Email:
Password:
Non sei ancora iscritto? clicca qui
Iscriviti alla Newsletter:
ABBONAMENTI e RINNOVI  Critica TV Cerca nel sito:
Links   Chi Siamo  
Critica Sociale (anno 2014)
Storia e documenti di trent'anni (1980-2013)
Le pubblicazioni e i dibattiti
Le radici della democrazia e la Critica di Turati



AMBIENTE (45)
CRITICA SOCIALE (52)
CULTURA POLITICA (372)
DEMOCRAZIA (395)
DIRITTI UMANI (116)
ECONOMIA (254)
ENERGIA (74)
GEOPOLITICA (402)
POLITICHE SOCIALI (77)
SICUREZZA (291)
STORIA (98)
TERRORISMO (62)


Afghanistan (66)
Ahmadinejad (56)
Al-qaeda (29)
America (56)
Berlusconi (56)
Blair (61)
Brown (83)
Bush (131)
Cameron (31)
Casa Bianca (20)
Cina (141)
Clinton (71)
Comunismo (18)
Craxi (34)
Cremlino (33)
Crisi (88)
Egitto (19)
Elezioni (26)
Euro (24)
Europa (242)
Fed (16)
Francia (58)
Frattini (16)
G8 (17)
Gas (19)
Gaza (30)
Gazprom (24)
Georgia (40)
Germania (36)
Gran Bretagna (47)
Guerra Fredda (23)
Hamas (56)
Hezbollah (38)
India (42)
Iran (166)
Iraq (52)
Israele (148)
Italia (110)
Labour (58)
Libano (37)
Libia (21)
Londra (16)
Mccain (84)
Medio Oriente (82)
Mediterraneo (19)
Medvedev (49)
Merkel (35)
Miliband (24)
Mosca (31)
Napolitano (16)
Nato (61)
Netanyahu (26)
Nucleare (53)
Obama (240)
Occidente (60)
Olmert (18)
Onu (43)
Pace (20)
Pakistan (34)
Palestina (23)
Palestinesi (31)
Pci (22)
Pd (26)
Pdl (16)
Pechino (27)
Petrolio (35)
Psi (19)
Putin (109)
Recessione (32)
Repubblicano (16)
Rubriche (53)
Russia (179)
Sarkozy (130)
Sinistra (24)
Siria (49)
Socialismo (40)
Stati Uniti (189)
Stato (23)
Teheran (20)
Tory (22)
Tremonti (30)
Turati (24)
Turchia (30)
Ucraina (25)
Ue (81)
Unione Europea (37)
Usa (228)

   
 




Funerale di Filippo Turati a Parigi nel marzo del 1932

di Carlo Tognoli

Filippo Turati non amava la definizione “riformisti”, ma la riconosceva perché permetteva di contraddistinguere la sua corrente.

Egli fondò nel 1892, a Genova (dove i congressisti si riunirono per usufruire degli sconti ferroviari concessi per le Celebrazioni Colombiane – 400° anniversario della scoperta dell’America) il Partito dei Lavoratori, divenuto poi Partito Socialista Italiano, insieme ad Anna Kuliscioff.

Turati fu un grande ‘leader’ (diremmo oggi) del socialismo italiano ed europeo. Si identificò con il PSI quanto meno dalla fondazione (1892) sino al 1912 quando venne messo in minoranza. Tuttavia sino al 1926 fu la personalità eminente del socialismo e, dopo la sua fuga in Francia, fu tra i capi più ascoltati ed apprezzati dell’antifascismo. Aveva ereditato da Arcangelo Ghisleri la rivista culturale di orientamento positivista ‘Cuore e Critica’, che, con Anna Kuliscioff  (la sua compagna della vita e della politica) egli denominò, nel 1891, ‘Critica Sociale’. La nuova pubblicazione, che aveva una cadenza quindicinale, fu la più importante del socialismo italiano. Ad essa collaborarono, tra gli altri, Benedetto Croce, Luigi Einaudi, Olindo Malagodi.

