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In questo numero: Renzi e la doppia maggioranza - Numero del 2014-02-20



Cosa ci guadagna l'Italia da questo nuovo quadro? Diciamolo chiaramente: nulla.
SALVATE IL SOLDATO RENZI
Alessandro Aleotti

Anticipo la tesi di questo articolo: il giovane Matteo Renzi, coraggiosamente avventuratosi oltre le trincee nemiche ben rappresentate dal patto con Berlusconi, stava per cadere in una trappola che lo avrebbe definitivamente espulso dalla scena politica, ma l'improvvisa e imprevista mobilitazione delle truppe a stelle e strisce hanno dato a questo film un esito molto diverso da quello che i tessitori della trappola a Renzi avevano immaginato. Questo nuovo copione vola fatalmente molti metri sopra la testa della politica italiana, anche se il nostro ceto politico potrebbe comunque ricoprire un ruolo utile cercando di ritrovare il bandolo della matassa sui problemi del Paese. E questo lo può fare solo se si mostra in grado di sostituire, nel dibattito politico, la centralità del lavoro con la centralità del benessere.

Detta la tesi, riprendiamo dall'inizio: il giovane Sindaco della città italiana più influenzata dalla furbizia e dalla massoneria si era convinto  che avrebbe messo tutti nel sacco. Non è chiaro da dove provenisse, nella mente di Renzi, questa convinzione. Sta di fatto che convinzione, ambizione, rottamazione e velocità sembravano essere tutt'uno nella marcia del politico fiorentino verso Palazzo Chigi. Questa esuberanza non è certo sfuggita ai suoi numerosi nemici che oggi stanno rigorosamente sotto coperta. Così, passo dopo passo, quelli che si consideravano “azionisti di maggioranza” del PD (gli eredi del PCI, PDS, DS) si erano messi a spronare l'ambizione di  Renzi  a volare sempre più in alto, affinché il novello Icaro si potesse sfracellare avvicinandosi troppo al sole. I passaggi di questo “trappolone” erano chiari. Primo: mollare Letta e lasciare che Renzi andasse al governo senza passare dalle elezioni, dando così il primo colpo di maglio alla sua credibilità di innovatore politico. Secondo: cominciare una litania sul doppio incarico che indebolisce il Partito, lasciandolo privo delle preziose energie del suo giovane e dinamico Segretario. Terzo: portare a compimento un avvicendamento alla Segreteria senza primarie e apparentemente “amichevole” (nel PD non c'è che l'imbarazzo della scelta dei candidati, poiché la maggior parte dei dirigenti che oggi si dichiarano renziani in realtà non vedono l'ora che il giovin Matteo vada a sbattere). Quarto: utilizzare lo stesso copione di prevedibile insoddisfazione verso i risultati del Governo (è ovvio a tutti che nessun Governo europeista può ottenere risultati diversi da quelli di Monti o Letta) per incrinare la tenuta della maggioranza e portare rapidamente il Paese alle elezioni. Quinto e ultimo punto: lasciare che le fatidiche primarie del PD si incarichino “democraticamente” di armare la mano  che porrà fine alla travolgente carriera politica di Matteo Renzi.

Insomma, un piano perfetto con un tempo di svolgimento tra i 3 e gli 8 mesi. Senonché una imprevista accelerazione ha fatto sì che questo lungo film si venisse a concretizzare in soli 3 giorni, grazie a una straordinaria forza  supplementare che attraverso il Corriere (e tutti gli ambienti di potere filoatlantici, da De Benedetti alla Confindustria) ha lanciato l'operazione Friedman-Monti-Napolitano su cui il giovane Renzi si è trovato catapultato per andare subito a Palazzo Chigi.

Al di là del palmo di naso con cui sono rimasti i tessitori del “trappolone” (oggi incerti se festeggiare o cominciare a preoccuparsi), l'unica questione politica rilevante  a cui occorrerebbe dare risposta è perché si sia prodotta questa accelerazione e quali siano i nuovi assetti del potere interno e internazionale che si sono venuti a creare. Quello che storicamente possiamo affermare è che in ogni “rottura di sistema” del quadro politico (e da almeno due anni siamo in questa fase) sempre si presenta una “manina” (o “manona” come suggeriva il mai troppo rimpianto Bettino Craxi) proveniente dai due grandi blocchi del quadro globale di cui noi siamo baricentrici (prima erano USA e URSS e oggi Germania e Stati Uniti). E' evidente che la Germania abbia dato una bella mano all'asse Napolitano-Monti-Letta, ma è altrettanto evidente che i tedeschi sono stati molto restii a concedere qualcosa di concreto oltre all'appoggio politico ai sopracitati governi. Su questa insoddisfazione italiana, plasticamente rappresentata dal Capo dello Stato che va in Europa a battere i pugni sul tavolo, si sono inseriti gli americani che non vedevano l'ora di poter trovare un leader italiano neopopulista (e quindi potenzialmente antieuropeo) che non fosse il Berlusconi amico del russo Putin o il comico Beppe Grillo che, visto da al di là dell'Atlantico, è esattamente la stessa cosa di coloro che incendiano le strade di Atene. La scelta di Renzi permette agli USA di avere in Italia un leader con il vento in poppa che, tuttavia, al momento buono saprà dare qualche sberla a Bruxelles non sospettabile di radicalismo neocomunista (che, in ultima analisi, è ciò che interessa agli USA). Ovviamente, quando si dice “americani”non bisogna pensare a spy story da guerra fredda, ma agli ambienti e ai poteri che hanno connessioni americane maggiori rispetto a quelle europee.

