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George Friedman, Stratfor, ottobre 2010,

La cancelliera tedesca, Angela Merkel, ha dichiarato il 16 ottobre scorso durante un incontro con i giovani del suo Partito (l’Unione Cristiano-Democratica, Cdu)  che il multiculturalismo, o mulitkulti, in Germania “ha completamente fallito”. Horst Seehofer, presidente del Consiglio dei Ministri della Baviera e capo della Csu (Unione Cristiano Sociale), partito fratello dei Cristiano-Democratici, ha affermato nella stessa occasione che i due partiti “sono impegnati a difendere la cultura tedesca dominante e si oppongono al multiculturalismo.” La Merkel ha anche notato come l’afflusso di migranti stia rallentando l’economia tedesca: la Germania è alla ricerca di professionalità specializzate e molti dei lavoratori stranieri che cercano fortuna nel Paese non ne sono in possesso.

Simili dichiarazioni colpiscono per la loro nettezza e soprattutto per il riferimento a “una cultura dominante tedesca”, un concetto che per ovvie ragioni rimane piuttosto sensibile in Germania dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Prese di posizione che dovrebbero quindi essere tenute nel dovuto conto per le loro implicazioni sociali e geopolitiche. Dovrebbero essere anche valutate nel più ampio contesto delle risposte che, non solo in Germania ma nell’intera Europa, si stanno mettendo in campo nei confronti dell’immigrazione.