Turati morì il 29 marzo 1932, ottantotto anni fa, a Parigi, in casa della famiglia di Bruno Buozzi, in Boulevard Raspail, dove era ospitato.

Venne considerato un perdente, perché non riuscì ad impedire l’avvento di Mussolini e del regime fascista, di cui aveva lucidamente e profeticamente intuito le intenzioni totalitarie, al contrario di Gramsci e Togliatti (e della stessa Kuliscioff) che prevedevano una breve durata della ‘parentesi’ Mussolini.[1]

[1] (Angelo Ventura: ‘A.Kuliscioff e la crisi dello stato liberale’ – Convegno di Mondo Operaio su  ‘L’età del riformismo’, Milano 1976)

 

Fu a lungo dimenticato

Turati fu poco ricordato dopo la seconda guerra mondiale (eccezion fatta per Saragat, per il PSDI e per il gruppo della ‘Critica Sociale’ - la rivista creata con la Kuliscioff nel 1891 - i cui redattori, Ugo Guido Mondolfo e Giuseppe Faravelli, insieme ad altri, tra cui Antonio Greppi, erano stati suoi giovani discepoli). 

Il ‘riformismo’ infatti era bandito nei due maggiori partiti del movimento operaio, il PCI e il PSI, uniti tra loro dal patto di unità d’azione, sottoscritto prima della guerra e rimasto in essere sino al 1957. Se l’oblio non coincise con la ‘damnatio memoriae’, poco ci mancò. 

Per la verità nell’ottobre 1948 la traslazione delle ceneri di Turati e di Treves, dal ‘Père Lachaise’ di Parigi al Cimitero Monumentale di Milano, avvenne in un mare di folla. Ma fu l’ultimo riconoscimento delle ‘masse’ ai grandi costruttori del socialismo italiano.

Le feroci parole che Togliatti su ‘Lo Stato Operaio’ dell’aprile 1932 dedicò a Turati :  ‘…una intiera vita politica spesa per servire i nemici di classe del proletariato – per servirli nel seno stesso del movimento operaio… la sua abilità di parlamentare incarognito… corrotto dal parlamentarismo… rifugiato all’estero (e Togliatti dov’era? n.d.r.) …rimasticava i luoghi comuni della mistica democratica… =  lasciarono il segno nei decenni successivi nei confronti del riformismo. Il dirigente comunista Giorgio Amendola, figlio di Giovanni, protagonista con Turati della secessione ‘aventiniana’ (astensione dei deputati democratici antifascisti dai lavori della Camera dopo l’assassinio di Matteotti) parlando nel dicembre 1957 = (dopo la repressione sovietica della rivolta d’Ungheria il PSI aveva preso le distanze dall’URSS e dal PCI) =  all’assemblea delle fabbriche di Milano, esprimeva la sua preoccupazione perché,  “…abbiamo assistito, e non possiamo negarlo, al rapido crescere in alcuni settori del movimento operaio di una influenza riformista nei suoi vari aspetti, del riformismo socialdemocratico, del riformismo cattolico e anche del semplice qualunquismo…forme in cui si esprime la rinuncia rivoluzionaria…” (riformismo = qualunquismo – sic!).[2]

2 (Ugoberto Alfassio Grimaldi – supplemento al n.3 di Critica Sociale, marzo 1986, dedicato alla Kuliscioff)

 

Craxi rilanciò il riformismo

Fu Craxi, con la sua volontà revisionistica e con la sua politica, a restituire al riformismo socialista la sua dignità, a ricordare che senza i riformisti il PSI non sarebbe cresciuto, non sarebbero nati sindacati e cooperative, non sarebbero stati conquistati diritti fondamentali per il mondo del lavoro e per il movimento operaio.

Craxi anche formalmente, al congresso del PSI di Palermo (1981) diede il nome di riformista alla propria corrente, ricollegandosi idealmente al riformismo turatiano.

