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La Crisi, le Banche e gli Stati
foto Le conferme internazionali alla "visione di sistema" di Tremonti sulle conseguenze politiche della recessione
LA TENUTA DEI CONTI PUBBLICI
E' UNO SCUDO DEMOCRATICO


AGENDA LIB-LAB INTERNAZIONALE

La crisi greca non è solo crisi economica, ma, se inquadrata nella più complessiva realtà geopolitica euro-mediterranea, si scopre essere un potenziale detonatore di una crisi politica che può far saltare la stessa architettura democratica europea.
Lo ha affermato recentemente il ministro Giulio Tremonti che ha precisato:

"Fra pochi mesi si voterà in quasi tutti i Paesi del Mediterraneo. Speriamo di no, ma in caso di successiva e non improbabile delusione democratica (perché la democrazia non è una piazza piena di rabbia o di speranza, non è una merce, non è una commodity che si esporta come McDonald's), si può produrre in molti Paesi del Mediterraneo un effetto di crescente instabilità geopolitica. Siamo passati, stiamo passando, dall'età della certezza e della stabilità ad una fase di incertezza e di instabilità. Anche in Europa. A parte l'incognita della Grecia - ha detto Tremonti - fonte di rischio non solo finanziario ma anche politico, correndo sui binari dell'incertezza sul futuro e della paura dell'esterno, può arrivare in Europa, dal lato estremo della estrema destra, una crisi della democrazia e, di riflesso, una crisi dell'architettura politica europea".

Tuttavia la vicenda greca è osservata dalle istituzioni internazionali come un evento che accade su Marte, avulso dal resto del processo di profondi cambiamenti in atto che stanno mettendo a soqquadro gli equilibri politici post-guerra fredda, dall'Atlantico all'Est dove, come osserva Tremonti (e Jacques Attali in Francia):

"una catena vasta e rivoluzionaria di moti si sta stendendo dall'Atlantico verso l'Asia, percorrendo via via tutta la sponda meridionale del Mediterraneo".

Martine Orange in un editoriale per il giornale online francese Mediapart dipinge un quadro a tinte fosche sulle prospettive dell'area Euro di fronte alla crisi greca. Un atto d'accusa contro le scelte della Banca centrale europea (Bce), ritenute ostinate e miopi:

"Perché la Banca centrale europea esclude per principio qualsiasi ristrutturazione del debito? In fondo, si tratterebbe soltanto di 300 miliardi di euro al massimo, somma sicuramente rilevante, ma che rappresenta appena il 2% del Pil europeo".

Sul versante delle banche, rileva Orange, il trattamento è stato ben diverso, concedendo finanziamenti all'1%, senza chiedere di ripulire i portafogli e di ricapitalizzare. Le performance degli istituti di credito dell'eurozona hanno creato l'illusione che la crisi si fosse allontanata, ma dopo aver superato stress-test in modo brillante, ad esempio, due banche irlandesi sono fallite nel giro di pochi mesi.

"Che la Bce lo voglia o no, l'effetto contagio si è già esteso a tutta la zona euro. L'evoluzione del debito portoghese e irlandese segue da vicino quella del debito greco e la minaccia ormai grava anche sul sistema bancario. La Bce lo sa meglio di chiunque altro. Fino a quando i responsabili europei continueranno a procrastinare la ripulitura delle banche?".

Sulla stessa lunghezza d'onda, una ricerca del think tank economico Peterson Institute. Nell'autunno 2008 l'Europa centro-orientale è diventata uno degli epicentri della crisi economica globale. Anders Åslund si domanda quale lezione l'economia continentale, di nuovo sotto stress, possa trarre dalla risoluzione della crisi finanziaria dell'Est Europa.

"Un'impostazione liberale e liberista ha guidato l'azione dei vari governi dell'area, che non hanno tuttavia operato drastici tagli ai sistemi di welfare. Il notevole grado di coesione sociale dimostrato ha comunque consentito la riduzione generalizzata della spesa pubblica e dei salari".

