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DOSSIER RUSSIA 3/ MOSCA E LA POLITICA DI VICINATO

Finora ci si è basati sull’assunto che la Russia non avrebbe aggredito. Quelle premesse, ormai, non sono più valide

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Simona Bonfante

“Abbiamo assistito a un completo ribaltamento dell'architettura europea sulla sicurezza. Finora ci si è basati sull'assunto che la Russia non avrebbe aggredito. Quelle premesse, ormai, non sono più valide.” Questo il valore geopolitico dell'invasione russa in Georgia, secondo il Presidente estone, Toomas Ilves.
Come le vicine Lituania e Lettonia, l'Estonia è uno stato-membro di Ue e Nato. Esattamente un anno fa, la capitale della pacifica repubblica baltica, Tallin, veniva sconvolta da una rivolta senza precedenti nella storia nazionale:  la minoranza russa – il 30% circa della popolazione residente – si levò contro il governo che aveva deciso di rimuovere uno dei simboli più imbarazzanti del passato sovietico: la statua al milite dell'Armata Rossa. Per Mosca, il provvedimento di Tallin era un insulto alla memoria di quegli eroi che liberarono l'Europa dal nazi-fascismo.  Un insulto, che il Cremlino non intese lasciare impunito. Allora, tuttavia, Putin si accontentò di poco più che un atto dimostrativo: fece occupare l'Ambasciata estone a Mosca e sequestrare il personale e, ottenuto il ripensamento del governo di Tallin, fece togliere l'assedio alla sede diplomatica estone in Russia e sgomberare i dimostranti a Tallin. Ma la vendetta non si fermò lì:  nei mesi successivi, il sistema informatico estone venne messo ko da misteriosi hacker con dominio .ru, le linee di trasporto da e verso la Russia tagliate e i rifornimenti di gas per l'Estonia sospesi a causa di improvvisi incidenti tecnici.L'episodio estone che, come per la crisi georgiana, trovò l'Europa distratta dalle vacanze estive, non venne giudicato così grave da far scattare l'allarme della diplomazia occidentale. Invano, i tre stati baltici della Ue cercarono di spiegare alle agenzie di Bruxelles che l'episodio di Tallin non era isolato né improvviso, e che piuttosto era la conseguenza della politica di russificazione che Putin portava avanti nel vicinato e di cui l'Europa avrebbe dovuto allarmarsi.

Perché, tuttavia, nella vecchia Europa ci si accorgesse che le inquietudini dei nuovi partner orientali erano fondate, si è dovuto attendere ancora un anno e vedere i carri armati russi occupare impunemente un paese aperto e proteso ad Occidente come la Georgia. Solo allora, infatti, per l'Europa “Mosca ha passato il Rubicone”.Nelle ex repubbliche sovietiche, vedere i carri armati russi impegnati in un conflitto internazionale, per la prima volta dall'invasione dell'Afghanistan, nel 1979, è stato uno shock. “Nella ex regione sovietica non ci si attende, nell'immediato, una nuova offensiva militare di Mosca. Ma molti – scrive il Financial Times - temono oggi che, come lo ha fatto una volta, nulla vieta che potrebbe farlo di nuovo.” La russificazione della regione è, infatti, uno dei pilastri della politica neo-egemonica di Putin. La Georgia – e la dottrina della “difesa della dignità dei cittadini russi, ovunque si trovino” – non sono che un “salto in avanti”, nella politica che il Cremlino porta avanti nell'area da almeno un decennio. In Estonia e Lituania la minoranza russa conta ormai il 30% della popolazione. In Crimea, i russi sono un milione e duecentomila, contro ottocentomila ucraini. Il 60% della popolazione, insomma, riconosce il Cremlino, non l'autorità di Kiev.L'auto-proclamato diritto di Mosca di difendere i propri cittadini al di fuori dei confini russi, per questi paesi è più che una “formula diplomatica”: è una minaccia reale alla loro sovranità, indipendenza ed integrità territoriale. Ecco perché, dall'Estonia all'Ucraina, il timore è che prima o poi Mosca faccia far fare a tutti loro, ex stati satellite, la stessa fine della Georgia. “Gli stati baltici sono, tra i nuovi membri della Nato e della Ue, i paesi più esposti” – scrivono Stefan Wagstyl, Roman Olearchyk e Jan Cienskisul Financial Times. “Non c'è da aspettarsi certo che Mosca rinunci all'influenza che esercita su quei paesi attraverso lo strumento della manipolazione politica, l'interruzione delle forniture di gas e la propaganda”. Strumenti, questi, che Mosca ha applicato con arguzia nelle diverse aree dell'ex blocco, adattandoli alle specificità del caso.