Naturalmente il riformismo liberalsocialista di Bettino Craxi aveva caratteristiche differenti rispetto a quello dei primi anni del novecento. Erano trascorsi 60 anni dal periodo più felice per il PSI di Turati. Erano cambiati i tempi e i problemi. Ma non cambiavano il metodo e la volontà di percorrere la strada delle innovazioni e del rinnovamento delle istituzioni e della società, a vantaggio di un mondo del lavoro diverso e molto più vasto e nell’interesse della maggioranza dei cittadini e della nazione italiana. Era la riaffermazione definitiva della democrazia e della libertà come scelte di fondo di una sinistra indipendente dall’URSS, legata agli interessi italiani ed europei, svincolata dal massimalismo e dall’estremismo, capace di governare il Paese e di difendere i lavoratori senza ‘spaventare’ i moderati.

 

Vent’anni fa i comunisti più corretti diedero ragione a Turati

In seguito a questo ‘rilancio’ del riformismo, proprio nel 1982, in occasione del 50° della morte di Turati in esilio, e in parallelo all’evidente crisi del sistema sovietico e del comunismo, ci fu finalmente un dibattito storico politico su scala nazionale che investì la sinistra ed ebbe eco sui grandi organi di stampa e in televisione. Autorevoli dirigenti e fondatori del Partito Comunista, come Umberto Terracini, riconobbero che Turati aveva avuto ragione. 

Nel suo profetico discorso al Congresso di Livorno del 1921 (quello della scissione che diede luogo al Partito Comunista d’Italia) aveva tra l’altro detto: 

“…Ond’è che quand’anche voi aveste organizzato i soviet in Italia, se uscirete salvi dalla reazione che avrete provocata e se vorrete fare qualcosa che sia veramente rivoluzionario, qualcosa che rimanga, come elemento di società nuova, voi sarete forzati a vostro dispetto – a ripercorrere completamente la nostra via (riformista) la via dei socialtraditori di una volta, perché essa è la via del socialismo, che è il solo immortale, il solo nucleo vitale che rimane dopo queste nostre diatribe…”.

Non fu quindi solo un perdente, Filippo Turati. Certo dovette soccombere al fascismo, commise degli errori tattici, fu prigioniero della sua lealtà verso il PSI la cui maggioranza massimalista e velleitaria considerava tradimento la partecipazione dei socialisti a un governo democratico di coalizione con ‘partiti borghesi’ (che avrebbe salvato l’Italia). Ma vide giusto e lontano, purtroppo inascoltato.

La sua considerazione dell’estremismo di sinistra come comportamento pernicioso per la crescita e le lotte del partito socialista e del movimento dei lavoratori non fu dissimile da quella di Lenin che, pur attestato su altra sponda, vedeva i pericoli del settarismo.

Le sue ‘compromissioni’ (una delle accuse dei massimalisti) con i governi Giolitti (con cui ebbe anche scontri notevoli) riguardarono le garanzie (ottenute) per il lavoro delle donne e dei fanciulli, le ‘otto ore’ lavorative, il suffragio universale, le leggi per le cooperative.

 

Il riformismo socialista nel suo periodo storico

Il primo decennio del secolo vide progressi generali del Paese e notevoli conquiste del mondo del lavoro.

Il riformismo socialista era la lotta per la democratizzazione dello stato, per farne strumento anche economico della collettività. Era diffidenza della violenza come matrice della storia. Era l’affermazione dell’umanesimo e della ragione. Era la difesa di una civiltà (che veniva messa in discussione dal nazionalismo esasperato e dall’irrazionalismo). Era il gradualismo nei cambiamenti.

Il riformismo socialista fu peraltro ‘di opposizione’ in quanto il PSI non era né al Governo, né al potere, e fu, in origine, bracciantile e contadino: “…il riformismo è il necessario corollario delle organizzazioni dei contadini: probivirato agricolo, contratti di lavoro, assunzione collettiva dei lavori agricoli, cooperative, scuole con insegnamento di agricoltura…l’indirizzo politico della nostra frazione può trovare una base solida ed estesa in mezzo alla popolazione organizzata dei contadini e delle contadine, forse più che in mezzo al volubile, incostante, fluttuante proletariato industriale…” – scriveva nel 1908 la Kuliscioff a Turati.