Le origini della questione migratoria in Germania

Torniamo alle origini del problema. La Germania che usciva dalla Seconda Guerra Mondiale doveva fronteggiare una grave carenza di manodopera per due ragioni: l’eliminazione massiccia di forza lavoro causata dal devastante conflitto e dai campi di prigionia sovietici e l’elevata richiesta di lavoratori indotta dal miracolo economico determinato dalla rinascita industriale del Paese negli anni cinquanta. Inizialmente, la Germania riuscì a compensare favorendo massicci ingressi sia dall’Europa Centrale (tra le etnie germaniche) che dalla Repubblica Democratica Tedesca comunista. Ingressi che permisero tuttavia solo di attenuare gli squilibri demografico-lavorativi lasciati in eredità dalla guerra. La Germania necessitava di più lavoratori per sfruttare a pieno la capacità produttiva di un’economia basata sulle esportazioni. In particolare, servivano lavoratori non qualificati da impiegare nel settore manifatturiero ed edilizio.
Per risolvere il deficit di forza lavoro, Bonn (capitale dell’allora Germania Ovest, ndt) concluse una serie di accordi, in primo luogo con l’Italia (1955) . Una volta che il flusso di lavoratori dall’Italia cominciò a rallentare a causa del boom economico in quel Paese, i tedeschi si rivolsero alla Spagna (1960), alla Grecia (1960), alla Turchia (1961) e poi alla Yugoslavia (1968). Il processo di assunzione di massa condusse a un massiccio afflusso di gastarbeiter  (termine tedesco che designa i “lavoratori ospiti”) nella società tedesca. In Germania il fenomeno non venne interpretato come qualcosa che potesse cambiare le dinamiche sociali. I migranti dovevano essere semplicemente lavoratori temporanei, non immigrati in senso pieno. Come il termine suggeriva, i lavoratori erano “ospiti” e avrebbero dovuto far ritorno nei loro paesi una volta che non ci fosse stato più bisogno di loro (molti italiani, spagnoli e portoghesi in effetti lo fecero). Nel complesso, la situazione non preoccupava i tedeschi, concentrati prioritariamente sulle esigenze legate al lavoro.
I tedeschi, semplicemente, non immaginavano che la questione si protraesse sul lungo periodo. Non si preoccuparono di come assimilare i migranti, argomento assai poco dibattuto nelle discussioni politiche. Eppure la presenza dei lavoratori immigrati consentiva a milioni di tedeschi di abbandonare il lavoro manuale non qualificato a favore di mansioni più qualificate. Gli autoctoni riuscirono ad accedere al più agiato mondo dei colletti bianchi.
Un rallentamento economico nel 1966 e la crisi successiva allo shock petrolifero del 1973 cambiarono le condizioni lavorative in Germania. Al Paese non serviva più un costante flusso di lavoratori non qualificati e ben presto ci si dovette confrontare con la crescente disoccupazione degli stranieri che già vivevano in loco. Una situazione che sfociò nell’ anwerbestopp, il blocco del reclutamento dei lavoratori stranieri, deciso nel 1973.
Il blocco delle migrazioni non risolse il problema dei lavoratori ospiti che già vivevano in Germania in grande numero e che volevano riunirsi alle proprie famiglie. Così, la maggior parte delle migrazioni negli anni settanta furono legate ai ricongiungimenti familiari e poi, quando il governo tedesco si mosse per limitarli, alle richieste di asilo. Mentre italiani, spagnoli e portoghesi tornavano in patria attirati dai boom economici delle rispettive economie, i musulmani turchi diventavano la soverchiante maggioranza tra gli immigrati in Germania – in particolar modo quando aumentarono i richiedenti asilo, la maggior pare dei quali non doveva in realtà sfuggire ad alcuna persecuzione in patria. Costoro vennero favoriti dalla permissiva legge tedesca sulla concessione dell’asilo, come conseguenza delle colpe tedesche verso l’Olocausto. Un varco nel quale i migranti turchi si infilarono in massa dopo il colpo di Stato ad Ankara nel 1980.
Mentre i migranti si trasformavano da esigenza temporanea in comunità multigenerazionale, i tedeschi presero atto dell’esistenza del problema. In sostanza, non si desiderava che gli immigrati divenissero parte della Germania, ma, nel caso essi fossero rimasti nel Paese, l’auspicio era che si dimostrassero leali. L’onere di assimilare i migranti nella società divenne più pesante quando il malcontento musulmano si manifestò apertamente nell’Europa degli anni ottanta. La soluzione per cui optarono i tedeschi verso la fine di quel fatidico decennio fu il multiculturalismo, una proposta liberale e umanitaria che offriva agli immigrati una grande, ma insidiosa, opportunità: mantenere la propria cultura, garantendo lealtà allo Stato.
Secondo una simile impostazione, agli immigrati turchi non si richiedeva di farsi assimilare nella cultura germanica. Piuttosto, essi avrebbero mantenuto le proprie tradizioni culturali, incluse lingua e religione, facendo però in modo che esse coesistessero con la cultura tedesca. Ciò significava che si sarebbe tollerato il fatto che un gran numero di stranieri non parlasse la lingua nazionale e, per definizione, non condividesse i valori di fondo tedeschi ed europei.
Mentre si dimostrava rispettosa della diversità, quella impostazione politica sembrava più che altro interessata a comprare la lealtà dei migranti. La spiegazione più profonda rimandava al fatto che la Germania non volesse, e non sapesse come, assimilare culturalmente, linguisticamente, religiosamente e moralmente individui provenienti da un background così diverso dall’ethos nazionale. Il multiculturalismo non ha così rappresentano tanto una forma di rispetto per la diversità quanto piuttosto un escamotage per eludere la questione di fondo, cioè cosa significasse essere tedeschi e quale fosse il percorso che gli stranieri avrebbero dovuto percorrere per diventarlo.