Ritorno al XIX Secolo
Nel baltico “la minaccia non è di natura militare”. Il vero pericolo, osserva piuttosto il Presidente estone, è la retorica “sciovinista” di Mosca. “La Russia – denuncia infatti Ilves - si comporta oggi come se fossimo nel XIX Secolo”. Putin non pensa al modello “guerra fredda”, ma al Primo Conflitto mondiale.Ora, nei paesi dell'ex blocco sovietico la politica estera di Mosca non è questione di diplomazia ma di sicurezza. È infatti a Varsavia, a Kiev, a Tallin che ricadono gli effetti della dottrina delle “aree di interesse particolare” teorizzata ed esercitata dal Cremlino.  La Polonia, ad esempio, pur avendo motivi di allarme diversi da quelli del blocco baltico, non solo condivide le inquietudini degli estoni ma, come osserva Pawel Swieboda, del think tank Demos, “sta facendo massa critica” per far prevalere tra i paesi  Ue “una visione più realista” rispetto al pericolo rappresentato da Mosca. E la Polonia, tra i 27, non è la sola.
 
“La crisi in Georgia è stata un brutto risveglio. Vedere i carri russi entrare in un paese confinante, nel quarantesimo anniversario dell'invasione della Cecoslovacchia – ha osservato il Ministro degli Esteri britannico, David Miliband – è stato come avere la prova che la politica della forza è ancora una forte tentazione. Si riaprono vecchie ferite e si riacuiscono le antiche divisioni. La Russia non ha ancora metabolizzato la nuova geografia dell'Europa. L'iniziativa unilaterale di ridisegnare il tracciato dei confini europei, riconoscendo Abkhazia e Sud Ossezia, non solo segna la fine del dopo guerra fredda, ma indica che è arrivato il momento che ciascun paese decida da che parte stare e quale significato intenda dare ai concetti di nazione e diritto internazionale.”Anche per il Ministro degli Esteri ceco, Karel Schwarzenberg, l'intervento dei russi in Georgia è assimilabile  “all'invasione sovietica della Cecoslovacchia”. Non a caso – insiste il capo della diplomazia ceca - ha avuto luogo nel quarantesimo anniversario dell'ingresso dei carri russi a Praga.

Secondo uno dei più apprezzati analisti militari russi, Alexandre Golts, più che la linea della “guerra fredda”, “l'aggressione russa in Georgia illustra il trionfo al Cremlino di un approccio molto XIX secolo, una versione più rozza di quella sorta di realpolitik che, nel 1914, portò alla Grande Guerra.”
“Subito prima che scoppiasse il conflitto georgiano – sottolinea ancora Golts – il Ministro degli Esteri russi, Sergueï Lavrov, invocando i casi dell'Iraq e del Kosovo, dichiarava che il sistema di relazioni internazionali fondato dall'Occidente sul rispetto del diritto internazionale dovesse ormai considerarsi superato.”La chiave di interpretazione proposta dall'analista russo non è certo incoraggiante. Ma è pertinente. La dottrina moscovita enunciata dal Presidente russo, Dmitry Medvedev, all'indomani della “vittoria” nella guerra di agosto, conferma infatti che l'intenzione di Mosca è di sovvertire l'architettura geopolitica affermatasi con la caduta dell'Urss, prendendosi gioco del sistema del diritto internazionale, ovvero mettendone in discussione l'universalità dei principi, e sfidando la determinazione degli stati democratico-liberali in Occidente a battersi per difendere i propri valori. Basti vedere, a proposito, la reazione di Germania, Italia e, più cautamente, della Francia, per cui quella del Kremlino non sarebbe che “retorica”.