Il riformismo socialista trovò il suo terreno di coltura ‘di governo’ nei comuni: le politiche sociali, dall’assistenza all’igiene, l’estensione dell’istruzione, le biblioteche popolari, la progressività delle imposte locali, il contenimento dei prezzi dei generi di prima necessità, l’introduzione dei servizi pubblici a bassa tariffa (dai trasporti all’energia) – furono gli elementi portanti di un’azione amministrativa tutta tendente a favorire i cittadini a più basso reddito e i lavoratori. Bologna e Milano, ma anche tante altre città, furono gli esempi di ottima amministrazione, socialmente avanzata, ma oculata e  ben vista e votata da una parte della borghesia liberale.

 

La crisi

L’azione di stimolo verso i governi Giolitti, che portò molti risultati al mondo del lavoro, non si tramutò in partecipazione al governo. Turati rifiutò tale prospettiva nel 1911. Giolitti offriva, per un governo liberale-radicale-socialista, suffragio universale e stabilizzazione delle assicurazioni sulla vita per devolverne gli utili alla Cassa di Previdenza dando il via alle pensioni operaie, ma il ‘leader’ socialista (malgrado l’opinione differente di Bissolati e Bonomi) non ritenne maturi per tale scelta, né i tempi, né il PSI. La decisione di intraprendere la guerra di Libia (cioè contro l’impero ottomano) riportò Turati e i socialisti su una linea di ostilità al governo anche se la storiografia più documentata e più attenta ha individuato posizioni socialiste ‘variegate’ verso la guerra coloniale.

Dopo l’annessione della Libia si registrò la spaccatura tra i riformisti. Bissolati e Bonomi, pur contrari alla guerra, non volevano una totale rottura con Giolitti che prometteva suffragio universale e ampliamento della previdenza sociale. 

La solidarietà espressa dai ‘riformisti di destra’ al Re dopo un attentato, offrì a Mussolini il pretesto per proporre l’espulsione, al Congresso di Reggio Emilia del 1912, di Bissolati, Bonomi, Cabrini, Podrecca e altri nove deputati, che diedero vita al Partito Socialista Riformista.

Si fa risalire a questo anno la crisi del riformismo e l’inizio del declino di Turati.

Certo egli uscì indebolito, dopo l’espulsione dei suoi compagni di corrente, ma mantenne una autorevolezza che nessun altro aveva nel campo socialista.

Dovette battersi contro Mussolini, che sosteneva i sindacalisti rivoluzionari, lo sciopero generale ‘politico’ e svalutava il gradualismo in cui gran parte del PSI si riconosceva (per la verità il futuro‘duce’, abile opportunista, si smarcò dalle amicizie pericolose e fece attenuare l’offensiva nei suoiconfronti).

 

La guerra

Dopo Serajevo si scatenò in Europa il finimondo, da tempo in preparazione. La scelta dei socialisti fu subito per il neutralismo, peraltro smentito a livello internazionale dal comportamento di altri partiti socialisti che seguirono politiche ‘nazionali’ a difesa delle nazioni di appartenenza. 

Tuttavia le posizioni dei socialisti italiani non furono così compatte, schematiche e antinazionali come si è superficialmente detto.

Già Anna Kuliscioff nel 1914 aveva intuito che i socialisti e l’Italia, pur mantenendo la neutralità, avrebbero dovuto schierarsi con le nazioni ‘più democratiche’, cioè quelle dell’Intesa, e non per ragioni di rivendicazioni nazionalistiche, ma per motivi ideali e politici (per questo fu costretta a dimettersi da ‘La difesa delle lavoratrici’ giornale schierato sulla linea dei massimalisti per un neutralismo assoluto e intransigente).