Due concezioni di nazione

Quanto detto rimanda alla concezione europea di nazione, intrinsecamente diversa da quella americana. Per gran parte della loro storia, gli Stati Uniti hanno pensato a sé stessi come a una nazione di immigrati, ma con una cultura ben definita che gli immigrati avrebbero dovuto accettare e  fare propria in un ben preciso processo multiculturale. Chiunque avrebbe potuto diventare un americano se solo avesse accettato la lingua e la cultura dominante della nazione. Ciò lasciava spazio all’unicità individuale, ma alcuni valori di fondo dovevano essere condivisi. La cittadinanza è diventata un concetto legale, implicante un procedimento, un giuramento e un pacchetto di valori condivisi. La nazionalità poteva essere acquisita; aveva un prezzo.
Invece, essere francesi, polacchi o greci significava non solo imparare le rispettive lingue o adottare i valori di riferimento di quei popoli – essere francesi, polacchi o greci implicava avere dei genitori e dei nonni in possesso di quelle nazionalità. Significava condividere una storia di sofferenza e trionfo, un qualcosa che non si poteva acquisire o acquistare.
Per gli europei il multiculturalismo non è stato il rispetto liberale e umanitario per le altre culture come si è preteso di dimostrare, ma un modo per gestire i destini dei milioni di immigrati che sono stati invitati per lavorare in Europa. L’offerta del multiculturalismo ha rappresentato un grande patto pensato per assicurarsi la lealtà degli immigrati, lasciando loro in cambio la possibilità di coltivare le rispettive culture, e per proteggere i valori europei da temute influenze straniere. I tedeschi hanno perciò tentato di tenersi sia i lavoratori stranieri che una forte identità germanica. Non ha funzionato.
Il multiculturalismo si è tradotto nella permanente alienazione degli immigrati. Avendo avuto il permesso di mantenere a pieno la propria identità, essi non hanno mai sviluppato un genuino interesse rispetto al destino della Germania. Essi si sono identificati molto più con la comunità nazionale da cui provenivano che con la Germania. La loro casa era la Turchia. La Germania solo un alloggio conveniente. Ne segue che la loro lealtà si sia rivolta primariamente al Paese di origine e non alla nazione tedesca e risulta semplicistico ritenere che l’impegno a favore della cultura della patria d’origine sia sempre compatibile con la lealtà politica verso il Paese d’approdo. Le cose non funzionano così. Come risultato, la Germania non si è semplicemente ritrovata in seno una massa di alieni: considerato il deterioramento delle relazioni tra mondo islamico e Occidente, negli ultimi anni alcuni immigrati musulmani sono per certo stati coinvolti in attività di supporto al terrorismo. 
Il multiculturalismo è profondamente divisivo, particolarmente nei paesi che definiscono la nazione in termini europei, cioè attraverso le lenti della nazionalità. Quel che suggestiona è che la cancelliera tedesca abbia scelto di essere il leader europeo che più aggressivamente si schiera contro il multiculturalismo. Le sue ragioni, politiche e sociali, sono ovvie. Tuttavia, deve essere ricordato che è stata la Germania che in passato ha affrontato il problema della nazione tedesca mediante l’Olocausto. Nei 65 anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, la Germania è stata straordinariamente attenta a evitare discussioni sulla materia e i leader tedeschi mai hanno voluto esprimersi a favore della “cultura dominante tedesca”. Ad ogni modo, è necessario guardare al fallimento del multiculturalismo in Germania anche da un altro punto di osservazione, ovvero con riguardo a ciò che sta avvenendo nel Paese.
In breve, la Germania sta tornando alla Storia. Ha speso 65 anni nel tentativo disperato di evitare di confrontarsi con la questione dell’identità nazionale, dei diritti delle minoranze nel Paese e dell’esercizio dell’interesse nazionale tedesco. La Germania si è in un certo senso nascosta all’interno di raggruppamenti internazionali come l’Unione Europea e la Nato per non dover discutere di un semplice e profondo concetto: il nazionalismo. Considerando cosa è capitato l’ultima volta che i tedeschi hanno affrontato sul serio la questione del nazionalismo, dovremmo ringraziarli per il loro decente silenzio durato oltre sei decenni. Ma ora il silenzio è stato rotto.