Da parte loro, Gran Bretagna, Polonia, Repubblica ceca, Repubbliche baltiche – con Ucraina, Georgia e naturalmente, Usa – non solo sostengono una tesi meno indulgente con le ragioni del Cremlino – tesi che, oltretutto, i fatti sembrano confermare – ma temono che proprio l'insipienza occidentale possa farsi complice del pericoloso disegno neo-imperiale di Mosca.Come spiega Golts, infatti, “per il regime russo, la debolezza con cui l'Europa mostra di difendere i propri valori permette di rimettere in discussione l'universalità dei principi di libertà e democrazia, legittimando la Russia a fare quello che vuole.”Una conferma di questa tesi è stata implicitamente offerta lo scorso 11 settembre dal Ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, in occasione del ritorno in Polonia della diplomazia russa, dopo il “congelamento” delle relazioni, seguito alla firma dell'accordo tra Washington e Varsavia per la difesa europea. “Se Usa e Polonia sono davvero interessati a dare garanzie che la base anti-missile non sarà diretta contro la Russia, siamo pronti a valutare delle proposte concrete”. Quello di Lavrov suona come un invito alla distensione con il recalcitrante vicino polacco. In realtà, solo pochi giorni prima i vertici militari russi informavano Varsavia che se non fosse uscita dal “gioco pericoloso in cui si è infilata”, la Russia le avrebbe puntato addosso i missili.Il Cremlino, insomma, ammonisce la Polonia del pericolo di incendio e, nello stesso tempo, offre la polizza per scongiurare i danni: accettare la politica di “buon vicinato” saggiamente teorizzata dalla diplomazia russa e prendere atto che, come ha osservato Lavrov, “produttori, consumatori e paesi di transito sono tutti nella stessa barca e possono creare la sicurezza energetica…Con quelli che condividono questa visione è più facile trovare un linguaggio comune”. Se una simile filosofia mafiosa può oggi permettersi di farsi beffa del diritto internazionale, evidentemente  all'Occidente va imputata una responsabilità storica: non aver saputo reagire alla “sfida imperiale” di Mosca. E non ci si riferisce qui solo a quei leader europei che, come l'ex cancelliere tedesco Gerard Schröder, si sono lasciati comprare dal Kremlino, né a quegli ingenui che, nello sguardo di un agente del Kgb, hanno visto “l'animo russo” e non il luogo dove cercare la soluzione alle derive di Mosca.“L'Occidente, che ha contato sulle relazioni personali con Eltsin e Putin, invece di istituzionalizzare i propri legami con la Russia – osserva infatti l'analista russo - oggi si trova senza strumenti per poterla seriamente influenzare”.

Mosca e la Responsabilità di Proteggere
“La Russia non deve trarre le conclusioni sbagliate dalla crisi georgiana: sui principi dell'integrità territoriale, della democrazia e del diritto internazionale – ha ammonito Miliband – non si torna indietro.” Per Mosca, tuttavia, la guerra in Georgia è soprattutto una sfida ai principi fondamentali dell'Occidente invocati dal Ministro britannico. Tanto è vero che per giustificare l'abusiva occupazione della democrazia sovrana della Georgia, Mosca si è appellata al principio della “Responsabilità di Proteggere” (R2P), che i 150 stati membri delle Nazioni Unite riconobbero nel 2005, come base giuridica dell'intervento militare a fine umanitario. Quel principio, evidentemente, fu pensato per responsabilizzare la comunità internazionale verso le atrocità di Cambogia e Rwanda, non per legittimare l'occupazione di uno stato democratico che, fino a prova contraria, non si è macchiato di alcun crimine contro l'umanità.