Cosa ci guadagna l'Italia da questo nuovo quadro? Diciamolo chiaramente: nulla. Solo l'ottusità della Confindustria e dei leghisti di Salvini può ritenere che il Paese migliori giungendo a scambiare gli euro che abbiamo nel portafoglio (seppur pochi) con una moneta del Monopoli che ci potrà riempire le tasche, ma che peggiora irrimediabilmente le nostre ragioni di scambio sullo scenario economico globale. E se non si capisce che in una economia totalmente globalizzata conta chi ha il maggior mercato interno (e noi siamo solo 60 dei 506 milioni di abitanti della nostra piccola Europa unita, contro i 1362 milioni della Cina e i 1242 milioni dell'India), oppure chi ha la moneta più forte (e qui, per fortuna, noi abbiamo una delle monete più forti al mondo), allora è meglio smettere di occuparsi di politica perché si producono solo danni alla collettività. Vi è da dire, però,  che i cambiamenti di assetto delle alleanze globali sono un fatto su cui un singolo Stato come il nostro non può influire in alcun modo, se non prestandosi a un gioco o all'altro. Quindi, è importante capire che della vicenda europea, essenzialmente riassunta dalla competizione tra Germania e Stati Uniti, noi non possiamo che essere spettatori o, al massimo, ufficiali di complemento.

Quello che, invece, il nostro ceto politico potrebbe e dovrebbe fare è capire la priorità interna verso cui rivolgere la propria azione. Il problema che pone oggi la contraddizione più forte è la centralità che ha assunto la questione del lavoro nel nostro dibattito politico. Se è vero che l'articolo 1 della nostra Costituzione recita una formula retorica lavorista che aveva forse senso concreto nel periodo in cui tutto era da ricostruire, oggi richiamarsi al valore del lavoro in termini fattuali (non, cioè, di un lavoro come legittima aspirazione dell'uomo, ma del lavoro salariato, assistito e sottopagato della nostra economia industriale in uscita dal cerchio della competitività globale) è una aspirazione da imbecilli (scusate, ma non trovo termine più appropriato...). Sarebbe utile riflettere sul fatto che, più del lavoro nelle fabbriche e nelle miniere, gli italiani si aspettano di ottenere una quantità sufficiente di diritti materiali (non solo studiare e curarsi, ma anche abitare, spostarsi e poter contare su una minima base monetaria di cittadinanza) che permetta all'Italia di restare nel novero dei paesi del primo mondo civilizzato. Naturalmente, l'elemento che bilancia questo investimento in “diritti materiali di cittadinanza” è il completo abbandono di quel velleitarismo che chiamiamo “politica industriale” e che ci costa ogni anno 40 miliardi di trasferimenti senza contropartita al sistema delle imprese.

Questo passaggio culturale da una visione lavorista  a una visione di benessere sociale non possiamo aspettarcelo dai soggetti che sono parte in causa nella quotidiana lotta per le risorse (dalla Confindustria al Sindacato, dalle burocrazie alle lobbies corporative). Un passaggio del genere lo potrebbe compiere un soggetto politico (anche e soprattutto a sinistra) che abbia la forza di non attardarsi sul trascinamento novecentesco del pansindacalismo e della statolatria. L'opportunità che io vedo è che questo passaggio politico-culturale riempia il vuoto ormai ventennale che si è venuto a determinare con la scomparsa del Partito Socialista Italiano. Certo, non possiamo pensare che una sfida politica del genere venga lanciata dal frammentato pulviscolo delle piccole formazioni della diaspora socialista, né tanto meno da una sinistra postcomunista che, seppur oggi in difficoltà e alla ricerca di sbocchi per il futuro, sembra incapace di liberarsi dalla ossessione lavorista. Posto che lo spazio politico e di consenso per una opzione di socialismo del benessere c'è ed è molto consistente, quello che manca è un leader che sia forte, autorevole, esperto e credibile. Per un progetto del genere non serve un “rottamatore” come Renzi che, sul piano politico, rischia inevitabilmente di divenire una figura “alla Prodi”, cioè un leader molto apprezzato dagli italiani, ma del tutto privo di costituency politica e sociale. Se si vuole lanciare un “socialismo del benessere” che si ponga l'obiettivo di far restare l'Italia nella civiltà del primo mondo, innovando radicalmente, ma senza cancellare il solco della tradizione, occorre la forza di un “leader costruttore”. Esiste nel nostro ceto politico un leader del genere?

direttore@milania.it