiare. Questa volta la Guida Suprema Ali Khamenei, che allora aveva imposto la vittoria di Ahmadinejad, ha lasciato fare: l’Iran, il Paese con i maggiori esperti mondiali di ingegneria elettorale, ha imbastito la “sorpresa” Rohani e il sistema della repubblica islamica ha riacquistato una vernice di credibilità.

In realtà i più sorpresi dell’ascesa di Rohani sono stati gli occidentali. Ogni volta diciamo che le elezioni in Iran sono truccate, e ogni volta non solo non sappiamo chi vince, ma sbagliamo pure le previsioni. Al punto che le reazioni successive appaiono persino comiche. Dopo averlo bollato alla vigilia come un voto inutile e privo di valore, gli americani e gli europei si sono entusiasmati per l’elezione di questo conservatore moderato, un rivoluzionario della prima ora ben inserito nei gangli del potere, che avevano conosciuto come mediatore al tavolo del nucleare.

Vediamo adesso quanto durerà l’etichetta di moderato affibiata a Rohani e prepariamoci ad ascoltare commenti delusi se le cose non andrannno nella direzione auspicata al tavolo del nucleare o a quello della Siria.

Il regime degli ayatollah ha buon gioco nel prendere in giro gli occidentali: se lo meritano ampiamente perché da oltre 30 anni sull’Iran non ci azzeccano mai. A partire dalla prima previsione, quella fatale di Carter che nel 1978 andò a salutare lo Shah brindando con i flute di champagne all’anno nuovo poco prima che crollasse. E a volere essere impietosi aggiungiamo alla lista anche il caso recente della Siria: appena esplose la rivolta, a Bashar Assad furono pronosticati pochi mesi al potere. Vedete bene dove siamo arrivati. Per non parlare, in generale, della primavera araba: quanti avevano anticipato la rivolta che avrebbe liquidato alcuni dei beniamini dall’Occidente come Ben Alì e Mubarak? Della Libia è meglio tacere: si aggiunge ad altri interventi militari che per risolvere un problema ne hanno creati altri, dall’Iraq all’Afghanistan, una lista in cui metteremo presto pure la Siria.

Ma questo è il risultato di affidarsi ad apprendisti stregoni. Una volta è il Qatar sostenuto dalla Francia (a proposito il “liberatore” Bernard Henry Levy in quanto ebreo è stato dichiarato persona non grata a Tripoli), un’altra è l’ineffabile Erdogan che non contento dei guai suoi (per la verità ci sta provando a far pace con i curdi) ha deciso di importarne in casa un po’ dal Medio Oriente, salvo poi comportarsi come gli autocrati che vuole sbalzare dal potere. Non ha una vera strategia, come hanno potuto verificare gli israeliani, e si è affidato alle ambizioni di un ministro degli Esteri disastroso: dalla teoria “zero problemi con i vicini” è passato ad averne una marea.

Chi scrive da tre decenni percorre le strade del Medio Oriente, dei Balcani, dell’Asia centrale, dell’Africa, cercando di capire quello che può accadere senza troppe verità prefabbricate in tasca. E’ un lavoro dove si consumano le suole delle scarpe, da cronista, e costringe ad avere che fare con una realtà quotidiana composta da mille sfaccettature, come dimostrano le difficoltà dei governi a matrice islamica a diventare egemoni in Paesi come l’Egitto o la Tunisia.

E’ questo il riflesso inevitabile di società fortemente polarizzate e dalla formazione statuale complessa, condizionata dall’eredità storica coloniale, di Paesi complicati e variegati sotto il profilo politico, culturale, etnico e religioso, di cui un esempio eclatante, oltre alla Siria, sono il Libano e l’Iraq sull’orlo di una guerra civile per la verità mai finita e ricomposta. Una varietà che alimenta i problemi ma costituisce anche una ricchezza da non disperdere come avvenuto in passato.

Per me la sorpresa più grossa non è stata la vittoria di Rohani ma vedere l’amico Ibrahim Yazdi andare alle urne con milioni di altri iraniani. Fu il primo ministro degli Esteri della repubblica islamica con il governo Bazargan. Non andava a votare da decenni, dopo avere patito il carcere e gli arresti domiciliari. Se ci credeva lui, ho pensato, allora forse il voto poteva essere meno condizionato che in passato. “A volte _ mi ha detto Yazdi _ ci dimentichiamo che questo Paese è nato da una rivoluzione, una delle più influenti dell’ultimo scorcio del Novecento”.

Un secolo breve il Novecento, come lo battezzò Eric Hobsbawm, ma che non è mai stato così lungo, anche nei suoi errori. Con troppa sicurezza e poca riflessione, ci avvertiva lo storico anglo-americano Tony Judd prima di scomparire, ci siamo lasciati alle spalle il Ventesimo secolo lanciandoci a testa bassa in quello successivo ammantato di mezze verità: il trionfo dell’Occidente, la fine della Storia, l’avanzata ineluttabile della globalizzazione, del libero mercato e della ricchezza per tutti. E ora eccoci qui ad applaudire Rohani, sperando che l’ayatollah (in realtà è un hojatoleslam) ci faccia pure l’inchino.