Medvedev e Putin – echeggiati dall'Ambasciatore all'Onu, Vitaly Churkin – hanno accusato la Georgia di genocidio verso le minoranze russe di Ossezia e Abkhazia. Il Ministro degli Esteri, Sergei Lavrov ha spiegato al mondo che la Russia è entrata in Georgia per proteggere i suoi cittadini da quel criminale di Saakashvili. La Responsabilità di Proteggere, ha dichiarato il capo della diplomazia russa “non può valere solo quando le Nazioni Unite vedono un problema in Africa”. Quel principio, ha osservato Lavrov, “deve valere anche per Russia, quando sono i suoi cittadini ad essere a rischio.”
Ma come ha scritto Gareth Evans, Presidente dell'International Crisis Group che ha lavorato al concetto di "R2P", “deve essere chiaro, aldilà di ogni ragionevole dubbio, che qualunque sia la ragione invocata dai russi per l'azione militare in Georgia, il principio del R2P non c'entra nulla”.“Per giudicare la pertinenza della Responsabilità di Proteggere si adottano cinque criteri”, ha spiegato il diplomatico al Los Angeles Times: la serietà della minaccia; l'obbiettivo primario dell'intervento; l'uso della forza come estremo rimedio; la proporzionalità della risposta; e il bilancio sulle conseguenze dell'intervento. “Nessuna di queste condizioni risulta onorata nel caso georgiano”.

Quanto alla serietà della minaccia, “non è ancora chiaro quale tipo di crimine riconosciuto dalle Nazioni Unite – genocidio, crimine di guerra, pulizia etnica o crimine contro l'umanità – stesse compiendo o fosse in procinto di compiere la Georgia contro la popolazione dell'Ossezia del Sud. In ogni caso – osserva Evans - “non vi erano motivi fondati per ritenere giustificata un'azione militare.”
Rispetto all'obbiettivo “primario” dell'intervento, la presunta difesa della popolazione dell'Ossezia del Sud appare un motivo plausibile ma certamente non il principale dell'intervento militare russo; piuttosto, nota Evans, è più probabile che i russi abbiano pensato a “ristabilire il controllo sulle due province indipendentiste georgiane, mettere fuori uso la capacità militare della Georgia, ridimensionarne le ambizioni atlantiche e mandare un segnale a tutti i paesi dell'ex blocco sovietico su quello che per Mosca è tollerabile e quello che non lo è.” Non si può inoltre certo dire che la crisi georgiana non avesse altra soluzione se non l'intervento militare. Un appello urgente del Consiglio di Sicurezza dell'Onu per la cessazione delle ostilità avrebbe, infatti, messo Tbilisi sotto una tale pressione della comunità internazionale da costringerla ad ordinare il ritiro. “La Russia – ammette Evans – ha interpellato il Consiglio di Sicurezza la sera del 7 agosto, chiedendo il cessate-il-fuoco”. Ma l'accordo sul testo della dichiarazione finale non è stato raggiunto, a causa di una divergenza di opinioni, tra Russia e Onu, sull'opportunità di far riferimento all'integrità territoriale della Georgia. “La posizione della Russia sulla inevitabilità dell'intervento militare, sostiene inoltre Evans, è ulteriormente indebolita dal successivo attacco delle forze russe in territorio georgiano, dopo la firma del cessate il fuoco, e al di fuori del territorio di Sud Ossezia e Abkhazia.”La “proporzionalità della risposta” è, tra i cinque parametri del R2P, quello che i russi hanno più platealmente violato. Con i ventimila soldati e gli oltre cento carri armati dispiegati in Sud Ossezia, Abkhazia e in Georgia, la reazione di Mosca all'iniziativa georgiana, appare “francamente eccessiva”. “Il blocco navale nel Mar Nero ed il bombardamento di Gori e Poti, della regione di Zugdidi e di un cantiere aeronautico a Tbilisi, “sono ben aldilà del minimo necessario.”Quanto ai benefici dell'intervento, visto il numero di rifugiati e le conseguenze sulla stabilità regionale e globale che l'occupazione russa della Georgia ha determinato, è difficile vederne.