Anche Turati, pur con un atteggiamento rigido contro la guerra, guardava con interesse al neutralismo ‘attivo’ (a favore dell’Intesa).

Brunello Vigezzi, nel suo “Giolitti e Turati un incontro mancato” (1976) ricostruisce il dibattito allora in corso nel PSI, mettendo in evidenza come ci fossero vicinanze, sia pure non concordate, tra i riformisti di sinistra del PSI e Mussolini. Anche Prampolini dava in parte ragione al Direttore dell’Avanti! che però, dopo l’articolo sull’Avanti! del 18 ottobre, favorevole al neutralismo attivo, venne messo sotto accusa dalla direzione massimalista del PSI ed espulso dalla sezione milanese. 

Turati fu invece sempre neutralista, ma con una visione più politica e meno astratta rispetto ai massimalisti 

La posizione equilibrata e per nulla antinazionale di Turati e dei riformisti, del resto, emerse nei giorni di Caporetto, quando essi si schierarono nettamente e senza incertezze per la difesa dei confini della patria.

 

Verso il fascismo

Il dopoguerra vide alle elezioni del 1919 (con la legge elettorale proporzionale e il suffragio universale) il trionfo dei socialisti e il successo dei cattolici. 

Gli orientamenti massimalisti e comunisti del PSI che predicavano l’avvento della rivoluzione e la necessità di istituire i soviet, portarono, dopo l’occupazione delle fabbriche, al disastro.

Si è detto ripetutamente che Turati, il quale previde in tempo le conseguenze nefaste dell’ondata massimalista e velleitariamente rivoluzionaria, avrebbe dovuto con decisione rompere il PSI e costituire un governo con cattolici e una parte dei liberali per bloccare il nascente fascismo. 

Anche in questo caso la storiografia contemporanea ha potuto chiarire come le cose non fossero così semplici e non dipendessero da Turati.

Giolitti era ormai diffidente verso i socialisti. I cattolici pure. I riformisti erano una parte minoritaria del PSI. Il danno era già stato fatto nel 1919-1920, quando i moti ‘rivoluzionari’ avevano provocato, con l’occupazione delle fabbriche e la minaccia di ‘fare come in Russia’, la reazione e compattato i ceti medi con l’’establishment’ agrario, industriale e clericale. 

Non fu sufficiente il magnifico e solido intervento ‘Rifare l’Italia’ con il quale Turati compose alla Camera un moderno programma di governo: “…un discorso socialista e nello stesso tempo un programma di ricostruzione e di rinnovamento per tutto il Paese …il programma fondamento di un governo democratico socialista…” suggerì la Kuliscioff, la quale aveva esortato il suo compagno anche a prendere in considerazione l’impostazione di politica internazionale del Presidente americano Wilson che prevedeva, tra i ’14 punti’, l’autodeterminazione dei popoli  e l’uguaglianza economica.

La scissione da cui nacque il PC d’Italia nel 1921 e l’espulsione successiva dal PSI  di Turati, Treves e  Matteotti che fondarono il PSU nel 1922 – furono alcuni degli atti che facilitarono l’ascesa di Mussolini alla Presidenza del Consiglio. Non fu una breve parentesi, come aveva intuito Turati.

L’assassinio di Matteotti mise definitivamente in luce che cosa si stava profilando dietro il governo Mussolini.

Turati sconfitto e invecchiato non perse mai la sua grandezza d’animo e la visione lucida del dramma che aveva vissuto. Dopo la fuga del 1926 in Francia, rimase, sino alla morte, il faro dell’antifascismo democratico italiano.

Redasse giornali, tenne viva la Concentrazione antifascista, favorì l’unificazione socialista in esilio con Nenni (1930), sempre denunciò il carattere totalitario e liberticida del comunismo sovietico.

La visione del socialismo di Turati e dei riformisti fu, per i tempi, moderna e democratica. 