Anche Josef Joffe, editorialista di Die Zeit e accademico, è inquieto per la salute e le prospettive dell'area Euro. Negli ultimi dieci anni, invece di costringere gli Stati membri alla convergenza fiscale, l'euro ne ha accentuato le peggiori abitudini. Già da ora è evidente che i ventisette Stati membri non sono in grado di dar corpo alla "più perfetta unione" vagheggiata dagli europeisti convinti. Di chi è la colpa? Sicuramente la Germania, il leader naturale della Ue, non è esente da responsabilità anche a causa della titubante gestione Merkel. Né Berlino né Parigi riusciranno a correggere nell'emergenza anni e anni di cattiva gestione:

"Se si pensa, conclude Joffe, che gli Usa devono fronteggiare un dollaro declinante e una disoccupazione crescente risulta difficile ricordare un periodo della storia recente caratterizzato da una simile debolezza di entrambi i pilastri euro-atlantici dell'economia globale".

Sull'altra sponda dell'Atlantico, Amity Shlaes, senior fellow in Storia economica presso il Council on Foreign Relations, teme che gli Stati Uniti possano rivivere la traumatica esperienza del triennio 1980-82 e suggerisce, per evitare una nuova recessione a W, che la Federal Reserve proceda quanto prima a un rialzo dei tassi di interesse. Quanto è accaduto negli anni ottanta del secolo scorso all'America è piuttosto eloquente: il Paese ha avuto bisogno di una recessione per avviare una reale ripresa:

"Paul Volcker, che Jimmy Carter designò alla direzione della Fed nel 1979, operò un drastico rialzo dei tassi d'interesse, spiegandolo in questo modo: "Non siamo preoccupati di aggravare la recessione, ci interessa solo fermare l'inflazione." La cura del governatore non impedì che, a partire dall'estate del 1981 e fino al termine dell'anno successivo, il Paese ricadesse nella spirale recessiva con picchi di disoccupazione oltre il 10%. "La recessione è stata causata dall'assoluta necessità di eliminare l'inflazione", sentenziò George Melloan, prestigiosa firma del Wall Street Journal. Fino agli anni novanta, la Fed non ha più abbassato i tassi al di sotto dei cinque punti percentuali. Questo atteggiamento convinse gli americani della determinazione nel combattere l'inflazione e il successivo abbassamento dei tassi indusse milioni di contribuenti a costruire, investire e comprare abitazioni. Al lavoro di Volcker, da molti criticato nel breve periodo, va riconosciuto il merito di aver reso più semplice il compito dei decisori politici e delle istituzioni finanziarie venuti dopo di lui".

Anche il direttore di Truthdig.com, Robert Scheer, si affida alla storia economica per fustigare l'ex presidente Usa, Bill Clinton. Scrivendo per Huffington Post, Scheer si domanda se Clinton avverta la minima responsabilità rispetto all'attuale crisi economica.

"Ciò che ha ucciso la nostra economia negli ultimi dieci anni è stata le decisione di dedicare la nostra creatività all'espansione del settore finanziario, ma in maniera sbagliata. Invece di creare nuove nicchie produttive e opportunità lavorative, il sistema ha persuaso la gente a contrarre debiti a fronte di una contrazione delle entrare salariali", scrive Clinton su Newsweek. "Analisi corretta", incalza Scheer, "ma l'ex inquilino della Casa Bianca sembra dimenticare le sue responsabilità, tutt'altro che secondarie. E' stato Clinton a cancellare il Glass-Steagall Act, provvedimento ideato niente meno che dall'amministrazione Roosevelt (Franklin Delano) per impedire alle istituzioni finanziarie di diventare troppo grandi per fallire".



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CRITICA SOCIALE
Rivista fondata nel 1891 da Filippo Turati
Alto Patronato della Presidenza della Repubblica

Direttore responsabile: Stefano Carluccio

Reg. Tribunale di Milano n. 646 del 8 ottobre 1948
edizione online al n. 537 del 15 ottobre 1994

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