Il caso Ucraina
“L'esempio dell'Ucraina dimostra quali vantaggi possano giungere ad un paese che si fa carico del proprio destino cercando alleanze con altri paesi. Le sue scelte – ha dichiarato il Ministro degli Esteri britannico, David Miliband - non dovrebbero essere viste come una minaccia alla Russia. L'indipendenza dell'Ucraina, tuttavia, richiede una nuova relazione con la Russia – una relazione tra eguali, non tra padrone e servo.”Ma è proprio l'eventualità scongiurata da Miliband – la sudditanza di Kiev - che Mosca ha invece individuato come obbiettivo della sua politica ukcaina. L'Ucraina oggi è una preda perfetta è in piena crisi politica, non ha pipeline indipendenti, ed ha la Crimea: queste le tre armi con cui il Cremlino esercita i suoi interessi a Kiev.“La vera debolezza dell'Ukraina – scrive l'Eurasia Daily, riportando il commento di un cittadino ucraino, nel giorno della manifestazione nazionale delle forze armate – non è l'inferiorità militare rispetto a Mosca, ma lo scontro tra i vertici politici.” La situazione, in effetti, non è rassicurante. Il Presidente Viktor Yushchenko accusa il suo Primo Ministro, Yulia Tymoshenko, di complottare con Mosca per estrometterlo dal potere. Con tale obbiettivo, la Tymoshenko avrebbe concordato una serie di riforme istituzionali che limitano le prerogative presidenziali e modificano la legge elettorale per estromettere il partito di Yushchenko dal Parlamento. In tal modo, Mosca si garantirebbe un potere amico, con la Tymoshenko alla Presidenza ed il partito nazionalista filo-sovietico dell'ex Presidente, Viktor Yanukovych, al Governo. Le accuse contro l'ex pasionaria della Rivoluzione Arancione sarebbero confermate dal voto contrario espresso dalla coalizione della Tymoshenko alla mozione di solidarietà alla Georgia promulgata dall'ufficio di presidenza. Per Yushchenko, insomma, la sua ex alleata – nonché antagonista nella imminente corsa presidenziale – ha tradito il paese.“La crisi ukraina – scrive Pavel Korduban, della Jamestown Foundation – ha radici a livello nazionale e internazionale. Da una parte, sia Yanukovych sia Tymoshenko hanno respinto la condanna di Yushchenko dell'intervento russo in Georgia. Questo ha portato Yushchenko ad accusarli di tradimento degli interessi nazionali. Dall'altro lato, la rivalità tra Yushchenko - che vuole candidarsi ad un secondo mandato nel 2010, ma è indebolito dalla recente riforma costituzionale e dalla scarsa popolarità - e Tymoshenko - che vede l'attuale incarico di Primo Ministro come una piattaforma di lancio per il seggio presidenziale – ha ormai raggiunto il suo punto più alto.”Il Presidente, attraverso il suo portavoce Andry Kyslynsky, ha accusato la Tymoshenko di aver ricevuto da Mosca un miliardo di dollari per la campagna presidenziale. Su mandato del capo della segreteria del Presidente, inoltre, è stata avviata un'inchiesta sulle responsabilità del Primo Ministro in un presunto complotto volto a uccidere Yushchenko.La risposta della Tymoshenko è arrivata il 2 settembre, con la riapertura del parlamento che, grazie ai voti della coalizione presieduta dalla bionda “complottarda”, ha approvato una serie di riforme istituzionali che penalizzano Yushchenko – limitazione dei poteri del Presidente, e riforma elettorale - ed ha respinto la mozione di condanna emessa dallo stesso Yushchenko contro la Russia. Il 3 settembre, in un discorso alla nazione, il Presidente Yushchenko ha accusato Tymoshenko di avere orchestrato un “colpo di stato”, realizzando de facto il cambiamento della maggioranza parlamentare. Da qui, la decisione di indire subito nuove elezioni. Elezioni che tuttavia, stando agli ultimi sondaggi, darebbero al partito del presidente solo il 4% dei consensi.Il Parlamento, inoltre, potrebbe anche decidere di sottoporre Yushchenko a procedura di impeachment per la presunta vendita di armi alla Georgia di cui, secondo fonti russe, vi sarebbero le prove.Come nel caso della Georgia, anche in Ucraina il pretesto per l'intervento militare