Le loro mancanze furono la conseguenza del prevalere, nel PSI, delle spinte pseudorivoluzionarie della maggioranza massimalista che, inebriata dalla rivoluzione d’ottobre, ma priva di iniziativa, non vedeva i pericoli della reazione che provocava.
Ristudiare Turati, che di nuovo viene dimenticato, farebbe bene alla sinistra italiana.

Carlo Tognoli

 

IL DOCUMENTO:

Il Discordo di Claudio Treves nella manifestazione indetta e organizzata il 21 maggio del 32 dalla Concentrazione antifascista  

(dal sito di Socialismo Italiano 1892)

 

Critica Sociale - Anno 2018, numero 8




Impressionante elenco di inadempimenti, licenziamenti, danni ecologici del colosso indo francese nel mondo

Se qualcuno ha voglia di farsi un giro su internet e conoscendo un po' di inglese potrà facilmente scoprire e quindi capire qual'è il modus operandi della Alcelor-Mittal e quindi fare un facile pronostico di come finirà la vicenda delle acciaierie di Taranto.

In Canada il 24 maggio 2012  si verifica una tragedia Mortale:  Morte di un lavoratore causata da un metodo di lavoro inadeguato e da una cattiva gestione dell'uso della piattaforma. 200 lavoratori protestano contro i rapporti di lavoro.

Nel 2014 130 posti di lavoro a Port Cartier e Fermont non sono state sostituite.. Altri  cinquanta posti di lavoro  sono state aboliti. 300 lavoratori protestano contro i rapporti di lavoro e la . ArcelorMittal viene condannata per molestie psicologiche ai danni dei lavoratori.

Nel 2016 Arcelor Mittal viene dichiarata  colpevole di tre violazioni dell'Environmental Quality Act(inquinamento)

Licenziamenti a Port Cartier nel 2014 per circa 150 unità.

Un rappresentante sindacale dichiara ""C'è un clima di paura che è stato impostato ,". Ci sono lavoratori che non osano più denunciare certe situazioni. Si tratta di una società che sta aumentando le misure disciplinari come il licenziamento e i giorni di sospensione. »

 
 
Inchiesta di Critica Sociale con un proprio inviato a Taranto

Critica Sociale dà voce direttamente agli operai dell'ILVA con un'Inchiesta condotta da un proprio compagno inviato a Taranto presso gli stabilimenti.

Le dichiarazioni degli operai riportate sono coperte da nomi di fantasia come richiesto espressamente dagli intervistati. Nessuna fiducia nella Mittal e in come è impostata la trattativa dal Governo. Denunciano numerosi interessi intrecciati tra loro affinchè lo stabilimento chiuda. Oltre a Mittal, dallo smantellamento sono  in molti che attendono i loro relativi vantaggi su Gas, Centrali di produzione di Energia, disponibilità di Moli. "Ma se si chiude - dicono - il lavoro si perde e i tumori restano"

Un caso di estrema gravità umana ed economica, oltre che politica, che mette in piena luce l'assenza di un partito dei lavoratori ora impegnato in questioni di sardine. Come ha scritto bene Paolo Mieli, al sitema politico e al governo hanno dovuto sostituirsi il Presidente della Repubblica, le Procure di Taranto e Milano e, fortunatamente pervenuti, i sindacati. Mai si era vista una delegazione sindacale al Quirinale e un più che pesante suo rifiuto di un successivo incontro con il Governo.

Noi oggi con Beppe Sarno registriamo e proponiamo informazioni raccolte direttamente che scarseggiano (è un eufemismo) persino sui social e sui media.

Dicono i lavoratori: "Siamo consapevoli che questa crisi è stata creata apposta e tutti sappiamo che c'è la volontà da parte di Mittal di chiudere lo stabilimento".

"Fin dal suo insediamento la Mittal  si è preoccupata di far sparire ogni pezzo di ricambio,  per cui noi operai addetti alla manutenzione siamo nell'impossibilità di fare il nostro lavoro. Se chiedi un pezzo di ricambio ci viene risposto di arrangiarci, non ci sono soldi".

s.car.