La rinascita della consapevolezza della nazione tedesca
Due fattori hanno forzato il riemergere della consapevolezza nazionale tedesca. Il primo, per certo, ha implicazioni immediate – una vasta e indigesta massa di turchi e di altri lavoratori musulmani. Il secondo è lo stato in cui versano le organizzazioni internazionali nel cui ambito la Germania ha tentato di confinarsi. La Nato, un’alleanza militare che include principalmente paesi riluttanti a impegnarsi militarmente, è moribonda. E che dire dell’Unione Europea? Dopo la crisi Greca e le sue conseguenze, ogni certezza sulla coesione europea è svanita. La Germania ora si trova a dover modellare le istituzioni europee per evitare di essere costretta al ruolo di finanziatrice di ultima istanza della Ue. Una situazione che obbliga la Germania a pensare sé stessa oltre le sue relazioni con l’Europa.
E’ impossibile per la Germania riconsiderare la sua posizione sul multiculturalismo senza, allo stesso tempo, validare il principio della nazione tedesca. Una volta che il principio della nazione esiste, allora esiste l’idea dell’interesse nazionale. Una volta che l’interesse nazionale esiste, la Germania esiste nel contesto dell’Unione Europea solo alla stregua di quel che Goethe definiva “un’affinità elettiva”. Ciò che fu una certezza nel pieno della Guerra Fredda diventa oggi un’opzione. E se l’Europa diventa un’opzione per la Germania, ciò non significa soltanto che la Germania rientra nella Storia ma, considerando che essa è la più importante potenza europea, la storia dell’Europa è prossima a ricominciare.
Non si vuol suggerire che la Germania debba seguire una determinata politica estera come conseguenza della sua nuova visione ufficiale in tema di multiculturalismo; può scegliere tra diverse strade. Tuttavia, un attacco al multiculturalismo è simultaneamente un’affermazione dell’identità nazionale tedesca. Non può esserci il primo senza la seconda. E una volta che ciò accade, molte opzioni diventano praticabili.
Consideriamo che la Merkel ha messo in chiaro che alla Germania servono 400.000 lavoratori qualificati e che la Germania ha urgentemente bisogno di lavoratori che non siano musulmani residenti nel Paese, soprattutto nell’ottica dei suoi problemi demografici. Se la Germania non può importare lavoratori per motivi di tensione sociale, può tuttavia esportare industrie, call center, laboratori di analisi medica e uffici specializzati nell’information technology (It). Non lontano dal confine orientale tedesco si estende la Russia, che vive una crisi demografica ma, cionondimeno, conserva un surplus di forza lavoro a causa della dipendenza della sua economia dalle risorse naturali. La Germania già dipende dall’energia russa. Se comincerà a dipendere anche dai lavoratori russi, e di conseguenza la Russia comincerà a dipendere dagli investimenti tedeschi, allora la mappa dell’Europa potrebbe essere ridisegnata una volta ancora e la storia del continente ripartire a tutta velocità.
Le recenti affermazioni della Merkel rivestono perciò un’enorme importanza a due livelli. In primo luogo, ha detto ad alta voce ciò che molti leader già sapevano, ossia che il multiculturalismo può trasformarsi in una catastrofe nazionale. Secondariamente, nel sostenere questo, mette in moto altri processi che potrebbero avere un profondo impatto non solo sulla Germania e l’Europa ma anche sugli equilibri globali di potere. Al momento non è chiaro quale sia l’obiettivo della cancelliera, che forse intende limitarsi a consolidare la popolarità della sua coalizione di governo di centro-destra. Ma il processo che si è avviato non è facile da contenere e maneggiare. Tutta l’Europa e gran parte dei paesi del mondo si stanno confrontando con una lotta tra diverse culture all’interno dei vari confini nazionali, ma i tedeschi sono differenti, a livello storico e geografico. Quando cominciano riflettere su questioni del genere, la posta in gioco si alza. (Traduzione a cura di Fabio Lucchini)
 
(Testo originale: "Germany and the Failure of Multiculturalism". Ripubblicato con il permesso di Stratfor)

 

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