di Mosca potrebbe essere fornito dall'esigenza di garantire la “dignità e la sicurezza” dei cittadini russi all'estero. Parliamo, naturalmente, della vertenza sulla Crimea dove, si ricorda, il 60% dei residenti è russo. Il contenzioso tra Russia e Ucraina sulla regione è stato riacceso recentemente da Kiev, che vuole che i russi smobilitino la flotta nel porto crimeano di Sebastopoli, sul Mar Nero (concesso ai russi fino al 2017), perché, come spiega il vice-primo ministro, Hryhoriy Nemyria, “in ballo c'è la sovranità e l'integrità territoriale del paese.” I russi, naturalmente, non ne vogliono sentir parlare. Anzi, hanno colto il pretesto per riaprire un'antica querelle sulla “identità” della Crimea che, con la caduta dell'Urss fu - secondo i russi ingiustamente - annessa all'Ucraina. Come per Ossezia e Abkhazia, anche in Crimea la composizione etnica della popolazione è a maggioranza russa. E, più ancora delle due province georgiane, Mosca ha in Crimea un interesse geo-economico “strategico”, essendo la regione affacciata sulla ricca fonte di gas naturale del Mar Nero.È questo che fa temere a molti che, dopo la Georgia, potrebbe essere l'Ukraina l'oggetto della prossima iniziativa unilaterale di Mosca per cambiare i connotati all'Europa del post guerra fredda. L'Occidente ha coscienza del pericolo ma, per il momento, non riesce a far molto più che esprimere solidarietà e sostegno alla democratica leadership ukraina. Nel suo recente viaggio in Azerbaijan, Georgia e Ukraina, il vice-presidente Usa, Dick Cheney, ha offerto supporto incondizionato ma, in pratica, a Washington – come a Bruxelles – si preferirebbe riuscire a scongiurare lo scontro, e salvare la faccia del diritto internazionale, realizzando una politica verso l'est europeo che non sia un riconoscimento implicito del diritto di Mosca alle “aree di interesse privilegiato”. Tuttavia, di questa cautela occidentale, a Mosca si prendono apertamente gioco. “L'isolamento della Russia – ha osservato il Ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, a proposito delle potenziali sanzioni europee – è impossibile, esattamente come è impossibile isolare gli Usa, l'Europa, la Cina, o qualunque altra potenza.”Nel vertice Ue-Ukraina che si è tenuto a Parigi il 10 settembre - poche ore dopo il rientro da Mosca e Tbilisi della delegazione europea guidata dal Presidente del Consiglio dei 27, Nicolas Sarkozy – Yushchenko ha ottenuto la disponibilità della Ue all'associazione dell'Ukraina, ma non quella alla membership. “Sia chiaro – ha spiegato Sarkozy – questo accordo non chiude nessuna porta ma, semmai, può aprirne qualcuna. Ed in ogni caso era il massimo che si potesse offrire.” Ad osteggiare con più determinazione la “prospettiva dell'integrazione”, Germania, Belgio e Paesi Bassi, ma anche tra quanti nutrono simpatia incondizionata per la causa ucraina – Polonia, Repubblica Ceca, Svezia, Stati baltici e Regno Unito – l'ingresso nella Ue non è una “possibilità immediata.”L'Ucraina – che della solidarietà occidentale ha oggi un bisogno disperato – sa che il momento della verità verrà a dicembre, al vertice Nato che dovrà decidere sul piano di integrazione di Kiev nell'Alleanza Atlantica. Ma la partita è difficile. “Non credo che l'Occidente abbia l'unità necessaria a fare entrare l'Ucraina nella Nato. Ora – osserva su Le Figaro Alexandre Golts - anche solo accordare l'avvio della procedura, spingerebbe Mosca a utilizzare il tempo restante per far esplodere lo stato ucraino. Non con i mezzi militari, ma spaccandolo.” Secondo l'analista russo, piuttosto che seguire la strada dell'integrazione nell'Alleanza Atlantica, “se l'Occidente volesse proteggere l'indipendenza di Kiev, dovrebbe negoziare  con Mosca delle garanzie di sicurezza comune, ritornando al “patto” proposto da Medvedev per garantire il divieto ad utilizzare la forza in Europa. Anche se questo può apparire ridicolo, vista l'aggressione russa contro la Georgia.”

 

 






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