 
 
La Costituzione consente ai lavoratori dell'Ilva di opporsi alla chiusura

Serrata! Come può definirsi la minaccia della Arcelor Mittal a chiudere gli altiforni in maniera graduale. Il  dizionario Treccani definisce la serrata "Sospensione totale o parziale del lavoro disposta dal datore di lavoro come mezzo di intimidazione, di coercizione e di rivalsa contro i lavoratori, durante vertenze e lotte sindacali"N on riesco a definire diversamente e iniziative che in questi giorni la Arcelor Mittal sta ponendo in essere.

Contro la serrata della Allcelor Mittal la sola risposta è l'occupazione della fabbrico non come  atto eversivo ma come atto a difesa dell'occupazione e della democrazia. Sono gli operai che hanno tenuto aperta la fabbrica non il Consiglio di amministrazione degli indiani.

Il problema dell'ex Ilva si può risolvere solo con la gestione diretta da parte dello Stato dell'azienda.  Tale soluzione però appare  non immediatamente applicabile. Occorre pertanto una soluzione intermedia che impedisca lo spegnimento dello stabilimento. Paradossalmente la risposta ce la dà la nostra Costituzione dove all'art. 41sancisce "Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali" e all'art. 43 che precisa che  "A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale."

 
 
Le ragioni della crisi sono molte, ma la centralit del lavoro la sua soluzione

 

Quindici mila operai dell'acciaieria rischiano di rimanere a breve senza lavoro in compagnia di almeno altri diecimila operai che lavorano nelle aziende dell'indotto collegate all'ex ILVA. Significa che se non si trova a breve una soluzione, e "a breve" significa in pochi giorni, circa sessantamila persone, perchè gli operai hanno famiglia, rischiano di rimanere senza mezzi di sostentamento. Il risanamento ambientale dell'azienda è fermo al palo, come pure quello di quella parte della città avvelenata dai fumi degli altiforni.

Il Governo e Alcelor Mittal dimenticano che il sindacato è parte integrante di quell'accordo.  A ben vedere gli unici che stanno rispettando gli impegni sono gli operai, che ogni mattina si recano sul posto di lavoro per produrre acciaio, continuando ad assumere veleni e fumi concerogeni.
Leggendo le dichiarazioni si intuisce che Landini rivendica un ruolo nuovo del sindacato che è quello di attore dei processi industriali con un progetto politico e non solo economico e indica una strada che implica il cambiamento di ruolo del sindacato.
Non rivendicazioni economiche, ma l'invito a lavorare insieme per ridare all'Italia il suo ruolo di paese manifatturiero in cui gli operai siano parte trainante insieme alle altre forze  sociali, governo, industriali, burocrazia, per attuare una ricostruzione sociale, economica e politica. 

 
 
Non la prima volta che le maetranze entrano in gioco per salvare le fabbriche

Potremmo citare decine di esempi di fabbriche salvate dagli operai. L'occupazione della stabilimento di Taranto è l'unica strada per convincere Il Governo a riconsegnare la fabbrica ai Commissari, i quali dovranno elaborare un piano per il proseguimento delle attività produttive. Questo piano non potrà prescindere dalle uniche forze che hanno diritto a dire il loro pensiero e cioè gli operai, i tecnici, gli impiegati dello stabilimento ex ILVA e delle rappresentanze sindacali, i quali è bene ripeterlo sono gli unici che hanno saputo fin da subito indicare la via politica per la soluzione del problema.  Nessun privato verrà mai a Taranto per risanare lo stabilimento e metterlo in funzione in una situazione economica internazionale turbolenta, nessun privato si fiderà di interlocutori inaffidabili quali sono i rappresentanti attuali del governo nè di quello che lo hanno preceduto.

 
 
L'opera realizzata a cura della Biblioteca di Critica Sociale e dell'Istituto Salvemini

AFFIDATA ALLA BIBLIOTECA DEL SENATO LA COLLEZIONE INTEGRALE E DIGITALE DELL'AVANTI! ORA ACCESSIBILE DAL PRIMO NUMERO DEL 1896 ALL'ULTIMO DEL 1993

CLICCA PER ACCEDERE ALL'INTERA COLLEZIONE

 
 



2019-06-05
Settant'anni fa, Luigi Eiunaudi dichiarava il 2 Giugno Festa Nazionale: era l'anno dell'ingresso dell'Italia nella Nato festeggiata a Roma con l' inaugurazione del monumento a Giuseppe Mazzini sull'Aventino.

Questo il 2 Giugno 2019: 70 anni dalla istituzione della Festa Nazionale della Repubblica per il Referendum fortemente voluto e ottenuto da Pietro Nenni (repubblicano e poi socialista)

continua >>
 
 
0000-00-00
La preziosa testimonianza dell'allora assistente personale del Presidente degli Stati Uniti sulla battaglia che assieme condussero sia nell'Amministrazone americana, sia verso le resistenze presenti in Italia all'"apertura" - come si chiamava - per l'ingresso del PSI di Nenni al governo. La caduta del veto ereditato da Eisenhower e le rassicurazioni sulla scelta autonomista dal PCI e filo Nato del leader socialista.

di Arthur Schlesinger jr

"Durante la guerra ero stato ufficiale dei servizi segreti e avevo avuto occasione di entrare in contatto con la Resistenza italiana. Come molti altri della intellighentia anglo-americana, io guardavo con speranza al Partito d'Azione negli anni post-bellici. Allorché questa speranza svanì, sentimmo, negli anni '50, una certa affinità con Giuseppe Saragat e i social-democratici. E seguimmo con interesse l'evoluzione del Psi durante la leadership di Pietro Nenni.

La mia prima impressione fu che Nenni fosse al servizio dei comunisti. Ma rimasi piuttosto colpito dalla convinzione di alcuni leader del Partito laburista britannico che Nenni si potesse redimere. In verità, la questione Nenni emerse nel 1953 nel corso di una cena, in una sala riservata alla House of Commons, a cui io partecipai(...)
Visitai spesso l'Italia negli anni '50 e incontrai numerose personalità politiche a casa di una mia vecchia amica italiana, la giornalista Tullia Zevi, che avevo conosciuto a Parigi nel 1939. A casa sua vidi, per la prima volta, Nenni. Lungi dall'essere il personaggio malevolo dipinto dall'ambasciata americana, io lo trovai un uomo geniale e fondamentalmente democratico.
Nel 1961 io cominciai a lavorare per l'amministrazione Kennedy in qualità di segretario particolare del Presidente. Anche il presidente Kennedy condivideva questo obiettivo. Quando nel 1961, il primo ministro Fanfani si recò in visita ufficiale a Washington, Kennedy colse l'occasione per mostrare una certa simpatia per “l'apertura”.
(...) Nel febbraio 1962 mi recai a Roma ed ebbi un lungo colloquio con Nenni nella casa di Tullia Zevi. Io dissi che Washington era favorevole alla prospettiva di un governo socialmente progressista in Italia ma si interrogava sulle conseguenze “dell'apertura” in politica estera. Nenni rispose sottolineando il suo disaccordo con i comunisti e la tradizione neutralista del Psi. Per neutralità egli intendeva la conservazione dell'equilibrio europeo esistente; e, poiché l'uscita dell'Italia dalla Nato avrebbe disturbato quell'equilibrio, Nenni si sarebbe opposto a tale atto, considerandolo non neutrale. Tesi ingegnosa".

IL RICORDO DI ARTHUR SCHLESINGER, un articolo di Spencer Di Scala
(collaboratore del grande storico - Massachusetts University di Boston)

continua >>
 
 
2012-04-10
Le foto pubblicate su questo sito sono tratte in larga parte da internet attraverso i pi diffusi motori di ricerca e considerate di pubblico dominio. Qualora si ritenessero violati diritti dautore di immagini qui pubblicate, preghiamo di contattare la redazione (redazione@criticasociale.net)